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La svolta green della Meloni al G20 di New Delhi
La decisione di destinare all’Africa 3 miliardi di euro in 5 anni (il 70% dei fondi a disposizione) per contrastare il cambiamento climatico é una scelta politica lungimirante di Giorgia Meloni e fa onore ai suoi sherpa G20. Tuttavia é fondamentale che gli interventi previsti rispondano alle esigenze reali delle popolazioni. L’Africa – basti pensare agli avanzati processi di desertificazione – paga il prezzo più alto nonostante contribuisca con soltanto il 4% delle emissioni globali.
Nuova Delhi, 09/09/2023 – Il Presidente Giorgia Meloni partecipa alla seconda sessione dei lavori del Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi del G20. (fonte Governo.it)
La decisione di destinare all’Africa 3 miliardi di euro in 5 anni (il 70% dei fondi a disposizione) per contrastare il cambiamento climatico é una scelta politica lungimirante di Giorgia Meloni e fa onore ai suoi sherpa G20.
Tuttavia é fondamentale che gli interventi previsti rispondano alle esigenze reali delle popolazioni. L’Africa – basti pensare agli avanzati processi di desertificazione – paga il prezzo più alto nonostante contribuisca con soltanto il 4% delle emissioni globali.
Sinora la Global Gateway dell’ Unione Europea non ha tenuto conto delle necessità del continente africano. Non lo ha fatto per due ragioni.
La prima è che ha deciso le priorità senza consultare nessuno – tanto meno la società civile africana.
La seconda e’ che leggendo in dettaglio le prime iniziative previste si può osservare che esse hanno uno scarso impatto ambientale. L’impressione é che più che favorire un adattamento dell’Africa (in particolare della sua agricoltura) ai cambiamenti climatici, esse puntino a favorire le aziende europee che intendono investire in campo energetico, infrastrutturale e dei trasporti.
Come già sottolineato in riferimento ai recenti colpi di stato, l’ Italia deve spingere l’Europa a cambiare il suo approccio verso l’ Africa.
Sinora per i cittadini africani l’immagine dominante dell’Unione Europea é stata quella di una “Fortezza Postcoloniale” interessata a sfruttare le risorse minerarie (l’uranio del Niger, il petrolio e il manganese in Gabon solo per fare alcuni esempi) e a mettere in atto misure securitarie tese a bloccare, respingere e rimpatriare i migranti.
Sotto questo profilo il ruolo della UE in Africa é rimasto in un cono d’ombra per la presenza dominante della Francia soprattutto nell’Africa centro-occidentale dove per l’ appunto sono avvenuti tutti i recenti colpi di stato .
Se vuole essere davvero credibile l’Unione Europea deve innanzitutto partire dai bisogni della popolazione locale, gravemente peggiorate negli ultimi anni, per le drammatiche conseguenze del cambiamento climatico su cui si sono agevolmente innestati conflitti e minacce terroristiche.
Tutti parlano dei viaggi a Tunisi del Presidente del Consiglio per il memorandum sull’ immigrazione, ma nessun giornale scrive che la Tunisia nel 2023 ha visto una riduzione di più del 60% della produzione di cereali.
È difficile capire se l’ Europa sarà in grado di cambiare il suo approccio all’ Africa, ma è certo che su un reale cambio di impostazione si gioca la durata della credibilità internazionale recentemente conquistata da Giorgia Meloni e rafforzata dal G20 che si tiene in questi giorni in India.
Oltre alla lotta contro le ricadute del cambiamento climatico, l’altro aspetto su cui l’ Italia e l’ Europa potrebbero avere un ruolo é il supporto alla realizzazione di sistemi sanitari degni di questo nome.
In un rapporto pubblicato pochi giorni fa la prestigiosa rivista Lancet descrive con grande chiarezza la rilevanza e l’urgenza politica del rafforzamento dei sistemi sanitari in Africa.
Per una riflessione approfondita sulle ragioni che rendono necessaria e urgente una svolta politica nelle relazioni tra Africa e Europa nonché su nuove proposte suggerite all’ attenzione si puo’ fare riferimento al volume Revisting Africa Relations: Revisiting EU-Africa Relations in a Changing World
Oltre a superare un approccio prevalentemente securitario é fondamentale che la UE sappia collegare gli interventi di emergenza a progetti strategici.
Per restare in campo sanitario basti pensare al Sudan. Il Centro di eccellenza cardiochirurgica di Karthoum ha realizzato in poche di settimane due nuovi reparti di traumatologia e di chirurgia di urgenza per far fronte ai tanti feriti dei violentissimi scontri armati iniziati il 15 Aprile scorso
Il centro ospedaliero Salam (che ha circa 500 dipendenti in grande maggioranza locali) non è solo un modello di eccellenza sanitaria per il Sudan e per i paesi confinanti ma si configura anche come modello paradigmatico su come intervenire in Africa con grande serietà ed efficacia https://www.emergency.it/progetti/sudan-khartoum-centro-salam-di-cardiochirurgia/
Se Ambiente e Salute saranno le parole chiave per un nuovo rapporto tra il nostro continente e l’Africa , il Mediterraneo diventerà nuovamente un mare di scambi, prosperità e pace. Non é più accettabile che esso sia insaguinato da migliaia di morti in mare per la miopia dell’Europa e per l’avidità delle elites politico-amministrative presenti in tanti paesi africani che i arrichiscono talvolta con i proventi del traffico dei migranti e molto spesso con accordi al ribasso con le multinazionali del business estrattivo. Elites che appena ne hanno bisogno vengono a curarsi nelle migliori cliniche europee con i loro lussuosi jet privati.
Valeria Fargion è professore associato di scienza politica, titolare ( dal 2004) di una Cattedra Jean Monnet presso la scuola di scienze politiche “Cesare Alfieri” dell’università di Firenze, dove insegna “Politics of European Integration” nell’ambito della laurea magistrale in relazioni internazionali e studi europei (RISE). Fino al 2020 ha coordinato il percorso di Studi Europei ed è stata responsabile delle relazioni internazionali per la Scuola di Scienze Politiche. La sua attenzione prioritaria per la dimensione internazionale e per il dialogo tra studiosi provenienti da ambiti disciplinari e da contesti socio-politici e culturali diversi la hanno portata negli anni a ricoprire ruoli di coordinamento in una serie di reti accademiche transnazionali: è stata per due mandati ( 2002-2006 e 2006-2010) membro elettivo nell’Executive Board del Research Committe 19 “Poverty, Social Welfare and Social Policy” dell’International Sociological Association ; dal 2002 al 2007 membro del comitato esecutivo di ESPANET (il network europeo degli studiosi di politiche sociali) e dalla sua fondazione al 2014 Co-Chair di ESPANET-Italia; dal 2008 al 2010 ha svolto il ruolo di esperto nazionale per la DG Employment della Commissione europea e dalla sua fondazione nel 2014 al 2019 è stata condirettrice e poi direttrice della rivista “Politiche Sociali/Social Policies”, edita da Il Mulino. Nel contesto degli impegni assunti su scala internazionale, ha organizzato nel 2007 un convegno finalizzato ad aprire un confronto tra studiosi del nord e del sud del mondo, con la discussione di relazioni da parte di 90 ricercatori provenienti da tutti e cinque i continenti (https://www.dsps.unifi.it/vp-322-social-policy-in-a-globalizing-world-developing-a-north-south-dialogue.html); per quanto riguarda invece le tematiche connesse all’integrazione europea ha organizzato, in particolare, un ciclo di conferenze sui “Costi della non Europa” cui hanno partecipato anche Romano Prodi e Giuliano Amato (https://www.rise.unifi.it/vp-194-the-costs-of-non-europe-2010-2011.html), e in occasione dei 25 (https://www.rise.unifi.it/vp-211-erasmus-generation-conference-31-maggio-1-giugno.html) e dei 30 anni del programma Erasmus ha realizzato – nell’ambito delle attività del Centro di eccellenza Jean Monnet -due iniziative che hanno permesso a 54 studenti – due per ciascuno dei 27 Stati Membri – di avanzare le loro proposte di intervento sui temi di maggior rilevanza a rappresentanti delle istituzioni europee, tra cui anche l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Federica Mogherini (https://www.rise.unifi.it/vp-343-conferenza-28-ideas-from-the-erasmus-generation.html). Le sue pubblicazioni sono per la maggior parte in lingua inglese; i lavori in lingua italiana hanno riguardato il welfare state italiano in prospettiva storica e comparata, i rapporti centro-periferia, il ruolo delle regioni italiane nell’ambito delle politiche sociali e la performance regionale nella gestione dei fondi strutturali. Nell’arco dell’ultimo decennio, i suoi interessi di ricerca si sono progressivamente spostati dalle politiche dei paesi industrialmente avanzati al ruolo dell’Unione Europea in ambito internazionale, con particolare attenzione per le questioni di Sanità Globale e per l’analisi della cooperazione allo sviluppo in Africa.
Marco Mayer nell’arco degli ultimi trenta anni ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.
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