di Giorgio Fruscione

Mezzi blindati, lacrimogeni, cassonetti bruciati. Dallo scorso mercoledì Belgrado e altre città della Serbia sono teatro di autentica guerriglia urbana. Le proteste dei cittadini che manifestano contro il regime del presidente Aleksandar Vucic stanno incontrando la repressione sempre più violenta delle forze di polizia, aiutata indirettamente dai sostenitori del Partito progressista serbo, i cosiddetti “lealisti” di Vucic. Le persone arrestate negli ultimi giorni sarebbero 114, tra cui, come riportano i media locali, anche un cittadino italiano, Alessio Laterza (45 anni), che denuncia come le autorità gli abbiano negato di ricevere assistenza legale durante le dodici ore di fermo. Alcuni video mostrano come le persone fermate siano state legate e messe faccia al muro. Una studentessa ha anche denunciato di esser stata minacciata di stupro dal comandante di un’unita speciale della polizia.
I principali disordini degli ultimi cinque giorni sono avvenuti nella capitale Belgrado, ma anche a Valjevo, Nis, Novi Sad e in diverse cittadine della Vojvodina e si sono concentrati presso le sedi del partito di governo. Le proteste – iniziate lo scorso 1° novembre in seguito alla caduta della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, che ha ucciso 16 persone – si sono ulteriormente infiammate dopo le violenze di Valjevo, dove diversi video mostrano manifestanti inermi brutalmente picchiati dalla polizia; nonché a Novi Sad, dove i sostenitori del partito di governo hanno lanciato fuochi d’artificio ad altezza d’uomo contro i manifestanti senza che la polizia intervenisse. Sempre a Novi Sad, le autorità hanno dispiegato un’unità speciale dell’esercito, chiamata “Kobra”, un cui membro ha estratto la pistola per disperdere la folla. Al momento, il presidente Vucic è fermamente schierato contro gli studenti in protesta, definendoli teppisti, mentre i media filogovernativi parlano di “terroristi”. In questi nove mesi di proteste, Vucic non ha mai accolto le richieste della piazza, l’ultima delle quali sono le elezioni anticipate, e non ci sono spiragli che portino al dialogo. Dall’Unione Europea non sono arrivate ferme condanne, mentre la Russia ha reiterato il sostegno a Vucic. La situazione polarizza ulteriormente la Serbia, in uno scenario che ricorda l’ultimo governo Milosevic.
Radicalizzazione crescente?
Dopo oltre nove mesi dalla tragedia di Novi Sad – per la quale studenti e cittadini ritengono responsabile la corruzione del governo – le proteste entrano ora in una nuova fase, quella della radicalizzazione. Sebbene le proteste siano sempre state pacifiche, la repressione della polizia è diventata vertiginosamente più violenta. Dallo scorso maggio, la richiesta principale della piazza è il voto anticipato. Una richiesta dettata dall’incapacità di ottenere verità e giustizia per le 16 vittime di Novi Sad – per le quali la piazza aveva sempre chiesto la pubblicazione della documentazione dei lavori di rinnovo della stazione ferroviaria inaugurata nel 2023 – e a cui il presidente Vucic non vuole dare seguito, sebbene nei suoi 13 anni al governo sia regolarmente ricorso ad elezioni anticipate. La violenza repressiva e le scene di maltrattamenti durante i fermi di polizia sembrano una strategia del regime atta a disincentivare la partecipazione alle proteste. Ciò che preoccupa ulteriormente è che le violenze non siano esclusivo monopolio delle forze dell’ordine, ma sia esercitata anche da diversi sostenitori del regime – chiamati ćaci – che agiscono indisturbati contro chi protesta. Diversi media riportano la presenza di persone con un passato criminale. I legami tra istituzioni statali, forze di polizia e organizzazioni criminali sono una delle principali accuse rivolte al regime di Vucic, che per anni avrebbe manipolato queste connessioni per salvaguardare il suo potere. Questo rapporto potrebbe non solo far degenerare l’andamento delle proteste, ma anche compromettere irrimediabilmente la divisione dei poteri nella già fragile e malconcia democrazia serba.
Un paese spaccato in due?
Quella delle ultime settimane è anche l’immagine di un paese sempre più polarizzato. L’oltranzismo di Vucic verso la piazza, cui non è mai stata offerta una piattaforma di dialogo, dimostra come il leader serbo abbia ormai perso la volontà di presentarsi come il presidente di tutti i cittadini della Serbia, preferendo i ćaci agli studenti. Lo ha dimostrato anche lo scorso mercoledì sera, durante i disordini, rivolgendosi alla nazione in un discorso trasmesso dal cosiddetto ćacilend, accampamento informale che da mesi occupa illegalmente il suolo pubblico tra il parlamento e il palazzo presidenziale con decine di sostenitori del presidente Vucic che formalmente si presentano, in contrapposizione alla piazza, come “studenti che vogliono studiare”. L’attuale polarizzazione è anche l’estrema conseguenza di un sistema di potere con cui Vucic ha cercato di ergersi a unico rappresentante della nazione e dei suoi interessi, etichettando opposizioni e dissidenti come traditori della patria e altri appellativi amplificati dai media filogovernativi. Ecco perché, sin dalle prime proteste dello scorso inverno, Vucic rilancia la teoria complottistica della rivoluzione colorata e di poteri forti che tramerebbero per distruggere l’ordine costituzionale del paese. La polarizzazione sociale e politica della Serbia accompagna il governo Vucic dalla sua salita al potere nel 2012. Da allora, quasi ogni anno, per diversi motivi il paese è stato attraversato da proteste e movimenti di piazza contro la corruzione e l’autoritarismo crescente. Quelle attuali sono però le più imponenti, longeve e trasversali proteste della storia recente serba, con un’anima civica e in cui i partiti d’opposizione hanno sin qui avuto un ruolo marginale.
Ritorno al passato?
Nelle tante proteste che hanno accompagnato gli anni di governo di Vucic, raramente si era arrivati allo stato attuale. Nel 2020, i cittadini assaltarono il parlamento in reazione alla gestione della pandemia. Tuttavia, era dagli anni delle proteste contro Slobodan Milosevic che non si vedevano i blindati in strada e le cariche contro i cittadini. Sebbene quella Serbia fosse un paese del tutto diverso da quello attuale, la deriva autoritaria sotto Vucic ricorda molti elementi dell’epoca Milosevic. Un’epoca che Vucic ricorda bene, essendo stato ministro dell’Informazione dell’ultimo governo Milosevic prima della rivoluzione che lo spodestò il 5 ottobre 2000. Il presidente serbo è infatti consapevole di quale sia il potenziale rivoltoso della società serba, e per anni ha provato ad assuefarla con la propaganda, manipolando i consensi a suo favore. Per certi versi, il suo autoritarismo è una versione aggiornata di quello di Milosevic: il controllo sui media è più radicato anche nelle testate locali; le aziende pubbliche sono ostaggio dei quadri di partito; e le istituzioni – in primis le forze dell’ordine, che nel 2000 si schierarono con la rivolta – sembrano oggi rispondere più agli interessi di Vucic che al dovere di servire i cittadini. Ciò che distingue i due leader serbi è il sostegno internazionale. Mentre Milosevic governava un paese paria, isolato diplomaticamente e sanzionato a causa della guerra, la Serbia di Vucic è candidata all’ingresso in UE da oltre dieci anni. Tuttavia, dallo scorso mercoledì sono poche le voci che dal resto d’Europa stanno condannando le violenze: dei vertici UE, solo la commissaria all’allargamento Marta Kos ha fatto un timido e superficiale appello contro l’uso della forza. Viceversa, il Ministero degli Esteri russo ha fatto sapere che Mosca “non rimarrà indifferente a ciò che sta succedendo nella fraterna Serbia”. Il governo Vucic sembra ora voler entrare in un braccio di ferro finale che è sia politico sia sociale e il cui esito potrebbe essere un pericoloso flashback per tutta la Serbia. Come recita l’ultimo slogan adottato dalla piazza, “la Serbia non si calmerà”.
Giorgio Fruscione
(Istituto Ispi)

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