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La Nato allargata ridisegna l’Europa e pretende dall’Italia scelte di campo che imporranno una nuova “conventio ad excludendum”

di Enrico Cisnetto | 16 Maggio 2022

Cosa accadrà a Roma quando, e sarà tra pochissimo, Helsinki e Stoccolma formalizzeranno la richiesta di adesione alla Nato e ciascun paese membro dell’Alleanza Atlantica dovrà dar loro una risposta? L’ingresso nella organizzazione di difesa militare occidentale di due paesi fin qui “terzi” come Finlandia e Svezia, che avevano fatto della neutralità lo strumento per assicurarsi rapporti di buon vicinato (anche se armati) con l’Unione Sovietica prima e con la Russia poi, è destinata a cambiare la geografia politica dell’Europa. Non fosse altro perchè allunga di oltre 1.300 chilometri, arrivando a 3.750, il confine diretto tra Russia e zone di influenza Nato, con 330mila uomini, 130 unità aeree e 150 navali (numeri destinati a essere irrobustiti, quantitativamente e qualitativamente, da quelli scandinavi) dislocati tra il Baltico e il Mar Nero bulgaro.

Insomma, il governo e il parlamento italiani dovranno decidere se dare o meno l’assenso a qualcosa di straordinariamente importante, se non epocale. Lo faranno, e come? La domanda non è peregrina, alla luce di quanto la politica italiana ha fatto vedere in questi ormai quasi tre mesi di guerra scatenata da Vladimir Putin in Ucraina. Diremo di no, allineandoci a quanto sembra voler fare la Turchia di Erdogan, che gioca spregiudicatamente a fare il non allineato pur stando dentro la Nato? Non credo, ma dentro di me fatico a distinguere se si tratta di una previsione o di un auspicio. Diremo di sì, senza se e senza ma, come si dovrebbe in una circostanza del genere? Lo escludo, se non a costo di clamorose spaccature dentro la maggioranza di governo e, soprattutto, all’interno di alcuni partiti. Faremo i furbi, aspettando la pronuncia negativa di qualcuno – Erdogan per esempio – e nascondendoci dietro il fatto che per dare il via libera all’adesione di un nuovo membro nella Nato il consenso deve essere “unanime” (articolo 10 del Trattato di Washington)? Non sarebbe la prima volta: nell’aprile 2008, complici le lezioni anticipate seguite alla caduta del governo Prodi e che riportarono Berlusconi a palazzo Chigi, attendemmo che Angela Merkel, con la complicità di Nicolas Sarkozy, minasse le intenzioni dell’allora presidente americano George Bush di portare proprio l’Ucraina, e la Georgia, nell’Alleanza Atlantica. E la pelosa posizione preannunciata dall’ineffabile Conte sull’allargamento della Nato – “è chiaro che può avere delle implicazioni, ma non mi sento di offrire una risposta negativa” – fa presagire che si tenterà di replicare quanto avvenne 14 anni fa.

Oppure diremo “sì, ma”, cavillando per esempio sui tempi dell’ingresso dei due paesi, cui sarà sicuramente riservata una corsia preferenziale e una procedura accelerata? Lo temo fortemente, e i continui distinguo di Conte e Salvini di queste settimane sull’invio di armi a Zelensky, ma anche di qualche esponente del Pd, sono foschi presagi che almeno una parte delle forze di governo ci proverà, in nome di un non meglio declinato pacifismo e utilizzando la reazione rabbiosa del Cremlino al preannuncio dei due paesi scandinavi per ammonire “così scateniamo la Terza guerra mondiale”, come se non fosse già stata dichiarata da Putin. E se ad andare in questa direzione è un moderato sempre in predicato di fare il controcanto a Salvini, senza mai farlo, come il ministro Giorgetti – ieri se n’è uscito asserendo che “l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato surriscalda gli animi dalle parti di Mosca e sicuramente non aiuta ad abbreviare il conflitto”, anche se poi ha sommessamente aggiunto che si tratta di “questioni forse troppo grandi per la mia capacità di valutazione” – allora è inevitabile dedurne che il peggio è dietro l’angolo.

In realtà, una “crisi di politica estera” è già stata surrettiziamente aperta, e questo nonostante che nel giro di pochi giorni il presidente Draghi abbia dato inequivoca dimostrazione di come l’Italia non sia il tappetino di Bruxelles e Washington. Prima affermando in una sede solenne come il Parlamento europeo che le istituzioni comunitarie sono “inadeguate” e proponendo una rivisitazione della loro architettura attraverso il superamento dell’unanimità, sull’adozione del metodo comunitario rispetto a quello inter-governativo e dunque sull’approccio federale alle questioni oggi dirimenti, come difesa ed energia. Poi invitando il presidente americano Biden, anche a nome delle maggiori cancellerie europee, a compiere maggiori sforzi per tentare di battere la pur impervia strada della trattativa con Putin al fine di arrivare se non alla pace, almeno ad un cessate il fuoco. Cosa che ha indotto il Washington Post a presentare ai suoi lettori la visita di Draghi alla Casa Bianca parlando di “differenze sulla guerra in Ucraina” pur nel solco di una “storica amicizia”. Dunque, due passaggi non scontati, che avrebbero dovuto bagnare le polveri di contestatori che sono arrivati a coprirsi di ridicolo distinguendo tra armi offensive e armi difensive pur di cavalcare alcuni sentimenti di una parte dell’opinione pubblica (a mio giudizio minoritaria) che, nel migliore dei casi, teme gli effetti collaterali della guerra, dalle interruzioni energetiche all’insicurezza alimentare, e nel peggiore dei casi, simpatizza più per l’aggressore che per l’aggredito. E invece ancora si polemizza per il fatto che Draghi – giustamente, visto che c’è già un decreto votato il primo marzo e valido fino al 31 dicembre – non intenda sottoporre al voto delle Camere le decisioni assunte dal governo circa gli aiuti militari a Kiev, ma limitarsi ad una informativa.

In questo clima, un voto parlamentare sull’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato può davvero trasformarsi in un Vietnam. Pessima cosa per l’immagine dell’Italia, ma buona se servirà a rompere le ipocrisie su cui si reggono coabitazioni spurie all’interno dei partiti. Prendete le due dichiarazioni del ministro Di Maio ieri a margine del G7 in Germania – “Italia sostiene con forza l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, siamo ben lieti di accoglierli nell’Alleanza che ha garantito la pace per decenni” e “le armi che l’Italia fornisce a Kiev rientrano nel principio della legittima difesa” – e ditemi se sono compatibili con quanto va dicendo il capo dei 5stelle. Ha voglia l’avvocato azzeccagarbugli Conte a definire “maliziosa” la stampa che parla di divergenze.

Ma, come dicevo, è cosa positiva che le differenze emergano, perchè la guerra e le sue conseguenze geopolitiche introdurranno nella politica italiana una nuova “conventio ad excludendum”. Come ho scritto su TerzaRepubblica un mese e mezzo fa, al “fattore K” di antica memoria (escluse il Pci dall’area di governo durante tutta l’era della Guerra Fredda) si sta sostituendo il “fattore P” (Putin), o se preferite il “fattore Z” (in russo sta per “Za pobedu”, “per la vittoria”) usato qualche giorno fa da Antonio Polito sul Corriere della Sera riprendendo i miei stessi concetti. Piaccia o non piaccia, la nuova pregiudiziale traccerà una linea di demarcazione che separerà chi sta sui due fronti dell’evento più discriminante della storia recente: da una parte l’euro-atlantismo, seppur variamente declinato, e dall’altra non solo il putinismo (oggi nessuno o quasi si dichiara apertamente dalla parte di Mosca) ma anche e soprattutto il neutralismo racchiuso nello slogan “né con la Nato né con Putin”, magari mascherato da un pacifismo a senso unico che, se applicato, avrebbe già portato alla resa incondizionata di Kiev in nome del principio “facciamo meno morti possibile”. Non ci sarà spazio per i distinguo, tantomeno per i “né, né”. E il fenomeno, cui sarà impossibile sottrarsi, sarà tanto più forte perchè Roma è, con Berlino, la capitale europea su cui in questi anni (e in particolare durante il periodo del governo gialloverde) Mosca ha più investito, alimentando un torbido acquitrino russofilo. L’ambizione di Putin di voler ridefinire gli assetti geopolitici mondiali, infatti, ha come effetto collaterale quello di ridare all’Italia, suo malgrado, la centralità che era venuto meno con la fine della vecchia guerra fredda, decretata dalla caduta del muro di Berlino e dal crollo dell’impero sovietico. Ma questo impone nuovi vincoli, come quelli che fino al 1989 impedirono al partito comunista più forte d’Occidente di andare al governo.

A Polito questo suddividersi tra chi è convintamente schierato con l’Alleanza Atlantica e con l’Europa, e chi no, gli fa temere che ci faccia tornare al 18 aprile 1948, quando gli italiani furono chiamati a scegliere tra la libertà e i “cosacchi a San Pietro”, e a Paolo Mieli fa dire che corriamo il rischio di una pericolosa regressione. Capisco, ma obietto: guardate che è la situazione creata dall’invasione dell’Ucraina ad aver riportato indietro le lancette dell’orologio della storia. Lo stesso Polito lo ammette quando parla dei “veleni di un vero e proprio scontro di civiltà che già circolano nell’opinione pubblica e nell’informazione in Italia, che importanti forze politiche appaiono disposte a usare per intossicare la vita politica democratica”. E che si vuole di più per chiedere a tutti, forze politiche e sociali, mondo dell’informazione e della cultura, di uscire dall’ambiguità e dichiarare da che parte stanno tra autocrazie e democrazie.

Una cosa comunque è certa: questa discriminante, imposta dalla drammaticità delle cose e non inventata (come non era strumentale quella del dopoguerra di oltre 70 anni fa) non consentirà alle due coalizioni, centrodestra e centrosinistra, su cui si articola il sistema politico italiano, di sopravvivere a se stesse, perchè su una questione preliminare come quella dello schieramento di campo nella politica internazionale, sono attraversate da differenze insanabili. Prenderne atto ora, significherebbe arrivare alle prossime elezioni avendo fatto chiarezza a favore degli elettori. Far finta che il problema non esista e dunque evitare di essere conseguenti, porterà invece ad un disastro per il Paese. In entrambi i casi, il primo modo virtuoso, il secondo in modo pernicioso, l’attuale sistema politico verrà terremotato. Meglio prepararsi.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: angela merkel, anni, architettura, berlusconi, bruxelles, bush, caduta del muro, casa bianca, centrosinistra, consenso, corriere della sera, draghi, effetti collaterali, elezioni, germania, governo, italia, la stampa, merkel, mondo, nato, nicolas sarkozy, palazzo chigi, parlamento, pd

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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