
Open to meraviglia. Sulla tv spazzatura, orgoglio del made in Italy. Il copyright appartiene, per stretta ontologia, al defunto: il suo successo nacque anche dall’intuizione che più si abbassava il livello culturale del Belpaese, anche tramite la tv, e più c’era consenso presso fasce di popolazione meno dotate culturalmente e intellettualmente.
Pure così ha accumulato un patrimonio stimato in 7 miliardi di dollari e rotti, molto rotti direbbe Fiengo, mentre sino a qualche decennio fa i Berlusconi non avevano manco la corda dei pantaloni, o per impiccarsi.
Loro si sono arricchiti, ma il Paese “è più povero e meno libero” (Rino Formica dixit), ed è precipitato in un baratro: non ha più identità, memoria, ancoraggio storico: è nel degrado e la barbarie totale, in un gorgo di sottocultura spaventoso. Grandi autori non si ristampano più, film che hanno fatto la storia mai nei palinsesti. Col consociativismo a sinistra: direttamente o con l’astensione ha fatto passare molte leggi ad personam, o comunque favorevoli agli affari del de cuius (c’è chi dice 70).
Un collega che vive nel cuore d’Europa (Berna), sostiene che la tv italiana è la peggiore del Vecchio Continente: rubbish. Non esiste nessun canale (e non solo in Europa) che dalla mattina alla sera parla di politica, cioè, di pettegolezzo politico. Finti giornalisti che fanno finte domande a finti esperti. Pura fiction. In Europa non c’è Cecchi Paone a discettare di guerra e Covid, come Scanzi, Selvaggia Lucarelli, Parenzo e affini.
Lo chiamano approfondimento, in realtà è tuttologia, becero qualunquismo. Forse i dati sono gonfiati e comunque l’audience cala. E meno male.
Siamo dentro un’emergenza della comunicazione, che è anche democratica. La realtà dipinta dai media (i profeti Vespa e Mentana in prima linea) è distopica: non si tratta di mainstream o veline, pure abbondanti. Accomodano il reale ai fini di una narrazione falsa.
Esempio: i PNRR. Sembrano regali, in realtà sono soldi nostri, del Paese, che ci restituiscono entrando in determinati parametri. Ottenibili con tagli alla spesa sociale, al welfare, etc.
Altro esempio: l’offensiva ucraina è fallita, ma per loro Kiev avanza di 10 km al giorno e i Russi perdono 10mila soldati.
Un tempo la notizia era l’uomo che morde il cane. Oggi i tg aprono col festival di Sanremo 8 mesi prima o col caldo ad agosto. Una nuova filologia del giornalismo avanza, nuove gerarchie delle news.
Negli USA dicono che i giornalisti italiani cercano le notizie per nasconderle, i tedeschi invece che facciamo giornalismo di relazione, cioè, ruffiano.
Il tg svizzero apre con le quotazioni del grano, il ferro, il legno. Una volta l’anno i bambini li portano nelle banche dove trovano a pascolare le mucche: così capiscono che la ricchezza proviene dalla terra.
Ormai ogni gruppo finanziario-industriale ha un giornale. Non per informare il popolo, che non lo compra, ma per lanciare segnali agli avversari.
Prendiamo i rifiuti di Roma: con la Raggi c’erano testate che un giorno si e l’altro pure pubblicavano paginate di foto di cassonetti colmi. L’editore chiedeva qualcosa? Oggi che lo ha ottenuto con Gualtieri (le concezioni edilizie?), i rifiuti sono spariti dalle pagine, ma non dalle vie.
Lo Stato fa la sua parte. Finanzia i rivoluzionari (Manifesto) e i conservatori (Libero). Che tempo fa titolava a tutta pagina: “Le migranti stuprate godono”. Capito? Ci sono meno scuole e ospedali per mantenere questi diciamo giornalisti. Il liberismo ci piace al mattino, ma la sera preferiamo lo statalismo che ci consente di fare questi titoli. Ehia eia, alalà!
Francesco Greco

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