
Ossigeno. È quello che certi moralismi stanno regalando a chi non vuole la pace. Parole lucide come vetrine, lacrime di scena, conferenze stampa che sembrano veglie funebri senza corpo. Ogni corridoio, ogni pausa, ogni deroga diventa carburante politico per chi vive di guerra e di telecamere. La chiamano umanità. Io la chiamo complicità travestita.
La storia recente non ha mai finto di essere tenera. Dresden e Berlino furono martellate da bombardamenti d’area che non guardavano in faccia nessuno. Hiroshima e Nagasaki si spensero in un lampo che ha lasciato il secolo con il fiato corto. A spanne, tra campagne aeree sulla Germania e le due atomiche giapponesi, l’immaginario collettivo parla di cifre che sfiorano il milione di civili. Non ci furono sermoni. Ci fu la resa. Si voleva chiudere il capitolo, piegare la volontà del nemico, finire la guerra davvero.
Oggi il copione è capovolto. Si brandisce la parola carestia come passepartout emotivo. Si ripete la liturgia dei civili uccisi come se il mondo fosse diviso tra buoni che piangono e cattivi che non piangono mai. E nessuno chiede chi piazza i razzi dentro i quartieri, chi scava tunnel sotto le scuole, chi tratta il proprio popolo come uno scudo e poi come una scenografia. Lacrime subito, domande mai. Il risultato è perfetto per chi la fa franca ogni volta che la telecamera gira.
Il parallelo che tutti evitano è spietatamente semplice. Lì c’era un progetto eliminatorio contro gli ebrei. Qui c’è un progetto eliminatorio contro Israele. Le frasi cambiano pelle, l’intenzione no. Eppure si pretende che la risposta sia una guerra a singhiozzo, con tregue coreografiche che rianimano ciclicamente chi ti vuole cancellare. Si chiede di combattere a mani legate, con l’orologio del nemico al polso. E si applaude la propria coscienza come se bastasse un applauso a fermare il fuoco.
La sola pietà vera è liberare i civili dal ricatto, non rifornire i ricattatori usando i civili come paravento. Fine delle ambiguità. Un cessate il fuoco ha senso dopo la resa, con ostaggi liberi e armi a terra. Tutto il resto è un teatro che allunga l’agonia, sposta virgole e non cambia la frase. Ogni volta che si riapre la scena, il copione è già pronto. Il mostro respira, ringrazia e riparte.
E comunque sia, un paese che da anni è bersaglio di oltre un milione di missili, assalti e attentati contro i propri civili se ne fotte dei moralismi. Israele è in guerra, Israele se ne fotte. Non sono manie espansive. C’è un problema. Il problema va eliminato. Perché il medico pietoso fa la piaga purulenta.
E a dirla tutta gli israeliani, siano essi ebrei, musulmani, cristiani e quant’ altro, si sono ampiamente rotti i coglioni di dormire da 80 anni nelle camere blindate e i mitra sotto il cuscini.
Ma voi, cosa fareste al posto di Israele, inventereste i mitra che sparano caramelle ai bambini gridando “Hamas brutto e cattivo.. Vattene!” ? E’ una ipocrisia vomitevole, null’ altro.
Piero Terracina

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