
Spegniamo la TV e facciamo una bella abluzione nel sano realismo. Il cosiddetto accordo su Gaza è stato presentato come la svolta, ma i dettagli continuano a essere assolutamente nebulosi e opachi. Lo scambio ostaggi e detenuti è palesemente sbilanciato al limite del paradosso: una cinquantina di ostaggi israeliani tra vivi e salme da una parte, quasi duemila dall’altra, una sproporzione inspiegabile e politicamente inquietante. Nel pacchetto c’è anche un riposizionamento dell’esercito israeliano, raccontato come ritiro, che in realtà somiglia più a un passo indietro tattico che a un abbandono della Striscia. Tradotto: la mappa cambia, il controllo resta.
Sul fronte Hamas nessuno parla davvero di disarmo. Non sembra esserci l’intenzione di lasciare la Striscia, non c’è un piano credibile per mettere i fucili a terra. Quello sul tavolo, al massimo, è un cessate il fuoco condizionato, una pausa per tirare il fiato e capire se i meccanismi reggono oltre i comunicati, il tutto ridotto a uno scambio di prigionieri e a un ritiro parziale da parte dell’IDF. La pace è un’altra cosa.
Subdolamente, intorno al contesto, si muove un Occidente in posa. Si sprecano dichiarazioni compiacenti, ci si accalca sotto il podio di Trump, oramai in una bolla autoreferenziale e deflagrante, considerando che nel suo immaginario lui è stato colui in grado di far terminare otto guerre, e si sussurra perfino di Nobel per la Pace. Intanto i mercati fanno da traduttori simultanei: il dollaro scivola, l’oro buca quota quattromila dollari l’oncia. I listini, quando fiutano il fumo, smettono di applaudire. Non comprano promesse, chiedono fatti.
In Israele la società è tesa come una corda. C’è chi non accetta scambi così sbilanciati e chi guarda solo al ritorno a casa degli ostaggi. Dall’altra parte Hamas ha bisogno di far vedere che non ha ceduto nulla di vitale. È un ponte tibetano. Si passa uno alla volta, guardando avanti, con il vuoto sotto.
Nel frattempo la guerra russo ucraina scivola fuori dal campo visivo collettivo. I droni che ronzano sul confine orientale europeo sono oramai una prassi costante, senza firma chiara, perfetta per alimentare incertezza e lasciare i governi appesi al filo della prossima notifica.
Restano tre domande semplici. Chi controlla davvero il territorio quando la fanfara si spegne. Chi garantisce che gli ostaggi tornino tutti, vivi e morti, senza nuovi ricatti a valle. Chi scrive e fa rispettare il capitolo su disarmo e governance, l’unico che trasformi una tregua in un inizio di ordine. Finché queste risposte non saranno pubbliche, chiare e verificabili, la chiameremo per quello che è: un baratto doloroso, non la fine della guerra. Alla prossima puntata, sigla e stacchetto, in pieno Beautiful style, tanto per omaggiare ossequiosamente il “cotonato” della Casa Bianca.
Piero Terracina

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