
25 anni fa, come oggi, ci lasciava Lucio Battisti che, personalmente, reputo uno dei più grandi musicisti della seconda metà del secolo scorso e non solo italiano.
Di seguito riporto un pezzo che, all’epoca, scrissi per l'”Avanti” (con lo psuedo che utilizzavo alla bisogna: Stefano Albertazzi, il cognome da nubile di mia nonna paterna) a margine delle celebrazioni televisive dell’artista scomparso due giorni prima.
Avevo 31 anni.
Ora sono di un anno più vecchio di Lucio al momento della sua morte.
Se ne andò un pò troppo presto.
Stefano Pillitteri
X Avanti di Domenica
Lucio; un gigante in mezzo ai nani
Lontana assai la scorsa primavera quando ci si domandava del prolungato ritardo di Battisti nel riproporre il suo verbo musicale. Proprio di settembre, erano uscite, a scansione biennale le sue ultime opere. Dal 1986 al 1994. Dei “puntuali appuntamenti molto occasionali” religiosamente attesi da quanti vi ravvisavano una manifestazione di genio artistico già partecipe del trascendentale. E proprio di settembre Battisti se n’è andato. Il dispiacere umano per una morte prematura è soverchiato dalla sensazione di vuoto. Mancata la voce di Battisti, la musica italiana moderna sprofonda nel nulla di una mediocrità inemendabile.
Troppa grazia il talento di Lucio in un mondo affetto, nei suoi santoni storici, da un provincialismo conformista ed autoreferenziale e, nei giovani (?), da una mancanza di idee sconfortante. A superflua riprova del livello miserrimo dei sedicenti addetti ai lavori della pop music (specchio fedele di quello dei fruitori di cd, fm, e karaoke vari), la grottesca litania funebre in cui costoro si sono esibiti sui vari media rievocando, con toni di commozione multigenerazionale, solo e unicamente l’epopea mogoliana. Un orgia televisivo-giornalistica a base di “mi ritorni in mente”, “balla linda” , “non è Francesca”. Ci mancava solo un bell’happening curato da Fabio Fazio a base di jeans a zampa di elefante, due cavalli, finti falò sulla spiaggia con uso di chitarra. E, comunque, la veglia funebre pseudoreducistica messa in onda dalla Rai non è stata da meno in termini di banalità, squallore e patetico narcisismo dei partecipanti.
Quanti ricordi, noi si che lo conoscevamo bene il Lucio degli inizi, indimenticabile colonna sonora di tante serate tra amici.
Naturalmente per il Battisti degli anni 80 e 90 poche e infastidite battute: i soliti sussiegosi giudizi di incomprensibile e capricciosa bizzarria. Su tutto il rimpianto dei tanti mare nero impediti dalla rottura con Mogol. Senza tale ferale evento chissà quali meraviglie avrebbe potuto ancora scrivere Lucio, non quelle porcherie inascoltabili scaturite dalla collaborazione con Panella.
E poi ci si chiede il perché dell’isolamento oltranzista in cui il nostro si era richiuso. Ci si chiede perché si sottraesse all’”amore dei fans” che chiedevano solo di ricevere emozioni, pensieri e parole. Ci si chiede perché aborrisse come la peste ogni celebrazione mediatica.
Se dal Giuseppe Verdi della maturità si fosse preteso sempre e soltanto il “va pensiero” o “la donna è mobile” giudicando Otello e Falstaff delle superfetazioni autocompiaciute stiamo certi che il cigno di Busseto si sarebbe chiuso in un romitaggio sprezzante del tutto analogo a quello dell’aedo di Poggio Bustone. E avrebbe fatto bene. Il pubblico che vuole sentire sempre la stessa musica non ne ama affatto l’autore. Vuole solo usarlo per reiterare meccanicamente un piacere superficialmente edonistico. Come un qualsiasi oggetto di consumo. L’esatto contrario dell’amore. E spiace constatare come Battisti se ne vada in uno scenario di totale mancanza di vero affetto verso la sua arte. Ché altrimenti avrebbe indotto a comprenderne l’autentica statura artistica apprezzando la straordinaria ispirazione delle sue ultime opere anziché crogiolarsi nel rimpianto masturbatorio dei lavori più giovanili. Belli, originali, ancora freschi quanto si vuole ma che non valgono (tutti messi assieme) la grandezza inarrivabile di “Tu non ti pungi più”.
Il tempo, come sempre, renderà giustizia. E’ difficile essere giganti in mezzo ai nani.
Stefano Albertazzi

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