
C’è un momento dell’anno in cui la politica italiana smette di fingere di essere un’arte marziale elegante e torna a essere quello che è spesso davvero: una rissa sul calendario, con la Legge di Bilancio in mezzo come un tavolo Ikea montato alle tre di notte, senza istruzioni e con due viti avanzate. Quest’anno la scena è sempre la stessa: Salvini spinge, alza la voce, marca territorio. Il ministro dell’Economia, Giorgetti, fa il lavoro sporco, quello con la calcolatrice e le occhiaie, e sembra sinceramente stanco di riscrivere la manovra ogni volta che qualcuno decide che “serve un segnale”.
La diatriba non è personale, anche se a tratti sembra una questione di nervi e pazienza. È strutturale. Da una parte c’è la politica che vive di slogan e promesse facili, perché deve stare in pagina, in video, nei commenti, e se possibile anche nel bar sotto casa. Dall’altra ci sono i numeri, che sono antipatici per vocazione: non ti votano, non ti applaudono, non fanno sondaggi. Ti dicono solo se stai in piedi o se stai camminando sul nulla.
Il punto è che la Legge di Bilancio non è un post su un social: non la puoi “aggiustare dopo” con una story e una faccina. Ogni emendamento ha un prezzo, ogni concessione ha una copertura, ogni bandierina piantata da un partito è una riga in più che qualcun altro deve spiegare a Bruxelles, ai mercati, alle agenzie, ai tecnici, ai ragionieri dello Stato. E più la manovra diventa una somma di piccoli favori elettorali, più perde una cosa che dovrebbe avere per definizione: una linea.
Qui sta la frustrazione del ministro dell’Economia. Non perché “non vuole dare niente a nessuno”, ma perché sa che il bilancio è un patto con la realtà. Se prometti di abbassare tasse, alzare spesa, tenere in piedi tutto, e farlo insieme, devi dire da dove prendi i soldi. E no, “ci pensiamo dopo” non è una copertura. È un desiderio.
Salvini gioca un’altra partita. Il suo mestiere è spingere, battere i pugni, farsi vedere. È la politica della pressione continua, del “o così o niente”, del rilancio. Perché nella competizione interna alla maggioranza e dentro il suo stesso mondo, stare zitto equivale a sparire. Il problema è che la manovra non si scrive col volume. La manovra si scrive col bilancino, e chi prova a trasformarla in una lista di desideri natalizi finisce per costringere tutti a fare notti, vertici, riscritture, stop and go. Un giorno c’è una misura, il giorno dopo sparisce, poi rientra “in forma diversa”, poi viene promessa “nel 2026”, poi si vedrà. E intanto il testo diventa un labirinto.
La cosa più ironica, e anche più triste, è che questa dinamica la conosciamo da decenni. È la tradizione italiana più fedele: la manovra come mercato, non come progetto. Il passato ci insegna che quando la politica trasforma la finanza pubblica in una trattativa permanente, il conto arriva sempre. Non subito, non con un tuono, ma con quel logorio lento fatto di crescita che non parte, investimenti che restano timidi, giovani che scappano, imprese che non capiscono dove si va. Il futuro non perdona l’improvvisazione, soprattutto quando l’economia mondiale corre e tu sei ancora lì a discutere se la coperta è corta o se basta tirarla un altro po’.
Ecco perché la “quadra numerica e politica” è così difficile da trovare: perché la quadra politica in Italia spesso significa accontentare tutti oggi, mentre la quadra numerica significa non far pagare domani interessi e instabilità a chi non ha voce nel vertice di maggioranza. Il ministro dell’Economia, nel suo ruolo, è quello che deve essere impopolare per definizione. Se cede sempre, diventa un passacarte. Se resiste, diventa il bersaglio. Non è un lavoro per chi vuole benevolenza.
Il paradosso è che la gente, fuori dai palazzi, non chiede miracoli. Chiede chiarezza. Chiede che le regole non cambino ogni tre giorni. Chiede che una manovra non sembri una bozza continua. Chiede che, se si parla di pensioni, tasse, sanità, scuola, imprese, si dica una cosa semplice: qual è la priorità, e qual è il sacrificio necessario. Perché una scelta vera funziona così: ti prende qualcosa e ti dà qualcosa. La politica moderna invece spesso vuole vendere solo la parte bella, e scaricare la parte dura su una nota tecnica.
Alla fine questa diatriba racconta una verità vecchia e attualissima: governare non è urlare più forte, è scegliere meglio. E scegliere meglio vuol dire anche avere il coraggio di dire no, di non infilare l’ennesima micro misura “tanto per”, di non trasformare la Legge di Bilancio in un patchwork che regge finché non cambia il vento.
Se vogliamo davvero un Paese più solido, la manovra deve tornare a essere una cosa noiosa, lineare, quasi prevedibile. Lo so, detta così sembra una bestemmia nazionale, ma la stabilità economica è fatta anche di cose noiose. E quando la politica capirà che la credibilità vale più di una bandierina piantata in conferenza stampa, forse smetteremo di riscrivere tutto ogni settimana, come se fosse normale.
Piero Terracina

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