
Il prezzo dell’oro continua la sua corsa e raggiunge continuamente nuovi massimi assoluti. Per la prima volta nella sua storia, il metallo prezioso ha superato recentemente la soglia dei 5.000 dollari l’oncia e si è avviato per raggiungere il nuovo traguardo a 6.000, confermandosi come il principale bene rifugio in un contesto di crescente instabilità geopolitica, commerciale e monetaria.
Infatti, oggi i prezzi dell’oro sono saliti a un nuovo record vicino ai 5.600 dollari l’oncia, mentre il petrolio ha registrato un rialzo dopo che Donald Trump ha intensificato le tensioni geopolitiche con la minaccia di un attacco militare all’Iran. L’impennata dei metalli preziosi, beni rifugio, ha visto anche l’argento raggiungere un altro picco, favorito anche dall’indebolimento del dollaro.
Negli ultimi giorni di contrattazioni, l’oro con consegna immediata (spot) ha superato la soglia di 5.000 dollari l’oncia segnando continui rialzi registrati anche dai future sull’oro con consegna ad aprile sul Comex. La rottura del livello dei 5.000 dollari, avvenuta nella notte tra sabato e domenica, rappresenta una pietra miliare per il mercato dei metalli preziosi. Solo due anni fa, nel gennaio 2024, un’oncia d’oro valeva poco più di 2.000 dollari.
Alla base del rally (come dicono i media statunitensi) c’è soprattutto il clima di incertezza legato alle politiche del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. In particolare, le minacce, poi rientrate senza capire fino a che punto, di imporre dazi a diversi alleati europei come leva negoziale per acquisire la Groenlandia, hanno contribuito ad aumentare la volatilità e a rafforzare l’appeal dell’oro.
Nel 2025 il prezzo dell’oro è aumentato di circa il 65%, mentre solo dall’inizio di quest’anno i prezzi segnano un progresso superiore al 17%. Il rally è alimentato da una combinazione di fattori: la forte domanda di beni rifugio, l’allentamento della politica monetaria statunitense, gli acquisti massicci da parte delle banche centrali e gli afflussi record negli etf legati all’oro. La Cina, in particolare, ha continuato ad accumulare riserve auree per il quattordicesimo mese consecutivo a dicembre, confermando una strategia di lungo periodo volta a ridurre la dipendenza dal dollaro.
Anche l’argento ha seguito una traiettoria simile. Venerdì ha superato per la prima volta nella storia i 102 dollari l’oncia, dopo aver infranto la soglia dei 100 dollari. Nel 2025 il prezzo dell’argento è salito fino al 150%, sostenuto sia dalla domanda industriale, in settori come veicoli elettrici e data center per l’IA, sia dai timori di restrizioni commerciali e carenze di offerta.
Secondo gli analisti, l’impennata dei prezzi di oro e argento nel 2026 è il riflesso diretto di un contesto globale sempre più instabile. Tra i fattori citati figurano: la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, le proteste in Iran, le nuove restrizioni all’export di argento imposte dalla Cina e, ancora una volta, le tensioni internazionali legate alle ambizioni territoriali di Trump sulla Groenlandia.
In questo scenario, l’oro sta consolidando il suo ruolo storico di assicurazione contro il rischio sistemico. Un ruolo che, alla luce dei nuovi record, sembra destinato a rafforzarsi ulteriormente in un mondo caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica e da una fiducia sempre più fragile nelle istituzioni e nelle politiche economiche tradizionali.
Anche i futures sull’oro statunitense GCcv1 con consegna a febbraio hanno avuto analoghi guadagni.
L’aumento del 64% del metallo nel 2025, rappresenta il suo più grande guadagno annuale dal 1979, guidato dalla domanda di beni rifugio, dall’allentamento della politica monetaria statunitense, dai robusti acquisti della banca centrale, compreso il 14° mese consecutivo di acquisti della Cina a dicembre, e dagli afflussi record negli ETF.
I prezzi hanno raggiunto picchi record consecutivi nell’ultima settimana e quest’anno sono già aumentati di oltre il 20%.
Il continuo aumento dei prezzi dell’oro arriva mentre la guerra commerciale, la più dirompente dagli anni ’30, scatenata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha sconvolto le catene di approvvigionamento e aumentato i costi aziendali. Da quando è entrata in carica lo scorso gennaio, l’amministrazione Trump ha imposto tariffe sia ai rivali che agli alleati.
La maggior parte dei paesi si sta riprendendo dalle tariffe elevate, in alcuni casi fino al 50%, poiché Trump si è vantato che le tariffe hanno aumentato le entrate fiscali per il governo. Però non dice che hanno influito sull’inflazione negli USA.
Trump è stato anche accusato di utilizzare le tariffe come arma per vantaggi geopolitici. Mercoledì ha fatto un passo indietro rispetto alle minacce di imporre tariffe sugli alleati europei come leva per conquistare la Groenlandia, che secondo lui è fondamentale per la sicurezza degli Stati Uniti.
Durante il fine settimana, ha dichiarato che imporrà una tariffa del 100% al Canada, cosa che ha rafforzato i legami commerciali con la Cina.
Ha anche minacciato di imporre dazi del 200% su vini e champagne francesi, nel tentativo evidente di fare pressione sul presidente francese Emmanuel Macron affinché aderisca alla sua iniziativa Board of Peace per Gaza.
Nel frattempo, il rialzo dello yen ha trascinato il dollaro ampiamente al ribasso lunedì, con i mercati in allerta per un possibile intervento sulla valuta giapponese e gli investitori che hanno tagliato le posizioni in dollari prima della riunione della Federal Reserve di questa settimana.
Un dollaro più debole rende l’oro con il prezzo del biglietto verde più conveniente per i detentori di altre valute.
L’argento è salito sopra la soglia dei 100 dollari l’oncia per la prima volta venerdì, basandosi sul suo aumento del 147% dello scorso anno, poiché i flussi degli investitori al dettaglio e gli acquisti guidati dallo slancio hanno aggravato un prolungato periodo di tensione nei mercati fisici del metallo.
L’oro è da sempre considerato un bene rifugio: quando i mercati sono instabili, quando le valute perdono valore o quando ci sono guerre e crisi politiche, gli investitori comprano oro perché è un bene fisico che mantiene il suo valore nel tempo. A differenza delle azioni di un’azienda che può fallire o delle obbligazioni di uno stato che può andare in bancarotta, l’oro rimane oro. E ultimamente di motivi per essere preoccupati ce ne sono parecchi. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca a fine gennaio, ha imposto pesanti tariffe su prodotti provenienti da tutto il mondo: Canada, Messico, Unione europea, con barriere doganali del 25% su acciaio e alluminio e persino su alcuni prodotti del Made in Italy come la pasta.
Per l’Europa, questo significa una contrazione per le esportazioni verso gli Stati Uniti e un clima generale di incertezza. Le aziende italiane che vendono negli Usa si trovano così a confrontarsi con regole che cambiano di settimana in settimana. Tutto ciò genera volatilità e in presenza di volatilità gli investitori cercano rifugi sicuri, come l’oro.
Inoltre, il recente blocco temporaneo del governo americano, lo shutdown, dovuto all’impasse tra Congresso e Casa Bianca sul bilancio federale, ha aggiunto ulteriore tensione sui mercati. Circa 750mila dipendenti pubblici sono stati mandati a casa e molti dati economici fondamentali, come quelli sull’occupazione e sull’inflazione, non vengono più pubblicati. Gli investitori si trovano così privi di informazioni affidabili e non sanno più come stia realmente andando l’economia statunitense. A questo, come se non bastasse, si aggiunge il fatto che il dollaro ha perso circa il 10% del suo valore dall’inizio dell’anno: per gli europei, questo rende l’oro acquistato in dollari più conveniente, ma al contempo segnala come la principale valuta mondiale stia mostrando segni di debolezza e instabilità. Alla debolezza del dollaro ha contribuito il ribasso dei tassi della Fed voluti da Trump.
A fronte di questa crescente incertezza sui mercati anche le grandi istituzioni internazionali hanno intensificato gli acquisti di oro. La People’s Bank of China, cioè la banca centrale cinese, ha comprato oro per undici mesi di fila fino a settembre 2025. Le riserve ufficiali della Cina sono salite a 2.298 tonnellate nel secondo trimestre 2025. Per dare un’idea delle dimensioni: stiamo parlando di oltre 250 miliardi di dollari in oro, quasi il 6% di tutte le riserve in valuta estera di Pechino. Dietro questi numeri c’è una strategia precisa. La Cina vuole dipendere meno dal dollaro americano. Dopo che gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni pesantissime alla Russia nel 2022, bloccando le riserve di Mosca in dollari, molti paesi hanno capito che tenere tutto in valuta americana può essere rischioso. Se domani ci sono tensioni politiche, quegli asset potrebbero essere congelati. L’oro invece è neutro, non appartiene a nessuno stato, non può essere bloccato con un decreto. È un asset fisico che puoi tenere nei tuoi caveau e nessuno te lo può toccare. Per questo Pechino ha ripreso a comprare subito dopo la vittoria di Trump a novembre: sa che i prossimi anni saranno turbolenti.
Ma non è solo la Cina. Il World Gold Council ha registrato volumi di trading record a settembre scorso, con una media giornaliera di 388 miliardi di dollari scambiati, il 34% in più rispetto ad agosto. La Banca nazionale del Kazakistan ha aggiunto 8 tonnellate ad agosto, la Turchia 2 tonnellate, la Polonia ha annunciato che riprenderà gli acquisti. Le banche centrali mondiali comprano oro come non facevano da decenni: nel 2025 avrebbero acquistato più di mille tonnellate, sarebbe stato il quarto anno consecutivo di accumulo massiccio.
A differenza delle banche centrali, che continuano ad accumulare oro fisico nei propri caveau come riserva strategica, la Banca d’Italia ne detiene circa 200 miliardi di euro che il governo Meloni vorrebbe sottrarre per affidarli al Mef, gli investitori privati oggi preferiscono strumenti finanziari che ne replicano l’andamento, senza doverlo possedere materialmente. Si tratta di fondi ETF, certificati o contratti futures, anche se resta possibile acquistare lingotti e monete tramite operatori professionali autorizzati. Secondo Rav Dalio, fondatore di Bridgewater associates, l’oro dovrebbe rappresentare circa il 15% del portafoglio di un investitore, poiché le obbligazioni non garantiscono più la stessa protezione contro l’inflazione e l’instabilità geopolitica.
Salvatore Rondello

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