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Gaza: applausi, ma la pace non c’è

Spegniamo la TV e facciamo una bella abluzione nel sano realismo. Il cosiddetto accordo su Gaza è stato presentato come la svolta, ma i dettagli continuano a essere assolutamente nebulosi e opachi. Lo scambio ostaggi e detenuti è palesemente sbilanciato al limite del paradosso: una cinquantina di ostaggi israeliani tra vivi e salme da una parte, quasi duemila dall’altra, una sproporzione inspiegabile e politicamente inquietante. Nel pacchetto c’è anche un riposizionamento dell’esercito israeliano, raccontato come ritiro, che in realtà somiglia più a un passo indietro tattico che a un abbandono della Striscia. Tradotto: la mappa cambia, il controllo resta.

di Piero Terracina | 10 Ottobre 2025

Spegniamo la TV e facciamo una bella abluzione nel sano realismo. Il cosiddetto accordo su Gaza è stato presentato come la svolta, ma i dettagli continuano a essere assolutamente nebulosi e opachi. Lo scambio ostaggi e detenuti è palesemente sbilanciato al limite del paradosso: una cinquantina di ostaggi israeliani tra vivi e salme da una parte, quasi duemila dall’altra, una sproporzione inspiegabile e politicamente inquietante. Nel pacchetto c’è anche un riposizionamento dell’esercito israeliano, raccontato come ritiro, che in realtà somiglia più a un passo indietro tattico che a un abbandono della Striscia. Tradotto: la mappa cambia, il controllo resta.

Sul fronte Hamas nessuno parla davvero di disarmo. Non sembra esserci l’intenzione di lasciare la Striscia, non c’è un piano credibile per mettere i fucili a terra. Quello sul tavolo, al massimo, è un cessate il fuoco condizionato, una pausa per tirare il fiato e capire se i meccanismi reggono oltre i comunicati, il tutto ridotto a uno scambio di prigionieri e a un ritiro parziale da parte dell’IDF. La pace è un’altra cosa.

Subdolamente, intorno al contesto, si muove un Occidente in posa. Si sprecano dichiarazioni compiacenti, ci si accalca sotto il podio di Trump, oramai in una bolla autoreferenziale e deflagrante, considerando che nel suo immaginario lui è stato colui in grado di far terminare otto guerre, e si sussurra perfino di Nobel per la Pace. Intanto i mercati fanno da traduttori simultanei: il dollaro scivola, l’oro buca quota quattromila dollari l’oncia. I listini, quando fiutano il fumo, smettono di applaudire. Non comprano promesse, chiedono fatti.

In Israele la società è tesa come una corda. C’è chi non accetta scambi così sbilanciati e chi guarda solo al ritorno a casa degli ostaggi. Dall’altra parte Hamas ha bisogno di far vedere che non ha ceduto nulla di vitale. È un ponte tibetano. Si passa uno alla volta, guardando avanti, con il vuoto sotto.

Nel frattempo la guerra russo ucraina scivola fuori dal campo visivo collettivo. I droni che ronzano sul confine orientale europeo sono oramai una prassi costante, senza firma chiara, perfetta per alimentare incertezza e lasciare i governi appesi al filo della prossima notifica.

Restano tre domande semplici. Chi controlla davvero il territorio quando la fanfara si spegne. Chi garantisce che gli ostaggi tornino tutti, vivi e morti, senza nuovi ricatti a valle. Chi scrive e fa rispettare il capitolo su disarmo e governance, l’unico che trasformi una tregua in un inizio di ordine. Finché queste risposte non saranno pubbliche, chiare e verificabili, la chiameremo per quello che è: un baratto doloroso, non la fine della guerra. Alla prossima puntata, sigla e stacchetto, in pieno Beautiful style, tanto per omaggiare ossequiosamente il “cotonato” della Casa Bianca.

Piero Terracina

Pubblicato in : Editoriale, Esteri, Non sanno quello che diconoTag: conflitto palestinese, gaza, ISLAM, Onu, Palestina, striscia di gaza, Tv

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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