
Descrivendo i nuovi concerti che Paul McCartney ha aggiunto al tour iniziato nel 2022 e significativamente intitolato Got Back, Enzo Mazzeo ha scritto su Rolling Stone del 12 ottobre scorso che l’83enne Paul è ancora in forma smagliante: “con la quarta [data] ad Albuquerque, New Mexico, alla quale ho presenziato” – ha scritto Enzo Mazzeo – “posso ribadirlo con certezza: Paul McCartney è una leggenda, certo, ma soprattutto è un artista capace ancora di fare la differenza, soprattutto dal vivo”.
Apprendo con piacere che canta e suona addirittura sei strumenti. E doppiamente lieto se ripenso alla leggenda metropolitana (anzi la più famosa delle leggende metropolitane) che 56 anni fa, nel 1969, annunciava una morte misteriosa.
All’epoca, infatti, si diffuse la leggenda che Paul McCartney, morto in un incidente d’auto, sarebbe stato sostituito da un sosia e che nelle canzoni dei Beatles sarebbero stati celati indizi rivelatori.
La leggenda, una delle più famose dei nostri tempi, ebbe origine in Gran Bretagna ma fu riportata da alcuni media americani, in specie da una nota emittente radio di Detroit, e si propagò a macchia d’olio. Nacque la teoria PID, acronimo per Paul is dead, secondo la quale ascoltando al contrario alcune canzoni si potevano trovare inquietanti allusioni.
Si sosteneva, ad esempio, che se si ascoltava en reverse la canzone Yesterday si sarebbe sentito dire “c’è un’ombra che incombe su di me”. E in Help! sempre en reverse si sarebbe udita una frase sull’assenza di un Beatle. Ma questi brani sono del 1965, quindi il fantomatico incidente dovrebbe essere anche retrodatato.
Più intriganti altri indizi nel concept disc Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band del 1967. Ad esempio, nel brano A Day in the Life, ascoltandola al contrario, si sentirebbero le parole “Paul è morto”.
Ma in Sgt. Pepper’s, a sollecitare la ricerca di indizi fu soprattutto la copertina, un capolavoro della pop art che, secondo le teorie PID, conterrebbe molte allusioni.
Ne citiamo alcune: sulla destra in basso, una bambola ha in mano un modellino di Aston Martin, la stessa auto di Paul, ma il modellino avrebbe un interno rosso sangue (però è davvero difficile scorgerlo!). Poi, al centro della scena, vediamo Paul ritratto frontalmente mentre gli altri tre Beatles, ripresi lateralmente, appaiono più tridimensionali, e questo, secondo alcuni, significherebbe che lui è morto.
Addirittura, altri sostengono che Paul venga sorretto da George Harrison e da Ringo Starr e che le aiuole fiorite nella parte bassa siano state assimilate a un cimitero.
Più suggestivo il richiamo a una mano alzata sopra la testa di Paul che – si è detto – sarebbe un simbolo di morte in alcune culture orientali. Inoltre, sulla sinistra si trovano immagini dei quattro Beatles in abiti scuri, come se presenziassero a un funerale. Le quattro figure sembrano guardare verso il basso, rivolte a una presunta “tomba”. Da notare che nell’immagine sul retro della copertina Paul è l’unico del quartetto ripreso di spalle.
Altre ipotesi riguardano l’album Revolution del 1968, dove, sempre en reverse, si sentirebbero le parole “morto” e “tiratemi fuori” (dai rottami dell’auto), mentre in un rumore di fondo sarebbe stato individuato uno stridore di freni. Coincidenze, ovviamente, che hanno un senso se lo si vuole trovare.
Districarsi tra decine e decine di presunti segnali è davvero difficile. Mi sono limitato a citarne alcuni in via esemplificativa. Merita però rilevare che i sostenitori della teoria PID dovrebbero anche spiegare come sarebbe stato possibile trovare un sosia con un talento musicale così spiccato da proseguire alla grande la carriera di compositore e di esecutore con straordinarie canzoni anche da solista. E se avesse avuto questo talento, perché non avrebbe scelto di perseguire il successo con la sua vera identità?
Ma il più famoso dei presunti “indizi” è la copertina di Abbey Road del 1969, l’ultimo album registrato dai Beatles. Le coincidenze sono davvero intriganti.
I quattro attraversano le strisce pedonali in fila indiana. McCartney, però, è a piedi scalzi e questo è stato considerato un segnale di morte (per di più ha anche gli occhi chiusi). Anzi, si è detto che l’intera scena sarebbe stata una parafrasi di un corteo funebre: Lennon vestito di bianco (il sacerdote) seguito da Ringo Starr vestito di nero come le persone che portano la bara. A chiudere il corteo George.
Inoltre, Paul è l’unico fuori passo. Gli altri tre hanno avanti la gamba sinistra, lui la destra, quasi a simboleggiare che ormai era estraneo al gruppo… e simbolo di estraneità da se stesso veniva dichiarato il fatto che tenesse una sigaretta con la destra sebbene sia mancino… ma potrebbe benissimo essere che tenendola con la sinistra non sarebbe apparsa nella foto.
È stato poi osservato che nel VW Maggiolino parcheggiato sul lato sinistro la targa è LMW 28IF e questo vorrebbe dire “28 if…”, ovvero “28 anni se fosse ancora vivo”. Ebbene, è stato rilevato che nel 1969 Paul aveva 27 anni, non 28. Allora è stato replicato che in alcune culture si calcola l’età dal concepimento (e vabbè, ma allora si può sostenere tutto, proprio tutto). Tra l’altro, nell’auto nera parcheggiata sulla destra si è voluta vedere una somiglianza con un carro funebre.
La ricerca di indizi è stata senza posa per 50 anni. Si è arrivati a dire che nella grancassa in Sgt. Pepper’s, leggendo la scritta che è al centro con uno specchio che la tagli a metà, si leggerebbe “I ONE I HE DIE”, una sorta di rebus per dire “1+1+1” e “egli è morto”.
Poi il quesito finale. Se si voleva occultare l’incidente e mantenere rigorosamente il segreto, perché allora sarebbero stati disseminati indizi? Alcuni sostengono che questi messaggi occulti esorcizzassero una sorta di complesso di colpa per non aver reso a Paul adeguati onori funebri. Per altri sarebbero stati indizi involontari: una sorta di lapsus freudiano.
Ma adesso, scrollandoci di dosso la leggenda sulla quale lo stesso Paul ironizzò dicendo che se fosse morto sarebbe stato l’ultimo a saperlo, facciamo di nuovo i complimenti al grandissimo Paul McCartney per Got Back e l’augurio di molti nuovi successi.
Gabriele Parenti
P.S. La bibliografia su questo argomento è amplissima, in quanto se ne parla sia in molti libri sui Beatles, sia in quasi tutti quelli che trattano di leggende metropolitane.

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