
Da oggi Kamala Harris è la front runner dei Democrats americani per le elezioni Presidenziali. Le sue possibilità appaiono remote a fronte di un consenso qualunquista di massa per Trump che approfitta della oggettiva incertezza dei Democrats. Tuttavia la Harris ha molte frecce nel suo arco: rappresenta la possibilità per una donna di arrivare alla Casa Bianca, prima di Lei soltanto il tentativo di Hillary Clinton proprio contro Trump nel 2016, quando ebbe più voti di Trump, pur senza vincere, in elezioni controverse e a lungo contestate e discusse. Ancora prima il tentativo di Geraldine Ferraro al tempo di Reagan come candidata Vice Presidente con Mondale.
Altre donne, una per tutte Condoleeza Rice con Bush Junior e Michelle Obama nei due mandati di Obama hanno svolto un ruolo oggettivamente importante pur senza candidarsi direttamente.
L’America appare sempre più spezzata in due: dopo il tentativo di attentato a Trump, nel momento in cui i Democrats sono alle prese con la difficile svolta della candidatura Harris, e in un periodo in cui da tempo, crollata la classe media, si sono inaspriti in America del Nord i contrasti e conflitti sociali.
Proprio Biden una settimana fa aveva posto ai suoi collaboratori la questione sulla opportunità di optare per Kamala Harris, come front runner Dem. In questa situazione e nel momento in cui la strada sembra spianata verso la White House per Trump e il suo vice in pectore Vance, era emersa anche a sorpresa, dal lato progressista della politica a stelle e strisce, una presa di posizione netta e decisa da parte di un autorevole politico progressista.
Sul New York Times, era infatti uscita in questi giorni, la lettera aperta di endorsement per Biden da parte di Bernie Sanders leader storico dei Dem, un endorsement che ora si sposta sulla Harris.
L’analisi di Sanders anche con la candidatura Harris appare tanto chiara quanto concreta: Bernie nel suo intervento sul New York Times ha denunciato tutte le aporie, le contraddizioni e le aberrazioni della candidatura Trump e molte altre se ne potrebbero aggiungere.
Sanders ha posto l’accento sulla scelta di campo trasversale che riguarda la democrazia negli States, fra lo schieramento progressista e un Trump aspirante autocrate e tycoon oligarca di base, imitatore pedissequo del Berlusconi prima maniera. Trump appare oggettivamente una strana meteora nel panorama politico Usa, ma assomiglia pericolosamente agli imperatori romani del basso impero, e considerando che storicamente l’America in generale si ispira alla antica Roma, già questa caratteristica appare ben poco rassicurante. Sanders inoltre ha evidenzia un dato che riguarda non solo l’America : gran parte del mondo occidentale è attraversata da scelte simili : la Francia ha appena scelto la coalizione progressista per evitare derive a destra, l’Inghilterra ha appena visti i Labour tornare al potere dopo molti anni. L’Italia è al bivio in vista della prossima legislatura tra la rinascita di un progressismo moderato di tipo socialista liberale e una scelta di sinistra radicale sul modello francese di laicitè de combat. La Germania vede l’avanzata progressiva di destre nazionaliste nostalgiche mentre i socialdemocratici hanno bilanciato il loro potere con gli equilibri europei di S&D e con la rielezione delle moderate e centriste Metsola e Von der Leyen ai vertici europei.
L’America tuttavia non può superare la sua crisi strutturale se non creando e promuovendo nuove leadership sostenibili, tanto progressiste quanto conservatrici. Il partito di Trump non può più allinearsi al Trumpismo, i Dem devono costruire il dopo Biden e non possono farlo se non con nomi nuovi che sappiano vincere e convincere: oltre a Kamala Harris avanzano nuovi leader come Alejandra Ocasio e si rilancia Nancy Pelosi che sarebbe ottima Vice Presidente in un ticket elettorale per la prima volta formato da due donne. In entrambi gli schieramenti ma in particolare dal lato Dem, le donne e la nuova generazione dei politici 40nni possono fare la differenza. Infatti stanno emergendo tanti Governatori, Senatori e politici alternativi. Al tempo stesso l’America ha bisogno di una forza di leadership internazionale, adeguata al suo ruolo globale, quel che la età avanzata di Biden e l’età e le intemperanze caratteriali di Trump rendevano utopico nei prossimi 4 anni. Dall’altra parte del mondo globalizzato intanto la leadership autocratica di Putin e Xy sembra non avere rivali globali, al tramonto dell’era Macron in Francia, passata da anni la stagione della Merkel in Germania e di Draghi in Italia.
Dunque un mondo orientalizzato, multipolare e a trazione asiatica sembra inevitabile se l’America non riesce a tornare First, ma non poteva certo farlo con le eccentricità narcisiste di Trump o con le incertezze e i problemi di salute di Biden. Altro tema: in campo del Great Old Party le problematiche immanenti di Trump, anche al netto dei suoi casi giudiziari, potrebbero vedere nei prossimi anni se non nel 2028 alle prossime presidenziali Vance arrivare al potere, col suo programma ipertradizionalista e antieuropeistico.
In ogni caso un’America a guida Dottrina Monroe, isolazionista, che si sfila dall’Europa e dai problemi europei e dall’Ucraina, produrrebbe soltanto ulteriori problemi all’America stessa, lo dimostra la lezione della storia, quando, ben due volte, l’America che voleva disinteressarsi delle crisi europee vi fu suo malgrado coinvolta, nelle due Guerre Mondiali.
Dunque Sanders ha avuto ben ragione nell’invocare una nuova presidenza Dem e progressista e paradossalmente Biden, data la sua età, in questo suo mandato ora al termine è stato chiamato ad essere quasi un Pertini americano, dunque un presidente saggio e anziano. Tuttavia l’America degli Stati Centrali, della Middle Class delusa, della crisi nello standing internazionale, difficilmente non preferirà alla Harris, purtroppo, il tycoon populista, forte di una sicumera di pater patriae che anche in funzione del suo mandato precedente non gli appartiene. Si ha quindi rimpianto per l’America dei grandi Presidenti : di Washington, Lincoln, Roosevelt, Kennedy, Reagan, che oggi sembra solo un lontano ricordo d’antan in un periodo di eclisse complessiva della politica americana. E anche dialogando direttamente con alcuni elettori americani si ricava la stessa impressione di delusione bipartisan verso la politica in una paese che rimane superpotenza senza una leadership adeguata, neppure in prospettiva.
Leonardo Dini

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