
Il ricordo di un maestro che ha fatto dell’indipendenza intellettuale la sua bussola professionale.
Tre anni. È il tempo trascorso da quando Nicola Cariglia ci ha lasciati, portando con sé una concezione del giornalismo che oggi rischia di apparire fuori tempo. Settantanove anni vissuti all’insegna di una coerenza che non conosceva compromessi, di un’onestà intellettuale che non ammetteva deroghe.
Ho avuto il privilegio di lavorare al suo fianco negli anni della mia formazione professionale. Cariglia non era un mentore indulgente: pretendeva rigore, detestava le scorciatoie, rifuggiva le mezze verità. “Prima i fatti, poi le opinioni”, ripeteva. “Ma quando esprimi un’opinione, assumitene la piena responsabilità. Non nasconderti dietro le parole degli altri.”
La sua carriera in Rai, iniziata nel 1970, attraversa quattro decenni di storia italiana: dalla direzione esteri agli incarichi di vertice nelle sedi di Pescara e Firenze, fino al ruolo di vicedirettore di Rai International. In ogni posizione, la stessa impronta: servizio pubblico senza servilismi, informazione senza calcoli di opportunità politica.
Ricordo la sua avversione per le interviste compiacenti. “Sono articoli scritti da altri”, diceva con quel suo sorriso ironico che mascherava una critica feroce al giornalismo servile. Per lui, delegare la responsabilità della narrazione equivaleva a tradire il lettore. Un principio che applicava anche quando, negli anni Ottanta, ricoprì il ruolo di vicesindaco di Firenze nella giunta Bogianckino e poi la presidenza dell’aeroporto di Firenze: la politica come servizio, mai come palcoscenico.
Il fratello Antonio, segretario nazionale del Psdi dal 1988 al 1992, condivideva con lui questa visione etica della cosa pubblica. Una famiglia che ha fatto dell’impegno civile una tradizione, della coerenza un metodo di lavoro.
Oggi, scorrendo le pagine di PensaLibero.it (il giornale che porta avanti la sua eredità intellettuale sotto la direzione di Cesare Mannucci e con il sostegno di Grazia Carifi, sua moglie e per decenni pilastro dell’Ansa) ritrovo quella stessa impostazione: analisi rigorosa, opinioni motivate, rispetto per l’intelligenza del lettore. Non è nostalgia, è necessità.
Cariglia mi incoraggiò a scrivere editoriali quando io stessa dubitavo delle mie capacità. “La tua opinione ha valore solo se nasce da un’analisi onesta dei fatti”, mi ripeteva. “Non cercare il consenso, cerca la verità.” Era un maestro esigente, capace di demolire un pezzo con una frase, ma sempre costruttivo nelle sue critiche. Non cercava allievi, formava giornalisti.
In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione digitale, dalla caccia al click, dalla polarizzazione del dibattito pubblico, il suo esempio suona come un richiamo all’ordine professionale. Ci ricorda che il giornalismo ha una funzione sociale precisa: informare i cittadini fornendo loro gli strumenti per formare le proprie opinioni. Non influenzare, non manipolare, non assecondare. Informare.
La sua scomparsa, il 20 settembre 2022, ha privato il giornalismo italiano di una voce che non si piegava alle mode, alle pressioni, agli interessi di parte. La cerimonia nella Basilica di San Miniato, dove Firenze lo ha salutato per l’ultima volta, è stata il riconoscimento di una città a un uomo che aveva servito l’informazione con onore.
Tre anni dopo, la sua lezione più importante resta attuale: il giornalismo è un servizio pubblico che richiede indipendenza di giudizio, rigore nell’analisi, coraggio nell’esporre le proprie opinioni. Qualità rare, difficili da praticare in un mercato dell’informazione sempre più condizionato da logiche commerciali e politiche.
Mentre scrivo queste righe, sento il peso di quella responsabilità che lui mi ha trasmesso: raccontare i fatti senza piegarli alle convenienze, esprimere opinioni senza cercare l’applauso facile. È un’eredità che mi commuove e mi impegna. Perché Nicola Cariglia non ha formato solo giornalisti: ha formato coscienze professionali.
Il suo ricordo non è celebrazione retorica, è impegno quotidiano. Ogni volta che resisto alla tentazione del compromesso, ogni volta che scelgo la precisione sulla velocità, ogni volta che antepongo la verità al consenso, onoro la sua memoria.
Grazie, Nicola. La tua scuola continua.
Daniela Piesco

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