
Quando accendi il TG e senti che “la Russia alla fine vincerà”, dopo quattro anni di stallo militare, non stai ascoltando un’analisi. Stai guardando un format che ha bisogno di un finale semplice, comodo, digeribile. E per arrivarci usa sempre gli stessi trucchi, quelli che funzionano bene in TV e malissimo nella realtà.
Il primo trucco è scambiare il fatto che Mosca non crolli con l’idea che stia vincendo. È una confusione da bar, solo che in studio la dicono con la cravatta. Resistere non significa vincere. Se dopo quattro anni sei ancora inchiodato a conquistare metri pagando un prezzo enorme, senza riuscire a chiudere la partita, non stai dimostrando superiorità. Stai dimostrando che non riesci a sfondare.
Il secondo trucco è trasformare ogni micro avanzata in una svolta. È la magia delle mappe zoomate. Prendono un villaggio, lo ripetono per tre giorni, e te lo vendono come se fosse il colpo decisivo. Poi passa una settimana, cambia il nome del posto, e il fronte è ancora lì. La guerra vera non è il fotogramma. È la somma dei mesi. E quando la somma fa quattro anni senza soluzione, quello non è trionfo. È logoramento.
Il terzo trucco è cambiare la definizione di vittoria mentre ti guardano negli occhi. All’inizio la Russia voleva piegare l’Ucraina e decidere il suo futuro. Non l’ha fatto. Quindi per far sembrare che stia vincendo si sposta l’asticella. Adesso vincere diventa non perdere, logorare, prendere qualcosa, tenere duro. È un gioco di parole, e un gioco di parole, in guerra, serve solo a coprire i limiti.
Poi c’è il trucco più subdolo, quello che sembra tecnico e invece è quasi poesia nera. Il PIL da guerra spacciato per salute. Se pompi l’economia con la spesa militare, il PIL tiene anche mentre il Paese si deforma. È un numero drogato. Produce valore contabile, non benessere. È lavoro che finisce in fumo, investimenti civili compressi, tecnologia più difficile da ottenere, canali più cari e più opachi. Quella non è prosperità. È una macchina che brucia futuro per restare accesa oggi.
E adesso veniamo all’Europa, che molti descrivono come spaventata, paralizzata, sull’orlo della resa. In realtà l’Europa guarda, e sì, in un certo senso sembra quasi divertita, ma è un divertimento amaro. Non è cinismo. È la calma di chi ha capito che questa guerra non si decide con le frasi da comizio, si decide con leve economiche, industriali e finanziarie. E su quel terreno l’Unione Europea non è affatto inerme.
Il cosiddetto magico duo Trump Putin, ormai apertamente ostile all’Europa, prova a venderci l’idea dell’inevitabile. Uno ti tratta da bersaglio ideologico, l’altro ti ricatta con la guerra. Solo che l’Europa non è un pubblico pagante. È un blocco economico enorme, con regole, mercato e strumenti di pressione. Quando smette di inseguire il teatrino e torna al suo mestiere vero, diventa fastidiosa in modo chirurgico.
Quello che fa non è spettacolare, ed è proprio per questo che funziona. Stringe i bulloni. Taglia canali. Rende la guerra più costosa, più lenta, più difficile da alimentare. Non è una bacchetta magica, non spegne tutto in un mese, ma introduce attrito reale. E l’attrito, in una guerra lunga, è un veleno. Non ti abbatte con un colpo, ti consuma.
C’è poi una leva enorme che in TV passa quasi sempre come un dettaglio, quando invece è una pinza. I soldi congelati. Risorse che non tornano a casa quando fa comodo al Cremlino e che diventano, nel tempo, un messaggio chiarissimo. Non è solo una questione morale, è una questione di potere. Quando hai quella presa, sì, di fatto li tieni per i coglioni, perché non è un’opinione. È finanza.
Ecco perché la narrazione del “prima o poi la Russia vince perché è grande” è fatalismo, non strategia. Nel mondo moderno non vince chi urla più forte e non vince chi si racconta più invincibile. Vince chi regge meglio logistica, produzione, tecnologia, alleanze e sostenibilità interna. E soprattutto vince chi riesce a trasformare il campo di battaglia in risultato politico.
Dopo quattro anni di stallo la realtà è nuda. La Russia può ancora fare male, può ancora mordere territorio, può ancora trascinare tutto nel fango. Ma questa non è una vittoria. È un Paese che spreme tutto quello che ha per restare in piedi un altro mese, un altro inverno, un altro titolo di telegiornale.
E qui arriva il punto che molti fingono di non vedere: la Russia è al capolinea. Non nel senso teatrale del “domani crolla”, ma nel senso più concreto e spietato: ha imboccato una strada dove ogni chilometro in avanti costa più del precedente, ogni scelta riduce le alternative, ogni mese di guerra la rende più dipendente, più rigida, più povera di futuro.
Al capolinea significa questo: può ancora muoversi, sì, ma non sta andando verso una vittoria. Sta andando verso una fine. E l’unica cosa che prova a fare, mentre ci arriva, è convincere anche noi che il finale sia già scritto.
Il problema è che quel finale non lo scrive un TG. Lo scrive il tempo. E il tempo, a differenza dei titoli, non fa sconti a nessuno.
Piero Terracina

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