
Aldilà di quelli che saranno gli esiti della tornata di elezioni regionali di oggi e domani, e che prevedibilmente potrebbero vedere il Veneto confermato al centrodestra e Campania e Puglia al centrosinistra, e di quelli che saranno gli inevitabili strilli dei leader politici (tutti avranno, a loro modo, vinto), gli interrogativi dell’opinione pubblica dovrebbero vertere su alcune questioni di fondo. In primis, quanta gente andrà a votare? Il timore che siano pochi (arriveremo al 50%?) porrà in essere seri dubbi sul funzionamento dei meccanismi democratici di questo paese: meno presenza alle urne significa infatti un minor valore della rappresentanza politica, legittimata sì, costituzionalmente, ma forse meno politicamente da un disinteresse e da una disaffezione in costante aumento. Potremmo parlare ormai di disillusione dei cittadini verso la capacità di rappresentanza di politici e leader.
Una scarsa partecipazione alle urne sarebbe inoltre un segnale di delusione nei confronti delle regioni come istituzioni, l’idea di un ente che poco incide nella vita di tutti i giorni, salvo che per le scelte che provocano il funzionamento (o malfunzionamento) della sanità, la scarsa comprensione di meccanismi elettorali (ogni regione ha una legge diversa) che ci fa sentire meno italiani o cittadini di venti diverse italie.
Di fronte a queste prevedibili questioni, quale sarà la risposta della politica nazionale? Ci saranno la forza e la voglia di rinfocolare il senso della partecipazione alle scelte o si ricorrerà a slogan del tipo più autonomia, “padroni a casa nostra”, “più soldi alle regioni e meno allo stato”?
Io credo che uno dei temi centrali non potrà che essere la riforma della legge elettorale. Ma una riforma vera, che rimetta al centro di tutto il diritto di scelta dei cittadini elettori. Io sarei per il ritorno dei collegi uninominali e delle preferenze, per garantire la valutazione e l’indicazione dei rappresentanti di un popolo sempre meno lieto di scelte calate dall’alto dai leader di turno che garantiscono la più o meno ampia pletore dei propri fedelissimi. Questo sistema cooptativo e familistico non ha prodotto buona politica, non ha contribuito a selezionare i migliori, che sono poi quelli che legiferano sulle nostre teste, che decidono per le nostre vite. Un parlamento o consigli regionali di mediocri altro non fanno che spostare il potere legislativo aumentando a dismisura la forza e l’iniziativa degli esecutivi, che giustificano con urgenza ed emergenza provvedimenti che le camere o i consigli non riescono più a produrre.
Vengono meno equilibri antichi che sono stati la base e le fondamenta della nostra democrazia. Viene meno la qualità istituzionale. Ci impoveriamo tutti. Possibile che non ci si renda conto del rischio che stiamo correndo?
Aspettiamo lunedì e cerchiamo di tenerci saldi. Nelle prossime settimane ne vedremo delle belle.
Leonardo Raito
(da Avantini Online)

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