
L’altro ieri l’Italia si è fermata per Gaza. Grandi manifestazioni di lavoratrici, lavoratori e studenti, promosse dai sindacati di base e intrecciate con le iniziative della CGIL dei giorni precedenti, hanno riempito piazze e strade. È come se un sentimento di umanità, ancora vivo in molti, avesse deciso di ribellarsi e di dire che la devastazione prodotta dal genocidio di Gaza nelle menti e nei cuori non ci lascia indifferenti né inattivi.
Posso sbagliarmi, ma abbiamo assistito a un passaggio storico: una presa di parola collettiva, un risveglio, l’inizio di una lotta che non si fermerà.
Gaza è il teatro del più feroce genocidio dalla Seconda guerra mondiale; ed è anche un simbolo. Incarna l’ipocrisia di un sistema politico, sociale ed economico occidentale che a parole difende i diritti umani e nei fatti li calpesta, in nome di un nazionalismo colonialista e razzista capace di scagliarsi, senza alcun limite—né etico né di mezzi—su una popolazione inerme, ridotta alla miseria e alla fame.
Mai si era visto, per intensità e durata, un esercito tra i più armati del mondo che ponga come obiettivo esplicito l’attacco ai civili, ai bambini, alle donne—come ha osservato Massimo Cacciari. Se davvero si fosse voluto colpire i terroristi di Hamas, responsabili dell’infame strage del 7 ottobre, le azioni sarebbero state diverse e mirate: basate sull’intelligence e sulla capacità di neutralizzare con precisione i nemici. Quando hanno voluto, gli israeliani hanno dimostrato di saperlo fare.
In realtà, dietro l’ideologia nazionalista e aggressiva della “Grande Israele” agiscono interessi economici dettati da logiche brutali di profitto, ormai dichiarate senza pudore: la Striscia di Gaza come “miniera d’oro immobiliare”, secondo il ministro delle Finanze israeliano, in linea con l’approccio già tracciato da Trump. Questo comporta lo spostamento forzato dei palestinesi verso il Sud di Gaza e il mantenimento di un regime di apartheid per disporre di una riserva di manodopera a basso costo, sfruttata per accrescere i guadagni di pochi. Profitti costruiti sulle macerie e sul sangue degli innocenti, con il lavoro di masse prive di diritti sociali e politici.
Nelle manifestazioni di ieri e dei giorni scorsi si è colta una consapevolezza netta del livello di disumanità raggiunto dal sistema globale in cui viviamo e, insieme, la volontà di affermare solidarietà, pace, giustizia sociale, rispetto per tutte e tutti, aiuto per chi soffre ed è ai gradini più bassi della scala sociale. Questo è, a mio avviso, il fondamento—anche sentimentale—che ha mosso quelle piazze. E non sembra destinato a svanire; al contrario, tende ad alimentarsi, trovando ogni giorno nuove ragioni nella realtà economica e sociale del capitalismo che viviamo.
Gli atti di violenza danneggiano questo movimento più di ogni altra cosa: offrono armi da sfruttare agli avversari politici e diventano l’apertura di telegiornali e stampa meloniani. La violenza di pochi facinorosi a Milano è indegna e va condannata senza remore, sul piano politico e morale.
Con la mobilitazione pacifica, la lotta popolare e il voto possiamo sconfiggere il disegno reazionario della destra estrema italiana e le pulsioni autoritarie e antisociali di un governo che colloca l’Italia dalla parte di Trump e, nei fatti, di Netanyahu, gettando un’ombra sui valori e i principi della Carta Costituzionale.
Enrico Rossi

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