
Natale scintillante o natale al lume di candela? L’importante è sentirla dentro la luce non solo vederla fuori, mi dice un signore con barba e baffi e cappello da marinaio che incontro sul porto di Ancona. Chissà quante luci di Natale ha sognato da marinaio rientrando poco prima delle feste. E lui vedeva le luci della costa da lontano sperando che presto potessero diventare luci interiore, festa di famiglia, calore attorno all’albero. Natale dal mare, una voglia infinita di luce e di casa, immagino. Noi che in questi giorni sulla terra siamo possiamo guardare con occhi diversi anche le luci piccole e grandi.
Ci sono paesi e cittadine anche nel mantovano che hanno illuminato e addobbato per quanto hanno potuto e altri paesi e altre città e cittadine che hanno scelto di non mettere luci, luminarie, catene di stelle e stelle comete più o meno cadenti, decidendo di devolvere l’ammontare della spesa corrispondente ad altre finalità -tipo, ad esempio- aiutare le famiglie in difficoltà per pagamento di bollette di luce, gas, riscaldamento, rette poco rette e curve sempre più difficili.
E vabeh, dice la signora, per un quest’anno faremo senza la luminaria in piazza ci accontentiamo dell’alberello in casa o del piccolo abetino con due luci led solari. Libertà di luce vo cercando anche a Natale. Libera luce in libera festa, per copiare un motto ben altrimenti applicato nei secoli scorsi, e comunque viva la luce interiore che può scoppiare anche da una piccola scintilla esteriore, basta un lumino, basta un candelino, basta una treccia su un balcone, basta una stellina sul portoncino.
In tante nostre città la luminaria giusta non manca nel centro e nel cuore dove si concentra la meraviglia dello sguardo dei turisti e dei fiorentini, del popolo di fuori e del popolo di dentro. Ma non bisogna mica esagerare con le luci mi dice un bravo professore di storia che ne ha viste e studiate di tutti i colori.
Il cielo era stellato sopra la capanna della natività ma mica c’erano, almeno non viene raccontato, botti a raffica, fuochi d’artificio e botteghe illuminate a giorno. C’erano le stélle. A proposito di stelle: si dice stélle, con la e chiusa non stèlle con la e aperta, così come si dice bène con la e aperta e non béne con la e chiusa, esercizi natalizi in tema. Tornando al luogo del presepe c’erano dunque le stélle e c’erano le torce. E c’erano gli sguardi. Dovremmo addestrarci a sostituire le luci di fuori con le luci di dentro, le luci dell’elettricità che costa, più o meno solare, più o meno eolica, più o meno da fossili, con la luce più gratuita e più intensa dei nostri occhi. Anche gli occhi possono abbagliare se sono occhi di stupore e di partecipazione. E gli occhi che si incontrano tra madri e figli, tra padri e nonni, tra amici e fidanzati davanti a un presepe sono gli sguardi luminosi più umani e più sinceri.
Comunque, chissà quanti alberi illuminati e quanti presepi con pastori e pastorelli, capre, pecore e laghetti saranno in giro per i nostri paesi, case e cappelle delle chiese, piazze e porti vicino ai monumenti, saranno meta di visite e meraviglie, di passaggi più o meno attenti e di fermate programmate.
Basta una scintilla e si può immaginare un cielo luminoso, basta una piccola luce per sentire dentro un bagliore. Sentire, non solo guardare perché anche la luce quella vera si sente dentro e si ascolta, non si guarda soltanto, si avverte, si percepisce, diventa pensiero. Ci saranno in giro anche alberi meno belli degli altri, meno ricchi di altri, meno colorati e con i rami un po’ più spelacchiati, e vabbe, che vuoi che sia, anche noi esseri umani col tempo siamo più spelacchiati eppure sentiamo dentro che siamo pronti per una festa come tutti, come i non apparentemente spelacchiati.
Finì su tutte le chat e in giro per il mondo della rete e dei giornali l’albero spelacchiato di Roma del 2017 in piazza Venezia, e fece notizia a suo modo. In fondo gli alberi più o meno perfetti sono solo forme e percezioni: se uno ha fede vede la luce anche in un cactus.
La luce deve essere vivente, e quando vive davvero non deve essere per forza un incendio, un luna park, una girandola di effetti, deve essere luce però non chiarore indotto, non riflesso di luminarie che gettano ombre su pezzi di vita.
Fanno tanta luce anche i cosiddetti mercatini di Natale dove ogni stand sembra una capanna e dove il profumo del legno anche in città spesso si accompagna a quello, tradizionale, delle spezie del vin brulè.
A Mantova sotto lo sguardo di Virgilio come a San Candido, l’ultimo lembo d’Italia in Val Pusteria prima della confinante Austria, così come in quella piazza dominata del duomo a due campanili di Bressanone che ha colori per tutti, così come nelle piazze dei paesi piccoli che sembrano cortili di casa dove bastano tre, veramente tre, targhe, tre luci e tre insegne rosse per accendere festa e calore. Quei borghi dove una chiesa, un palazzo storico, un prato un monumento fanno paese e dove anche una sola luce colorata fa festa. Dai non lamentiamoci, almeno in questi giorni, facciamo luce dentro e fuori con quel che abbiamo, pensando che basta davvero una scintilla per essere felici o lieti.
Lieti, mica poco.
Fabrizio Binacchi

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