
Il 15 marzo è l’occasione per tornare a discutere sull’esilio bulimico-anoressico. E sulle troppe vite in ostaggio da malattie cibo-correlate. “Vite sottili” ossessionate dal calcolo sconfinato di calorie, centimetri, grammi ed etti. Una condizione che la pandemia da Covid ha ulteriormente esacerbato, tanto da aver determinato come riportano i dati del Ministero della Salute una crescita del 30% di casi, soprattutto nei giovanissimi. Per Hellas Cena, Prorettore dell’Ateneo pavese, medico chirurgo specializzata in Scienza dell’Alimentazione, responsabile del Laboratorio di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Università di Pavia e dell’Unità di Nutrizione Clinica dell’IRCCS Maugeri, occorre sensibilizzare. «Qui si tratta della seconda causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali».
I disturbi alimentari colpiscono più di 55 milioni di persone nel mondo e almeno 3 milioni in Italia, pari al 5% della popolazione, ricorda una nota Sinpia, Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza. Chi sono i nuovi pazienti? «L’incidenza è cresciuta specialmente dopo la pandemia. E anche se la fascia più colpita dai Disturbi del comportamento alimentare o DCA tra cui l’anoressia, la bulimia e il “binge eating”, l’abbuffata rimane ancora quella dell’età evolutiva, stiamo osservando una maggiore casistica di bambini e giovani adulti. Diciamo che la curva si è ampliata, ma anche perché negli anni noi medici siamo diventati più bravi e precisi a fare diagnosi».
In che senso? «Nel senso che i Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione o DNA, sono condizioni spesso sotto-diagnosticate o non diagnosticate soprattutto al di fuori dell’età consueta che è appunto quella dei teenager. Se negli adulti la diagnosi è infatti complicata, perché riescono a trovare sempre una giustificazione logica al loro comportamento e a nascondere la malattia, nei bimbi è confusa, perché si tende a giustificare il comportamento e l’andamento del peso come un “problema di crescita”. Appunto per questo, individuare i segnali di una problematica più seria, certe volte diventa davvero difficile, perché i campanelli di allarme non sono sempre visibili. Oggi, fortunatamente, c’è una formazione maggiore e, grazie alla collaborazione di tutti i professionisti, inclusi i dentisti, è più facile riconoscere segni e sintomi di queste patologie come danni allo smalto dentale e stomatiti. Ma anche gli insegnanti o altre figure professionali dovrebbero essere formati per essere pronti a segnalare comportamenti sospetti, tipici dei DNA».
Anoressia e bulimia sono considerate da sempre malattie femminili. Ma i numeri ci dicono che l’aspetto nuovo del fenomeno riguarda anche l’universo maschile. Tra dieci anni i disordini alimentari saranno ancora “disturbi di genere”? «Questo non ci è dato saperlo. Sappiamo solo che c’è stata una grande rivoluzione in termini di consapevolezza da parte della scienza. Negli ultimi anni i criteri necessari per poter fare diagnosi sono di fatto cambiati. Prendiamo, per esempio, l’amenorrea, la scomparsa cioè del ciclo mestruale, spesso presente in pazienti con disturbi alimentari di tipo restrittivo. Ecco, l’amenorrea non rappresenta più un criterio diagnostico, perché inapplicabile sia per chi non ha ancora avuto il menarca (primo ciclo) che per gli uomini. Intendo dire che, sebbene i disturbi alimentari siano prevalenti nel sesso femminile, la scienza ha compreso che se si fosse concentrata solo su questo aspetto, avrebbe perso tutti quei fattori che stanno contribuendo a un incremento di questa problematica anche nel sesso maschile».
Quanto influiscono Instagram e TikTok, le “piazze” degli adolescenti? «I social media possono essere usati bene o diventare un’arma a doppio taglio. I giovani sono bombardati da storie Instagram che offrono false immagini di perfezione virtuale che fungono da amplificatori del disagio. Nel corso del primo lockdown, ad esempio, quando non c’era possibilità di andare fuori casa, la sola finestra da cui guardare il mondo erano i social. Il rischio maggiore è quando si incappa appunto nella cosiddetta “overdose digitale” che può influenzare emozioni, pensieri e meccanismi».
Come uscire da questo “voyerismo ossessivo”? «Bisognerebbe investire di più in interventi di prevenzione. Prevenzione però non significa andare nelle scuole a spiegare ai nostri ragazzi che cosa sono i disturbi alimentari, semmai, vuol dire educarli alla salute, istruirli a una giusta consapevolezza del peso e alla promozione di stili di vita sani. Prevenzione, però, significa anche equipaggiare i piccoli adolescenti di strumenti che permettano loro di interpretare un mondo in continua evoluzione, sempre più social ma sempre meno sociale. Solo così riusciranno a uscire da quella pseudo-società di rete in cui apparire è tutto».
Il governo ha stanziato 10 milioni di euro per il 2024 per la lotta contro i DCA. Una somma giudicata però insufficiente da esperti e comunità di pazienti. Dica. «Direi che sono importanti le risorse ma, soprattutto, è importante il lavorare in rete al fine di creare un vero percorso integrato di presa in carico, cura e riabilitazione del paziente. Bisogna investire in formazione degli operatori e in comunicazione/informazione del pubblico che, a sua volta, deve operare in sinergia con il privato».
Come afferma lei stessa: “I DNA in Italia rappresentano il disturbo psichico che conduce a un maggior tasso di suicidio negli adolescenti”. Come mai allora le strutture ad hoc per curare queste patologie somigliano a oasi nel deserto? «In effetti si potrebbe fare molto di più! I centri specializzati sono ancora troppo pochi, perché il trattamento dei DNA non richiede solo strutture e personale altamente specializzato, ma anche un lavoro di equipe tra medici: specialisti in scienza dell’alimentazione, psichiatri, pediatri, psicologi e dietisti. I costi delle cure se moltiplicati per i diversi professionisti che prendono in carico lo stesso paziente per almeno due anni di terapia, (periodo necessario per avere un risultato consolidato nel tempo), sono enormi. Ciò spiega perché negli stati provvisti di un Servizio sanitario nazionale (SSN), come l’Italia, mancano le strutture, e perché in quelli privi di Servizio sanitario nazionale, molte assicurazioni non coprano le cure».
Anoressia e bulimia, le versioni cosiddette “moderne” dell’isteria nervosa (sparita dai manuali diagnostici dei disturbi mentali più di 30 anni fa), si possono considerare le nuove forme di depressione? Depressioni contemporanee? «Questa, però, è una domanda da psichiatra! Ciò che posso dire è che i disturbi della nutrizione e della alimentazione non sono malattie legate unicamente al modo e alla quantità di cibo consumato, ma sono anzitutto dei disturbi psichiatrici spesso associati a disturbi dell’umore. Molti sono i fattori che contribuiscono allo sviluppo di tali patologie, fattori genetici, familiari, ambientali, etc. E, se il disturbo inizia con la ricerca della perdita di peso e con una dieta restrittiva, la conseguente malnutrizione impatta negativamente sulla psiche. Esattamente come un cane che si morde la coda. Questo succede soprattutto a chi decide di fare una “dieta fai da te” senza affidarsi a un esperto del settore come il medico specialista in Scienza dell’Alimentazione».
Sara Cariglia

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