
Ero a cena in pizzeria. Tavolo accanto, ragazzi giovani. Uno parla di un tappezziere che lavora per “ricconi di merda”. Nessuna ironia. È una definizione operativa. Subito dopo compare l’amica “schiava della grande distribuzione”. La frase chiude il discorso. Non c’è curiosità, non c’è domanda. Le categorie bastano.
Quello che si sente non è indignazione. È ordine. Un ordine morale semplice, economico, facilmente riproducibile. È questo che rende quel linguaggio resistente nel tempo. Non chiede sforzo, non chiede verifica. Funziona anche quando la realtà lo smentisce. È archeologia della banalità: resti di un pensiero che sopravvive perché è comodo, non perché è vero.
Torino è lo stesso schema, portato alla scala della città. Non c’è rottura tra il discorso e i fatti. C’è continuità. Quando una visione del mondo riduce le persone a ruoli morali, lo spazio diventa immediatamente ostile. La città non è più un luogo da attraversare, ma un campo da occupare. Le vetrine non sono negozi, sono simboli. I poliziotti non sono individui, sono funzioni. Tutto diventa astratto, quindi colpibile.
A Torino non si è vista una rivolta. Si è vista una applicazione coerente di un linguaggio. Se il mondo è letto come una struttura di oppressione totale, allora ogni gesto è giustificato. Non c’è più distinzione tra errore e colpa, tra lavoro e sfruttamento, tra ordine e violenza. C’è solo appartenenza o tradimento.
L’archeologia della banalità produce sempre lo stesso effetto: elimina il dubbio. E quando il dubbio sparisce, la violenza diventa amministrativa. Non serve odio personale. Basta una mappa mentale sbagliata. Le persone non agiscono perché sono arrabbiate; agiscono perché sono convinte di essere nel giusto.
Torino mostra anche un altro aspetto: l’assenza totale di immaginazione politica. Nessuna proposta, nessuna costruzione, nessuna idea di futuro. Solo ripetizione. Gesti già visti, parole già sentite, esiti già noti. È una ribellione che non rischia nulla sul piano del pensiero, ma rischia tutto sul piano reale. E infatti perde sempre.
Il tappezziere, la cassiera, il poliziotto, il commerciante: spariscono come persone. Restano solo figure. È in questo svuotamento che la città si rompe. Non per eccesso di conflitto, ma per difetto di realtà. Quando nessuno è più reale, tutto diventa sacrificabile.
Torino non è un episodio. È una dimostrazione. Mostra cosa succede quando il pensiero smette di essere preciso. Quando le parole diventano slogan permanenti. Quando la banalità viene scavata, catalogata, conservata e venerata come se fosse radicalità.
L’archeologia della banalità non è innocua. È stabile. È ripetitiva. È prevedibile.
E proprio per questo è pericolosa.
Nico Kir

Lascia un commento