
È ormai impossibile ignorarlo: negli ultimi 2 anni si è costruita, scientemente, metodicamente, perfidamente la più imponente campagna diffamatoria contro gli ebrei e contro Israele dal 1938, un apparato propagandistico che avrebbe fatto arrossire perfino i professionisti dell’odio dell’Europa pre-bellica.
E ciò che lascia esterrefatti non è solo la violenza del messaggio, bensì la prontezza con cui il mondo “informato” ha creduto, senza fiatare, alle cifre vomitate dal cosiddetto “Ministero della Salute” di Hamas un’entità che, se non fosse tragica la posta in gioco, parrebbe uscita da una caricatura grottesca di Orwell.
Settantamila morti.
Ripeto: 70.000.
E la cifra, ripetuta come un mantra, ha immediatamente assunto il rango di verità rivelata.
Ma fermiamoci un istante, respiriamo, e proviamo a immaginare cosa significhi davvero 70.000 cadaveri.
Una cifra simile equivale a un corpo ogni mezzo metro, stesi in fila continua per trentacinque chilometri.
Eppure, miracolosamente, non si trovano le fosse comuni, non si vedono le distese di corpi, non emergono immagini satellitari, documenti verificabili, nomi, certificati, niente, il deserto assoluto delle prove.
A dispetto della tecnologia più invasiva e capillare della storia umana, ci viene chiesto di credere che 70.000 corpi possano dissolversi nel nulla, senza tracce, senza necropoli improvvisate, senza alcun segno tangibile di ciò che sarebbe la più grande tragedia del Medio Oriente contemporaneo.
E tutto questo mentre gli stessi che pretendono rigore su ogni virgola quando si tratta di Israele, gli stessi che dubitano perfino del numero dei razzi sparati su civili israeliani in un dato pomeriggio, improvvisamente sospendono ogni criterio, aderendo con una fede quasi religiosa ai comunicati dell’organo sanitario di un gruppo terroristico che, a rigor di logica, non ha mai avuto palesemente alcun interesse a dire la verità.
È come se l’Occidente avesse deciso di tornare indietro nel tempo, di riaprire i libri che credevamo chiusi nel 1945 e di riscriverli con la stessa grammatica infetta che portò ai roghi, ai boicottaggi, alle leggi razziali.
Si ripete il copione di sempre: l’ebreo come imputato universale, Israele come simbolo negativo assoluto e tutto questo edificato su numeri inesistenti, figure inventate, accuse mai dimostrate.
C’è qualcosa di più grave della menzogna: la menzogna accettata con entusiasmo, la menzogna desiderata, la menzogna che gratifica moralmente.
E in questi mesi abbiamo assistito proprio a questo: non a un errore, non a un fraintendimento, ma a un rituale collettivo, una catarsi dell’odio che trova negli ebrei il bersaglio più comodo, più antico, più disponibile.
Che piaccia o no, la storia registra.
E registrerà anche questo: che nel 2023–2024 il mondo ha scelto di credere più volentieri a una milizia jihadista che alla realtà verificabile; che ha preferito la fiaba macabra dei 70.000 morti a un’analisi minima dei fatti; e che ancora una volta, come nel 1938 ha trasformato gli ebrei nel bersaglio simbolico su cui scaricare la colpa universale.
David Pacifici

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