• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Abolire, si, la festa irresponsabile di questo sistema politico-istituzionale

di Paolo Marini | 1 Giugno 2012

Si sa, da sempre i simboli sono importanti e da sempre è ingenuo – e perfino pericoloso – sottovalutarne la portata. Simbolo è un termine che deriva dal greco: symbolon, cioè contrassegno; non lontano da symbàllo, termine composto che significa ‘metto insieme’ che allude alle due metà di un oggetto spezzato che può ricomporsi accostandole l’una all’altra, ciascuna metà divenendo così un segno di riconoscimento. Stante detta origine, il ‘simbolo’ va a incarnare una funzione rappresentativa di qualcosa ed equivale, concretamente, al concetto di ‘segno’.

Dunque, tanto per scendere ai nostri giorni (e non sorprenda l’apparente salto logico) la contestata parata prevista per il 2 giugno 2012 dovrebbe dirsi un simbolo, un segno che, rievocando la nascita della Repubblica, intende celebrarne anche l’unità. La natura di simbolo, elemento convenzionale (dunque non sono ‘sacri’ i simboli, semmai lo sono quelle cose che essi si prestano a rappresentare), è confermata da un precedente rilevante: quello della legge 54/1977 per cui, versandosi anche allora in acque economicamente non floride, fu deciso di spostare la Festa della Repubblica alla prima domenica di giugno. Nel 2001, su impulso dell’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi, la festa tornò a collocarsi dove è oggi.

Si tengano a mente queste premesse, torneranno utili tra un po’.

Voglio qui citare due opinioni qualificate, apparse sui quotidiani: quella di Federico Mello che sulle pagine de Il Fatto Quotidiano del 30 maggio in un articolo dal titolo “2 giugno: e se la parata fosse un falso problema?”, non esattamente in sintonia con la richiesta twitteriana e facebookiana afferma: “Se tutti la pensano allo stesso modo, la tentazione di uniformarsi alla massa è sempre dietro l’angolo. Eppure, ragionare fuori dal coro, ogni tanto, può essere utile a guardare le cose in un contesto più ampio”. Senza la parata – in soldoni – si potrebbero risparmiare 3 milioni di euro, che è come una goccia, nel mare del fabbisogno post-terremoto. D’altronde, la Festa varrebbe ancora la pena di essere celebrata, perché “si festeggia la nascita della Repubblica Italiana, la sua Costituzione, l’antifascismo che liberò il nostro paese dalla dittatura fascista, (…) il primo suffragio universale della nostra storia; in qualche modo, si rende onore alle battaglie folli di Mazzini e Garibaldi, al Risorgimento”. In più, a volte internet si presta “a campagne facilmente ‘viralizzabili’ ma scarsamente incisive e centrate”, che non richiedono impegno; il rischio, in compenso, è che qualcuno potrebbe promuovere, domani, una campagna per risparmiare i soldi per i seggi e le elezioni. E allora che si fa, pare concludere: si abolisce la democrazia?

Da una prospettiva un po’ diversa, Stefano Folli dalle pagine de Il Sole 24 Ore nell’articolo “I simboli della Repubblica e i rischi dell’instabilità senza riforme” del 31 maggio sostiene che “quali che siano le circostanze luttuose in cui la celebrazione si svolge, nessuna nazione che ambisca a definirsi tale si precipita a cancellare certi simboli, come se si trattasse di una colpa da espiare o di cui giustificarsi davanti all’opinione pubblica.” Dunque il Quirinale “era in qualche modo obbligato a tenere il punto, nello stesso spirito in cui l’anno scorso è stata data solennità ai 150 anni dell’unità d’Italia. E nella stessa logica con cui Napolitano stesso invita da tempo i suoi concittadini a salvaguardare la coesione nazionale.” Scegliere l’altra strada avrebbe significato “dar ragione a chi sostiene che in questa Repubblica non c’è più nulla da salvare e tutto deve essere sepolto nel discredito generale.”

A questo punto tento di mettere a posto l’argomento a modo mio e propongo questo punto di vista:

1)      se la Festa della Repubblica è – come davvero è – un simbolo, la prima circostanza da esaminare è lo stato di salute della cosa simboleggiata, cioè l’unità del Paese, in definitiva il Paese stesso. Oggi la lacerazione è profonda, attraversa alcuni assi cruciali che si intersecano tra di loro (Nord/Sud, Stato unitario/istanze federaliste-autonomiste, cittadini/istituzioni, rifiuto-astensione/partecipazione politica ed elettorale, drenaggio fiscale/spesa pubblica, ecc.) e si nutre di una serie impressionante di problemi irrisolti, che il tempo non solo non ha cancellato ma ha vieppiù aggravato;

2)      in poche parole, quella presente è la classica condizione (vogliamo onestamente riconoscerlo?) in cui il simbolo e la cosa simboleggiata mostrano una ampia divaricazione. L’oggetto stesso appare spezzato e le due metà non sono affatto in procinto di avvicinarsi e ricomporsi. Tutto è diventato lentamente ma irreversibilmente vecchio e inadeguato. La stessa Costituzione rischia di rappresentare non il custode dei diritti che garantiscono e tutelano i cittadini, non il deposito di ‘valori’ che ispirano una collettività, quanto una pericolosa cassa toracica in cui si chiude la possibilità di espressione e sviluppo di una nazione – tanto risulta complicato modificarla e adeguarla alle necessità di un Paese moderno -, con tutto il peso della inutile retorica che richiama fatti e valori che vengono percepiti come inattuali ovvero contraddetti, resi irriconoscibili nel momento attuale;

3)      sono persuaso del fatto che quando si assumono responsabilità istituzionali non si può e non si deve adeguarsi o conformarsi a ciò che detta la ‘pancia’ – mutevole, peraltro – di un Paese e sono anche convinto che se internet e i social networks sono ormai, che piaccia o meno, elementi (im)portanti del pubblico dibattito e della partecipazione, pure non è accettabile una dittatura dei medesimi, perché è facile comprendere la girandola di aberrazioni che tale dittatura può generare; questo però non vuol dire che non si debba leggere, ascoltare, comprendere e, dunque, operare di conseguenza;

4)      il fatto che si sia deciso di celebrare o meno la Festa del 2 giugno è certamente di ridotta portata pratica rispetto ai problemi dell’Italia, ma non per questo non ha una sua valenza simbolica; certamente l’avrebbe avuta la decisione di non tenerla, magari senza apparire forzata dalla marea montante dalla rete. Perché se è vero che i simboli e i segni sono importanti e pericolosa ne è la sottovalutazione, anche il profondo malessere che serpeggia tra i cittadini, percepibile nelle sue multiformi espressioni (non solo, dunque, attraverso la rete e i social networks), è un fatto e anche un segno di cui è necessario tenere conto; esso produce una pressione crescente che è vano, è illusorio, pensare di contenere e addomesticare mediante l’opposto segno di un orgoglio, di un compiacimento così violentemente orfani di un retroterra, di una sostanza coerenti;

5)      se questa “casa comune” fa acqua da ogni parte, l’imperativo non è tenere la Festa del 2 giugno bensì ricostruire dalle fondamenta le ragioni di una convivenza, senza attardarsi nel richiamo a concetti e a valori astratti. La Festa della Repubblica mai si è svolta, probabilmente, davanti ad un Paese così sfiduciato, renitente e incazzato come è oggi. Troppi fatti e troppe omissioni si sono pericolosamente succeduti nel volgere del lungo e anche del brevissimo termine. E Giorgio Napolitano rischia di passare alla storia come un pessimo Capo dello Stato, perché – l’ho già scritto – si mostra preoccupato di tenere insieme un assetto già incrinato, è il punto di chiusura di un equilibrio che il sistema politico tiene in piedi artificialmente e pur provvisoriamente, fino a che cioè non accadrà qualcosa di dirompente. Non sarebbe più saggio e più utile per tutti decidere di produrre e affastellare fatti concreti, e con essi segni di discontinuità e di reale cambiamento? Qualche esempio? Ne faccio quattro: la cancellazione del sistema di finanziamento pubblico dei partiti, la modifica costituzionale che abolisce il Senato della Repubblica e ridimensiona il numero dei membri della Camera dei Deputati, il varo di una legge elettorale uninominale che ridisegni le circoscrizioni elettorali e restituisca effettivo potere agli elettori, l’abolizione di quelle prerogative che non abbiano un aggancio ragionevole alla natura delle funzioni istituzionali e che per ciò si trasformano in iniqui privilegi. Quanto tempo è stato sprecato, quanti alibi sono stati spesi, per non decidere? Quanto e che cosa si dovrà ancora aspettare? Questi fatti potrebbero ispirare, appunto, i segni di una festa ben più grande e importante, perché non si può vivere e convivere di un passato che non torna e un Paese dovrebbe sapersi rinnovare, così rendendo un omaggio autentico alle ‘battaglie folli del Risorgimento’ e festeggiando i momenti salienti della propria storia come tessere di un mosaico vivente, di un presente che produce nuovi significati, che sa re-interpretare continuamente quella storia.

Così Mello e Folli, nel commentare il dibattito acceso sul 2 giugno, mi pare finiscano per suffragare – anche senza volerlo – la linea conservatrice e ottusa del Colle, che sembra far finta di non capire, che rinuncia – al di là della stanca celebrazione di riti e segni consunti – a spendere il proprio potere e la propria autorevolezza per il progetto di una nuova convivenza. Si tenga pure la Festa del 2 giugno (più o meno improntata a “funzionalità e sobrietà”), ma non si continui a tenere, intatta e inamovibile, la ‘festa’ irresponsabile e vergognosa di questo sistema politico-istituzionale. Che ha colpe gravi da espiare e molte, molte cose di cui rendere conto davanti all’opinione pubblica.

Pubblicato in : Primo pianoTag: caro alzeglio ciampi

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Maria Rita Monaco

    2 Giugno 2012 alle 15:44

    Pertini abolì per sei anni la parata senza per questo dimenticare l’importanza della repubblica e non considero per questo Pertini un disfattista della democrazia, anzi! Se poi 3 milioni di euro sono una goccia nel mare dei bisogni dei terremotati, cominciamo con una goccia è così che riempiono i fiumi, i laghi, i mari.

    Rispondi
  2. valerio giannellini

    1 Giugno 2012 alle 22:31

    il Colle della vergogna

    Rispondi

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Antonio di Meco su Fermare le macchine per salvare la democrazia
  • Angioletta Massimino su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Angioletta Massimino su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Luca Bagatin su Trump e Putin, l’asse dell’arroganza contro un’Europa che non si piega
  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti