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Milanosport e sfruttamento dei sorveglianti: siamo compagni o caporali?

La vicenda emersa dalle carte della Procura di Milano, come riporta Repubblica, non è solo l’ennesimo caso di sfruttamento lavorativo. È qualcosa di più profondo e, per certi versi, più imbarazzante per una certa parte politica che da anni fa del “salario minimo”, della “dignità del lavoro” e della lotta alla precarietà una bandiera identitaria. Il pm Paolo Storari ha disposto un decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di quattro società di sicurezza – Bbs Security, Crown Security, Solbro (tutte milanesi) e Italia Gruppo Dag – accusate di aver sfruttato decine di lavoratori, retribuiti con compensi che, secondo la Procura, non sono “proporzionati né alla qualità della vita né alla quantità del lavoro prestato, tali da garantire un’esistenza libera e dignitosa”.

di Luca Rampazzo | 14 Dicembre 2025
il sostituto procuratore della Repubblica Paolo Storari

La vicenda emersa dalle carte della Procura di Milano, come riporta Repubblica, non è solo l’ennesimo caso di sfruttamento lavorativo. È qualcosa di più profondo e, per certi versi, più imbarazzante per una certa parte politica che da anni fa del “salario minimo”, della “dignità del lavoro” e della lotta alla precarietà una bandiera identitaria.

Il pm Paolo Storari ha disposto un decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di quattro società di sicurezza – Bbs Security, Crown Security, Solbro (tutte milanesi) e Italia Gruppo Dag – accusate di aver sfruttato decine di lavoratori, retribuiti con compensi che, secondo la Procura, non sono “proporzionati né alla qualità della vita né alla quantità del lavoro prestato, tali da garantire un’esistenza libera e dignitosa”.

Parole pesanti, che richiamano direttamente l’articolo 36 della Costituzione. Ma ancora più pesanti sono i fatti che emergono dalle indagini.

I lavoratori venivano impiegati come vigilantes per una lunga lista di committenti: grandi nomi della distribuzione e della logistica, società immobiliari, centri commerciali. E, tra questi, anche Milanosport, società sportiva dilettantistica partecipata dal Comune di Milano. Un dettaglio tutt’altro che secondario.

Precariato strutturale e paghe da fame

Dalle carte giudiziarie emerge un utilizzo massiccio di lavoratori “intermittenti”: tutti con il livello più basso, tutti a tempo determinato. Una scelta organizzativa che – scrive la Procura – consente di comprimere i salari, frammentando le ore di lavoro e pagando i dipendenti solo per la presenza effettiva. Il risultato? Paghe orarie comprese tra 5,81 e 6,82 euro l’ora.

Retribuzioni che, tradotte nella vita reale, diventano stipendi da fame. Lo raccontano i lavoratori stessi, in un fiume di testimonianze che restituiscono un quadro umano drammatico.

Mohamed parla di 550 euro al mese, insufficienti per pagare l’affitto, comprare da mangiare, aiutare i figli rimasti in Senegal. Racconta la vergogna di aver perso la casa e di non potersi permettere nemmeno un panino. Demetrio dichiara di lavorare in media 350 ore al mese, senza riposi, per paura di perdere il posto. Quando stava male, il consiglio del responsabile era semplice: “fatti una puntura e vai a lavorare”.

C’è poi Stefano, schiacciato dal peso di una famiglia fragile e dai debiti, e Filippo, con tre figli e un mutuo, che ammette senza giri di parole di non avere alternative. Tutti ripetono la stessa frase: “mi trovo in uno stato di bisogno”.

La Procura parla esplicitamente di “vero e proprio sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di numerosissimi lavoratori”, in una situazione di illegalità che deve cessare “al più presto”, perché le retribuzioni sono “sotto la soglia di povertà”.

Il nodo politico che nessuno vuole vedere

Fin qui la cronaca giudiziaria. Ma il punto politico è un altro, ed è impossibile ignorarlo.

Da mesi il Partito Democratico conduce una battaglia martellante sul salario minimo, accusando chiunque non si allinei di voler condannare milioni di lavoratori alla miseria. Una battaglia spesso condotta con toni moralistici, come se esistessero da una parte i “buoni” e dall’altra i “cattivi”, le imprese private viste come il luogo naturale dello sfruttamento.

Poi però accade che una struttura riconducibile al Comune di Milano, amministrato dal centrosinistra, utilizzi – tramite appalto – manodopera che, secondo la Procura, viene sfruttata in modo sistematico. E allora la narrazione si incrina.

Perché un appaltatore pubblico, a maggior ragione se espressione di una cultura politica che si dice “di sinistra”, dovrebbe vigilare più degli altri. Dovrebbe verificare le condizioni contrattuali, le retribuzioni, i carichi di lavoro. Non voltarsi dall’altra parte. Non limitarsi a scaricare ogni responsabilità sul fornitore.

Invece, quando c’è di mezzo il pubblico “amico”, il problema sembra dissolversi. La colpa è sempre e solo delle imprese private. Se invece il committente è una società legata al Comune, allora tutto diventa più sfumato, più comprensibile, più tollerabile.

Compagni o caporali?

La domanda, a questo punto, è inevitabile e scomoda: siamo compagni o caporali?

Perché non si può chiedere il salario minimo in Parlamento e poi accettare che, nei servizi che ruotano attorno al Comune, ci siano lavoratori pagati 5 o 6 euro l’ora, costretti a turni massacranti, senza riposi, in uno stato di bisogno permanente.

Se il salario minimo è una questione morale prima ancora che economica, allora lo è sempre. Anche – e soprattutto – quando riguarda le filiere pubbliche, gli appalti, le società partecipate. Altrimenti resta solo uno slogan buono per i talk show e per le campagne elettorali.

La Procura ha parlato di “situazioni tossiche” da rimuovere. Bene. Ma la politica, quella che ama dare lezioni, dovrebbe forse iniziare da un esame di coscienza. Perché la dignità del lavoro non può essere a geometria variabile. E perché, quando lo sfruttamento passa sotto le bandiere “giuste”, fa ancora più rumore.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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