
L’attuale scenario internazionale costringe l’Occidente a interrogarsi su una questione centrale: da dove deriva la sua presunta superiorità morale e chi ne legittima il diritto di stabilire cosa sia meglio per un Paese sovrano e, di conseguenza, chi debba governarlo. È una domanda scomoda ma inevitabile in un mondo sempre più dominato dal ritorno della politica di potenza. La democrazia se vuole restare tale dovrebbe fondarsi sul rispetto della sovranità altrui, almeno fino a quando questa non venga violata attraverso l’aggressione militare. Altrimenti si rischia di scivolare in una logica che ricorda la legge del Far West, dove le regole non erano condivise ma imposte da chi disponeva della forza maggiore. In questo contesto l’idea che gli Stati Uniti – e in particolare Trump – possano ergersi a educatori della democrazia globale appare quantomeno problematica. Più che le dichiarazioni ufficiali sarà interessante osservare come reagirà concretamente l’Unione Europea, spesso divisa tra allineamento atlantico e rivendicazione di una propria autonomia strategica. Sul fronte asiatico il silenzio di Xi Jinping è tutt’altro che rassicurante. Il Presidente della Repubblica Popolare Cinese osserva con attenzione l’evolversi degli equilibri internazionali consapevole che il dossier Taiwan rappresenta uno snodo decisivo. La risposta dell’Occidente a eventuali mosse cinesi costituirà un banco di prova fondamentale per la credibilità del sistema internazionale basato sulle regole. Anche l’America Latina rientra in questo quadro. Le pressioni esercitate sul Venezuela, ufficialmente giustificate dalla lotta al narcotraffico e dalla difesa dei diritti democratici, si intrecciano inevitabilmente con interessi energetici di enorme portata. Le riserve petrolifere venezuelane rappresentano un fattore strategico che rende difficile separare le motivazioni politiche da quelle economiche. Nel frattempo la guerra in Ucraina continua a gravare sull’Europa. La posizione di Zelensky appare sempre più fragile, schiacciata tra la necessità di resistere all’aggressione russa e le pressioni internazionali che spingono verso un negoziato di pace, spesso a condizioni dettate dai rapporti di forza più che dal diritto internazionale. In Asia orientale il Presidente taiwanese Lai Ching-te ha intensificato i contatti con il Giappone, Paese che condivide con Taiwan un’area marittima altamente sensibile. Le manovre navali sempre più assertive della Cina alimentano le preoccupazioni di Tokyo e rafforzano l’idea che l’Indo-Pacifico sia destinato a diventare uno dei principali teatri di confronto globale. È in questo intreccio di crisi che emerge una chiave di lettura comune: Trump sta a Maduro come Putin sta a Zelensky e Xi Jinping sta a Taiwan. Non si tratta di equivalenze morali, ma di un modello ricorrente in cui le grandi potenze tendono a ridefinire gli equilibri regionali secondo i propri interessi strategici. Resta allora una domanda aperta: siamo davvero di fronte alla difesa della democrazia e dell’ordine internazionale, o piuttosto a una rinnovata competizione per sfere di influenza? La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro dei Paesi direttamente coinvolti, ma anche la credibilità stessa dell’Occidente e delle istituzioni internazionali nel XXI secolo.
Angelo Santoro

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