
La voglio chiamare perquello che per me rappresenta: una finta.
Mentre l’IDF si ritira a fisarmonica, pronta a riavanzare dentro Gaza, i miliziani di Hamas sono rispuntati dai cunicoli come se nulla fosse e hanno iniziato a regolare i conti in strada. Esecuzioni a sangue freddo, avvertimenti in chiaro per chiunque osi dissentire, con tanto di prove filmate e fotografiche. È il marchio di fabbrica di un gruppo che non ha mai nascosto la sua natura armata e che ieri ha ribadito di non voler deporre le armi. Se questo è il clima, spiegatemi dove ci dovrebbe essere la tregua.
Intanto Israele ha iniziato a liberare centinaia di detenuti gazawi arrestati per terrorismo. Degli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre di due anni fa, neanche l’ombra. Si dice che li stiano cercando, dicono che non si conoscano i luoghi dei cadaveri, né dove siano occultati i pochi vivi. Gli israeliani aspettano, sospesi tra rabbia e speranza, per riabbracciare quel poco che resta dopo il pogrom di due anni fa.
Domani dovrebbero comparire in Egitto delle firme su quella che viene presentata come una tregua. Ma al tavolo, in realtà una passerella per coloro che salgono sul carro di Trump, oramai completamente in preda ai propri deliri di grandezza, mancherebbero proprio i protagonisti del conflitto: Israele e Hamas. Ammesso, peraltro, che una nazione riconosciuta dalla comunità internazionale abbia l’obbligo di mettersi a trattare con dei terroristi sanguinari. La domanda sorge quindi spontanea: se gli attori principali non ci sono, di che accordo stiamo parlando? Ci sono delle sagome, ma i contorni continuano a rimanere un mistero. Il quadro resta sfocato: mancano meccanismi, tempi, garanzie, verifiche. Un testo senza spina dorsale non costruisce futuro.
Quello che maggiormente inquieta è che ci si accontenta della passerella. Si cercano titoli facili, si confeziona la grande foto, si inaugura la narrativa del giorno. Perfetto per i talk, perfetto per chi ha bisogno di intestarsi un risultato. Peccato che sul terreno la grammatica sia diversa. In Medio Oriente i comunicati non spostano i rapporti di forza, li spostano le scelte reali. E una tregua, per esistere, ha bisogno di tre cose semplici: silenzio delle armi, ritorno degli ostaggi, disarmo dei gruppi che campano di guerra. Oggi non c’è niente di tutto questo.
La storia dell’area insegna. Ogni volta che si è provato a cucire senza togliere l’ordito violento, la stoffa si è strappata di nuovo. Ogni pausa non blindata si è trasformata in ricarica di proiettili e propaganda. Chi conosce i martiri di queste terre sa che senza smilitarizzazione vera di Hamas la ripresa degli scontri è una clessidra rovesciata. È solo questione di tempo.
Servirebbe quella lucidità che manca da sempre. Una tregua non è uno slogan, è un meccanismo. Prevede passaggi misurabili, scadenze, sorveglianza terza, corridoi umanitari che non diventino corsie preferenziali per traffici d’armi, ritorni a casa verificati, uno schema di sicurezza che valga per tutti. Senza questo, i “domani” sono fumo. E quando c’è fumo, sotto c’è fuoco.
Si può giocare con gli specchi e far credere che la foto del taglio del nastro equivalga alla realtà sul campo. Ma la realtà è che lì si muore, e si muore in fretta. E che una firma senza i firmatari è un atto mancato. Se domani in Egitto vedremo sorrisi e strette di mano, bene, applausi pure. Ma finché Hamas resta armato e operativo, finché gli ostaggi non tornano, finché non esiste un controllo serio su chi spara e su chi entra ed esce dai valichi, questa non è pace, ammesso che si possa parlare di pace con un gruppo terroristico, il che, solo a pensarci, suona come una bestemmia.
Non c’è bisogno di frasi solenni. Basta una domanda secca, la più onesta. Si può chiamare tregua un accordo in cui chi ha ucciso ieri dice che continuerà a combattere domani? Se la risposta è no, allora smettiamo di confondere il palcoscenico con la storia e torniamo alle basi. Disarmo reale. Ostaggi a casa. Regole chiare e controllate. Altrimenti si sta parlando del nulla.
Piero Terracina

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