
Jeff Bezos, il terzo uomo più ricco del mondo, vuole sposarsi a Venezia con Lauren Sanchez.
La città diventerà così un palcoscenico per la cerimonia: intere zone vicine agli hotel di lusso saranno off limits, i taxi del mare privati quasi tutti prenotati, ci saranno chiusure parziali di piazze, calli e chiese, e di accessi alle zone del centro.
Per qualche giorno Venezia se l’è comprata un oligarca per farvi i propri comodi con i suoi amici.
Il città del Leone, la Serenissima dominatrice dei mare e dei commerci con l’Oriente, la città di Daniele Manin e del popolo che si rivoltò contro gli austriaci e li cacciò, viene messa sul mercato e affittata a tempo ad un oligarca e alla sua ristretta cerchia di amici affinché perché vi facciano i propri comodi.
Lo spazio pubblico viene brutalmente privatizzato.
Giustamente , tra i residenti, c’è chi si ribella a questo scempio e fa sentire la propria protesta sostenendo che “Venezia non è di Bezos, né del sindaco Brugnaro. Venezia è di chi ci abita.”
Colpiscono le reazioni forsennate del primo cittadino e del presidente Zaia che hanno stigmatizzato le proteste come dannose per l’immagine e l’economia di Venezia del Veneto, dicendo che criticare la presenza di vip e celebrities è un “danno al Veneto” e arrivando addirittura a sostenere che si dovrà chiedere scusa a Bezos, e dichiarando di vergognarsi di chi contesta.
Questi signori rivelano così il loro modo di concepire lo sviluppo e l’economia trasformando le città e le nostre bellezze storiche e artistiche in meri luoghi da sfruttare senza limite, pur di far soldi, stravolgendone le funzioni e rendendo impossibile la vita dei cittadini.
Nessuno contesta che i lasciti meravigliosi del passato, frutto del lavoro e della grandezza dei nostri antenati, possano rappresentare anche una rendita per il presente, ma proprio per questo sono da conservare, mantenere nel tempo, gestire con equilibrio evitando privatizzazioni selvagge e consentendo ai residenti di avere una buona qualità della vita e a un turismo rispettoso e non invasivo di godere delle nostre bellezze naturali e artistiche.
Quella degli amministratori leghisti del Veneto è una narrazione tossica: con il loro slogan triti e ritriti del “portiamo investimenti”, “del “valorizziamo le eccellenze”, del “turismo come il nostro petrolio”, mascherano la realtà amara di una città, Venezia, trattata come un brand, non come un organismo vivo e da tutelare.
Il rischio è che diventi il modello da replicare: Firenze per i matrimoni di altri miliardari, Roma per i set delle multinazionali, Napoli per gli eventi glamour e così via, tasformando le città italiane in bomboniere, luoghi da fotografare e consumare.
Questa purtroppo è la direzione di marcia, già intrapresa da tempo, con gli arbnb che cacciano i residenti, con la liberalizzazione delle attività commerciali e la distruzione nei centri storici del vecchio tessuto dei negozi e delle botteghe artigiane.
La sinistra dovrebbe con più intensità ed impegno riflettere su tutto questo, perché si decide del futuro del Paese, della vita di milioni di persone, della conservazione di quei beni comuni che ci hanno trasmesso i nostri genitori che a loro volta li hanno ereditati dagli antenati e che noi rischiamo di distruggere per gli interessi di pochi.
Infine, per l’ultraricco gigapitalista Bezos varrebbero anche altri motivi per giustificare le proteste.
Jeff Bezos è il fondatore di Amazon, una delle aziende più potenti al mondo, che ha costruito il suo successo calpestandolo, quando ha potuto, i diritti dei lavoratori, eludendo il fisco e costruendosi un potere monopolistico.
Contestare siffatto personaggio e le sue smodate e arraffanti ambizioni di impossessarsi col denaro della nostra città, Venezia, forse la più bella, è a mio avviso non solo giusto ma anche un atto di patriottismo.
Zaia e Brunato se ne facciano una ragione: non tutti hanno la vocazione servile di cui loro danno prova.
Enrico Rossi

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