
Il recente furto dei gioielli del Louvre presenta analogie circa le modalità di esecuzione con il più sensazionale furto di opere d’arte della storia, quello della Gioconda avvenuto nel 1911. Altrettanto notevoli, invece, le difformità circa le motivazioni che ne sono state alla base.
Le analogie riguardano l’audacia e la disinvolta semplicità dell’esecuzione. Sappiamo che nel furto dei gioielli di Napoleone, avvenuto il 19 ottobre scorso, i malviventi hanno indossato un giubbetto giallo come gli operai di un cantiere lì vicino e – come si legge nel comunicato Ansa – hanno usato una camionetta munita di montacarichi per arrivare a una finestra del primo piano in corrispondenza della Galleria di Apollo.
In quello della Gioconda, Vincenzo Peruggia, un italiano residente in Francia che aveva lavorato al museo come decoratore, la mattina del 21 agosto (era un lunedì, giorno di chiusura del Louvre), dopo essere entrato da un ingresso di servizio, tolse il quadro dalla teca di vetro (che lui stesso aveva contribuito a realizzare) e se lo infilò sotto la giacca, soluzione non facile perché la Gioconda non è dipinta su tela ma su tavola, ma non impossibile dato che misura “solo” 77 centimetri per 53.
Poi tornò a casa, senza dare nell’occhio. Uscì di nuovo qualche tempo dopo e si fece notare dalla portinaia alla quale disse che quella mattina si era svegliato tardi, perché la sera prima aveva fatto festa con gli amici in un bistrot.
Circa le motivazioni, il furto del 19 ottobre scorso è stato subito considerato di tipo “tradizionale”, ovvero su commissione oppure per rivendere le pietre dei gioielli separatamente.
Peruggia, invece, commise il furto perché riteneva che la Gioconda fosse stata portata in Francia come bottino di guerra e intendeva restituirla all’Italia.
Per questo, dopo aver atteso che si calmassero le acque, due anni dopo si recò a Firenze. Prese alloggio in un albergo di via Panzani e avvisò gli Uffizi a cui intendeva restituirlo. Arrivarono invece i carabinieri e lo arrestarono.
La Gioconda fu resa al Louvre che, in segno di riconoscenza, consentì che fosse esposta a Firenze e a Roma. Poi fu riportata a Parigi con un treno speciale. Alla Gare de Lyon fu accolta dalle massime autorità: dal Presidente della Repubblica, dal Capo del Governo. Vincenzo Peruggia, processato a Firenze, ripeté che aveva commesso il furto per ragioni patriottiche e anche perché i francesi umiliavano gli emigranti italiani. Solo nel corso delle udienze apprese che la Gioconda non era tra le opere d’arte “razziate” da Napoleone, ma era stata portata in Francia dallo stesso Leonardo che l’aveva venduta al re Francesco I nel 1517 per quattromila scudi d’oro.
Nei giorni del processo sorse una corrente d’opinione favorevole al Peruggia che ebbe vasta eco nella stampa, anche perché si era in un momento in cui fra Italia e Francia c’erano tensioni per le questioni coloniali.
Il tribunale concesse le attenuanti ma emise una condanna a un anno e quindici giorni di reclusione, ridotti poi ad alcuni mesi. Qualche anno dopo tornò in Francia dove evidentemente non si intendeva più perseguirlo…
Si racconta che a Parigi firmava cartoline della Gioconda e che un giorno portò la moglie al Louvre a vedere il celebre dipinto. Morì d’infarto nel 1925 ormai pienamente riabilitato.
Assai meno romantici gli attuali ladri del Louvre. E anche di altri furti precedenti.
La rivista americana ArtNews ha stilato una classifica dei 25 furti d’arte più sensazionali: da quelli complicati e ingegnosi a quelli semplici e audaci.
Tra quelli più éclatants, il furto dell’Urlo di Munch avvenuto due volte. Più precisamente sono state sottratte e poi recuperate due diverse versioni del dipinto. Una, esposta alla Galleria nazionale di Oslo, è stata rubata il 12 febbraio 1994 nella giornata d’inaugurazione delle Olimpiadi invernali (sembra che il furto fosse avvenuto in un tempo record: nemmeno un minuto, e si narra che i ladri lasciarono un bigliettino con scritto «mille grazie per la scarsa sicurezza»). Poi l’opera fu recuperata in un albergo. L’altra versione, che si trova al Museo Munch, fu rubata nel 2004 e recuperata due anni dopo.
Anche la “Saliera di Cellini” fu oggetto di un furto clamoroso. Rubata a Vienna nel 2003, fu chiesto un ingente riscatto ma fu poi fortunosamente ritrovata in un bosco nel 2006. Il 20 gennaio fu trovato un pezzo: il tridente di Nettuno (una delle due figure che sovrastano la saliera). Alcuni giorni dopo, in una scatoletta, fu rinvenuto l’intero gioiello di oreficeria, alto appena 26 cm.
I Papaveri di van Gogh, un olio su tela di 65 x 54 cm (1887), è stato rubato due volte: la prima nel 1978, poi ancora nel 2010. Dopo questa seconda sparizione, se ne sono perse le tracce. Valore stimato 50 milioni di euro.
Ma il furto di maggior valore è probabilmente quello del Giardino in fiore di Claude Monet e di altri quadri di Cézanne, Degas e van Gogh. Furono rubati nel 2008 da una banda di ladri al Museo d’Arte di Zurigo. Il valore stimato era di oltre 130 milioni di dollari.
Nel 1997 scomparve dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza il Ritratto di Signora di Gustav Klimt. Gli investigatori trovarono solo la cornice sul tetto, forse una via di fuga, forse un depistaggio. Dopo 22 anni, nel 2019, sorprendentemente, il quadro fu rinvenuto in una botola nel giardino del museo.
Romanzesco anche il furto al Museo d’Arte Moderna di Parigi, di cui l’autore Vjeran Tomic durante il processo raccontò molti dettagli. Disse che, mentre passeggiava lungo la Senna, vide che le finestre del museo erano simili a quelle di un appartamento in cui era entrato. Così, la notte del 20 maggio 2010, forzò una finestra, prese cinque dipinti, fra i quali il ritratto di Lunia Czechowska eseguito da Modigliani, quadri di Picasso, Matisse, Braque. Valore complessivo 100 milioni di euro.
Infine, sempre ArtNews riporta un colpo fatto da due “dilettanti” che entrarono nel Museo di Città del Messico – come si vede in vari film – attraverso il condotto di aerazione. Portarono via oltre 100 opere d’arte, per lo più sculture, fra cui una splendida maschera mortuaria Maya di giada. Ma furono ben presto scoperti e arrestati, e la refurtiva recuperata. A questa vicenda si è ispirato il film Museo – Folle rapina a Città del Messico del 2018.
Gabriele Parenti

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