
Se vuoi capire perché tanti, guardando alla storia, descrivono l’Italia come il paese più comunista d’Europa fuori dal blocco sovietico, devi tenere insieme tre fili che si intrecciano per decenni: il peso dei partiti e del voto, la rete di influenza politico culturale, l’energia che scorreva da Est alle nostre case. Solo così si capisce perché Roma fu per anni il terreno preferito del Cremlino in Occidente.
Il primo filo è elettorale. Il Partito Comunista Italiano è stato il più grande dell’Occidente. Nel 1976 arrivò a sfiorare la Democrazia Cristiana. Non era folclore ideologico, ma potere reale: amministrazioni solide nelle regioni cosiddette rosse, cooperative, sindacati, case del popolo, una trama fittissima capace di organizzare consenso e servizi. L’egemonia non stava solo nei comizi, ma nella quotidianità.
Il secondo filo è l’influenza. Per Mosca l’Italia era una vetrina dentro la NATO, grande, strategica, con un partito di massa. Documenti declassificati e inchieste successive hanno parlato di sostegni finanziari, contatti, operazioni e cassa di risonanza mediatica. Non un’impressione, ma una struttura che lavorava nel lungo periodo. Dall’altra parte dell’Atlantico nessuno stava a guardare: piani, campagne, contro influenze. L’Italia era un fronte caldo, non un capitolo di contorno.
Il terzo filo è l’energia. Dagli anni Settanta il gas sovietico cominciò ad arrivare in modo stabile. Contratti di lungo periodo, infrastrutture dedicate, una dipendenza che toccava famiglie e industrie. L’energia non vota, ma orienta. Quando il tuo riscaldamento dipende da una valvola a est, quell’est entra nella tua agenda. È la geopolitica che scivola nella caldaia, molto prima che nei talk show.
Intanto la politica cambiava pelle. Il PCI rivendicò una via autonoma, l’eurocomunismo, e trattò il compromesso storico. La distanza dottrinaria da Mosca si allargò, ma l’attrazione gravitazionale restò forte per quadri, reti internazionali e capacità organizzativa. Ne uscì un paradosso tutto italiano: un partito comunista pienamente parlamentare e radicato nelle istituzioni locali, e allo stesso tempo la scommessa più seria del Cremlino per spostare a sinistra l’asse dell’Europa occidentale.
Poi il Muro cadde e con lui un’epoca. Il PCI cambiò nome e forma, nacquero nuove sigle, i rapporti energetici si trasformarono in normalità contrattuale con la Russia post sovietica. Ma la stratificazione rimase: apparati amministrativi, filiere culturali, sindacati, una grammatica politica che ancora oggi riaffiora. Se metti in fila i pezzi, capisci perché nel racconto storico l’Italia appare come il vero laboratorio rosso dell’Occidente.
E non è solo ieri. Più di qualche partito, tra vecchie e nuove sigle, ha incrociato fondi, consulenze o appoggi riconducibili a Mosca. Non serve l’elenco: bastano processi, relazioni parlamentari, carte declassificate e inchieste per capire che esistono canali d’influenza, donazioni opache, campagne coordinate, triangolazioni con media e think tank. È cambiata la scenografia. Meno valigette e più piattaforme digitali, bot, influencer, contratti energetici usati come leva. È cambiata la strategia, non l’obiettivo: scardinare l’Europa dall’interno, allentarne i legami, farla litigare con sé stessa cambiando pelle e protagonisti.
In sintesi, l’infiltrazione culturale ha costretto l’Italia a un aborto ibrido liberal comunista, sintetizzato in un capitalismo sociale che nel suo fallimento si riassume in una frazione: 3.000/7.500. Al numeratore i miliardi di euro di debito pubblico. Al denominatore il risparmio privato, accumulato dagli italiani. Possiamo dire che questa ideologia simil socialista ha spinto l’Italia nel non sense economico. I numeri dicono proprio questo. Le opinioni sono discutibili, i numeri sentenze.
Piero Terracina

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