
Dice la Treccani alla voce “proprietà transitiva” che “se a è in relazione con b e b è in relazione con c, allora anche a è in relazione con c”. Tra un viaggio e l’altro, Gorgia Meloni farebbe bene a rileggersi il principio di transitività, e applicarlo agli assetti politici su cui si regge il suo governo, a cominciare da “l’alleato” Matteo Salvini. E sarebbe assai utile se nella medesima pratica si esercitassero i riformisti del Pd rispetto ad Elly Schlein e ai suoi compagni di opposizione (e domani, nelle intenzioni, di maggioranza). In entrambi i casi scoprirebbero che non si possono ignorare le frequentazioni dei propri alleati o leader, pena pagare un prezzo politico altissimo. Intendo dire che se il segretario della Lega invita a Pontida la leader della destra estrema francese Marine Le Pen, e per di più nel bel mezzo di una negoziazione in Europa su questioni vitali (Patto di stabilità, Mes, Pnrr, migranti), la presidente del Consiglio non può risolvere l’imbarazzante questione facendo finta di niente. Per il semplice motivo che non prendere le distanze dalla presidente del Rassemblement National e chiarire che il governo italiano non la considera un’interlocutrice e tantomeno un’alleata, significa – per la proprietà transitiva – ammettere l’esatto contrario. Allo stesso modo, se la segretaria del Pd stabilisce un rapporto di alleanza esclusiva con i 5stelle dell’avvocato Conte, continuare ad ignorarlo da parte dei riformisti contrari ad un fronte populista a sinistra significa diventare conniventi di quel disegno politico.
Capisco perfettamente che la politica di coalizione sia fatta di compromessi, ma ciò che distingue una buona da una cattiva politica è proprio l’esistenza di paletti oltre i quali non spingersi, o la loro totale mancanza. Il difetto fondamentale del sistema politico italiano degli ultimi trent’anni sta proprio in questo: pur di vincere le elezioni si aggrega tutto e il contrario di tutto; pur di restare alla guida di un governo si accetta qualunque cosa. È così che fin dall’inizio si è caratterizzata la Seconda Repubblica, con il suo bipolarismo malato, ed è così che si è arrivati al bipopulismo, che della formula politica berlusconiana rappresenta la degenerazione assoluta. Se ci pensate, negli ultimi anni i governi italiani, (sia di centro-sinistra che di centro-destra) sono stati paralizzati dalle due forze, la Lega di Salvini e il M5S di Grillo e Conte, che più sono intrise di populismo ed estremismo. O se si vuole, dall’acquiescenza dei loro alleati, che hanno tollerato, e in qualche caso assecondato se non scimmiottato, il loro comportamento.
vicepresidente del Consiglio di un governo che è schierato con Zelensky? È vero che la linea atlantista del governo è nelle mani di una leader politica, Meloni, che all’indomani dell’annessione della Crimea chiedeva a gran voce il ritiro delle sanzioni alla Russia. Ed è vero – come ho già avuto modo di rimarcare in questa sede – che la “conversione” è avvenuta senza un minimo di dibattito e di analisi autocritica, il che rende legittimo dubitare della sua autenticità e affidabilità. Ma è altrettanto vero che in questo momento Meloni è attestata sulla posizione giusta, e ciò le va riconosciuto. Ma proprio per questo è indispensabile – oltre che utile per lei stessa, se non vuole farsi logorare più di quanto non sia già avvenuto – che apra senza indugio il chiarimento politico con Salvini. Aiutando così i tanti leghisti che non approvano la deriva del segretario ma non hanno il coraggio di dirlo pubblicamente, a prendere posizione. D’altra parte, o Meloni dimostrerà di aver sul serio perso per strada la sua doppiezza, o sarà travolta, prima in Europa e poi in Italia, dalle sue contraddizioni. Anche perché il suo disegno di uno spostamento a destra del Parlamento europeo è già abortito, con i popolari tedeschi che hanno rinunciato al disegno di allargare a destra la maggioranza che dovrà scegliere la prossima Commissione. La quale continuerà ad essere retta da una “coalizione Ursula” basata sull’asse tra popolari, socialisti e “macroniani”, cui al massimo potranno unirsi forze minori (ed è tutto da vedere se tra queste potranno esserci i Conservatori di Meloni).
veemenza con cui difendeva il reddito di cittadinanza e la sua estraneità alla politica. In quella trasmissione era presente l’ottimo Andrea Cangini, che non a caso ha poi scritto che “del Pd resta solo il nome, dal momento che le attuali prime file non hanno nulla a che vedere con la scuola politica del Partito Democratico. E che molti di loro, come del resto la segretaria, eletta tale non dagli iscritti ma da cittadini comuni, disprezzano la storia del Pd e non apprezzano la forma partito”. Ma la domanda è un’altra: possono coloro che il Pd l’hanno creato, tollerare che i dirigenti di scuola schleniana siano portatori di un imprinting movimentista, pacifista, anticapitalista e di avversione alla politica sostanzialmente identico a quello grillino? A quando la crisi di rigetto? Non fosse altro per evitare di essere alla mercè del trasformismo di Conte che, dopo essere stato accolto in modo trionfale alla festa dell’Unità, accusa il Pd di essere per “l’accoglienza indiscriminata dei migranti” e fa sapere la sua contrarietà allo ius soli.
Insomma, è venuto il momento di porre fine allo schema politico che erroneamente abbiamo chiamato di centro-destra e di centro-sinistra, definendo una nuova linea di discrimine che determini le alleanze: da un lato le forze populiste (e sovraniste), Lega e M5S, che complessivamente pesano tra il 25% e il 30% dei votanti, e dall’altro una “grande coalizione” che assommi tutti (o quasi) gli altri, accomunati dalla scelta atlantista e europeista. A ben pensarci è la stessa scelta già fatta in Europa con la “coalizione Ursula”. E a ben pensarci un segnale in questa direzione viene dal riemergere di quello che Stefano Folli ha chiamato il “partito dell’Europa”. Un soggetto informale, di cui possono essere considerati componenti personalità come Paolo Gentiloni, Mario Monti e per certi aspetti Mario Draghi, che non è alla ricerca di voti ma la cui opinione ha grande influenza, specie sui mercati finanziari. Meloni e i riformisti del Pd ci riflettano: l’unica vera chance che hanno è liberarsi dalle camicie di forza dei vecchi schemi politici e provare a giocare a tutto campo. In caso contrario, saranno Salvini e Conte a detenere le rispettive golden share. E il Paese ne pagherà il prezzo (altissimo).
Enrico Cisnetto

Non c’è nessuno più populista della Meloni di Renzi e il resto dei magnaccioni. La politica sarebbe inutile e innocua se si limitassero a prendersi solo i soldi. purtroppo la loro missione e quella degli altrettanto inutili giornalisti è quella di distruggere chi non si prona e di dare da bere a chi non ha sete. Padronisti novantagradisti.