Sembra diventato quasi un miracolo, in questo momento in cui la pandemia ha sfoderato un’offensiva massiccia anche nel nostro Paese, l’idea che un teatro possa mantenere la programmazione fatta solo pochi mesi fa. Era un momento in cui si parlava di rinascita, di ritorno alla normalità, di uscita dal tunnel, ed invece quel tunnel sembra essere ancora ben lontano dal lasciare alle spalle le sue ombre e le sue angosce, mentre i fantasmi delle terapie intensive e degli ospedali in emergenza si fanno ogni giorno più reali.

Eppure, fortunatamente e felicemente, il teatro resiste e sta lì a ricordarci una normalità che non dobbiamo dimenticare, il piacere del condividere, insieme e dal vivo, momenti di piacere e di cultura; siamo grati a coloro che fanno di tutto perché ciò possa avvenire, grati alle compagnie che sono ancora disposte a mettersi in gioco per renderci qualche ora felice in mezzo a tante paure; grati agli orchestrali, ai tecnici, al personale dei teatri…
Pisa non è da meno in questa felice congiunzione nella quale il Verdi e la sua dirigenza mantengono dritta la rotta verso quegli obiettivi che erano stati presentati con determinazione ed ottimismo nel corso della presentazione delle stagioni. Un atto di consapevole coraggio (non incoscienza) che rincuora e aiuta a non entrare nella spirale della rassegnazione.
E così, proprio agli inizi di questo nuovo anno, torna la lirica con una nuova produzione del Werter, opera di Jules Massenet su libretto in francese di Edouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann, tratto dal romanzo epistolare I dolori del giovane Werter di Goethe.
Questo nuovo allestimento è stato realizzato da OperaLombardia in coproduzione con i Teatri di OperaLombardia, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatro di Pisa, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara e vede il M° Francesco Paqualetti dirigere la Filarmonica dell’Opera Italiana “Bruno Bartoletti”; scene Emanuele Sinisi, costumi Anna Maria Heinreich, luci Vincenzo Raponi, regia Stefano Vizioli.
Un gradito ritorno a Pisa quello di Stefano Vizioli, in veste di regista per proporci un Werther che si preannuncia di grande suggestione. Lo abbiamo intervistato alla vigilia della prima che si terrà sabato 15 gennaio alle 20.30 con replica domenica alle 15.30.

Che effetto fa rientrare nel teatro dove è stato direttore artistico nel ruolo di regista?
Il Werther era stato progettato in coproduzione alla fine del 2019 e comprendeva un’importante cordata di teatri: dopo la prima ad ottobre del 2020 nella prima piazza, cioè Como, le alterne vicende legate al covid hanno modificato il calendario che avrebbe dovuto esaurire tutte le recite in sei mesi e non in due anni. Abbiamo avuto rappresentazioni in presenza (Como, Ferrara e Reggio Emilia), due streaming (Modena, Brescia) e ora finalmente Pisa d nuovo dal vivo. A Pisa ho firmato molte regie fin dal lontano 1993, è un teatro che ha segnato moltissimo la mia carriera professionale e artistica. Che ancora un mio spettacolo faccia capolino in teatro è motivo di grande soddisfazione, e spero di essere all’altezza dell’aspettative di un pubblico attento e competente come quello pisano.
Ne avevamo parlato durante la sua attività: fare il direttore artistico in una realtà “piccola” come può essere quella di un teatro come il Verdi non è cosa facile; sposare qualità dell’offerta e budget, specie in assenza di grandi “mecenati” capaci di sostenere l’azione delle Istituzioni locali, non è certo semplice e fare scelte “giuste” talvolta è una scommessa. Come racconterebbe la sua esperienza e quali esperienze ne ha tratte per il suo futuro?
Una certa spregiudicata e coraggiosa programmazione deve sposarsi sempre ad un grande attento e costante lavoro di comunicazione con la città e le sue realtà territoriali, e al tempo stesso la competenza del repertorio ha una forte incidenza nella scelta dei titoli per quanto concerne anche l’aspetto economico: sappiamo perfettamente che, a parità di fama, un Rigoletto costa meno di una Traviata, una Butterfly costa meno di una Manon Lescaut. É fondamentale poi stringere alleanze con teatri sia del territorio che fuori, affinché in un proficuo rapporto di coproduzioni, si possa condividere la spesa e aumentare il budget, con beneficio per tutti. Una realtà non è mai “piccola” se attira pubblico, critica nazionale ed internazionale, visibilità sui mass media, e la qualità del prodotto finale non è sempre legato alla forza economica. Pisa non può forse permettersi – per fortuna, aggiungo – la logica dello star system, ma proprio per questo si possono individuare e lanciare le future star quando ancora devono “farsi le ossa” e non pretendono folli cachet, e costruire progetti che esaltino il lavoro comune e non l’ego ipertrofico del singolo. Considero la mia esperienza pisana una straordinaria “palestra” professionale e umana, ho imparato molto e spero di avere ancora occasioni per imparare, gli esami non finiscono mai.
Dopo Pisa, ha concentrato la sua attenzione sull’attività di regista e di formatore: ci racconta, in quest’epoca di covid, quali sono state le sue esperienze?
Come per tutti ho dovuto fare i conti con spettacoli rimandati o cancellati, al tempo stesso nuove opportunità si sono create – sulla rete il Werther nelle due versioni streaming con cast diversi, ha raggiunto un bacino di spettatori “on line” molto alto. Certamente nulla può eguagliare l’emozione dello spettacolo in presenza, ma intanto, anche per gli artisti coinvolti, non si è avuto quel senso di “perdita” definitiva dopo tanto lavoro. Ho lavorato in Cambogia per i miei progetti interculturali, il paese asiatico ha pochissima incidenza covid anche perché la politica locale è molto severa sull’obbligo dei vaccini. Poi ci sono stati inviti on line per lezioni e conferenze presso istituzioni universitarie italiane ed estere. Ho inventato un altro programmino on line, EKEBÚ, un’esperienza se vogliamo “casareccia” ma divertente, sulla linea di Alfabeto Lirico, che tenne tanta compagnia al pubblico pisano durante il lockdown. Proprio queste due esperienze comunicative mi hanno aperto le porte di RAI 5, presso la quale ho iniziato un bellissimo rapporto di collaborazione con la presentazione di spettacoli ripresi dal Canale Cultura della Rai. Dal vivo sono finalmente rientrato sul palcoscenico con la ripresa della Lucia di Lammermoor “pisana” a Modena e Rimini.

Veniamo al “suo” Werther: intanto perché quest’opera?
Werther nasce come titolo da me proposto nel 2019 per il concorso all’ASLICO, è un’opera che può perfettamente attagliarsi ad un cast di giovani vincitori, non costa molto perché non ha coro, non è molto lunga, è commovente e ricca di musica meravigliosa, e tutti i ruoli hanno un peso scenico e vocale importante. I dirigenti Aslico immediatamente hanno accolto la proposta, condiviso questa iniziativa e messo il titolo a concorso. Per me Werther è un titolo legato anche all’esperienza personale quando, sospettosissimo su un titolo che non conoscevo, ebbi lo shock di vederlo a Napoli con Alfredo Kraus e Viorica Cortez e da allora il titolo non mi ha mai abbandonato, in quanto, come assistente alla regia di Pierluigi Samaritani, seguì il mio maestro all’Opéra di Parigi dove si alternavano Alfredo Kraus con Neil Schicoff, Lucia Valentini Terrani con Tatiana Trojanos, e George Pretre sul podio. Quando da ragazzino vivi esperienze artistiche simili, quella musica ti entra nella pelle, alla fine Werther è diventato un vecchio amico e questo appuntamento tra me e il nevrotico romantico personaggio si è finalmente concretizzato in questa produzione.
Quali sono state le “idee portanti” per questa produzione?
Con lo scenografo Emanuele Sinisi abbiamo concepito uno spazio unico, con un fondale che può essere letto come un enorme foglio bianco accartociato e diseguale, dove con un discreto uso di proiezioni create dal gruppo Imaginarium diventa specchio della memoria e del rimpianto, dell’evocazione e del sogno. I costumi sono di Annemarie Heinreich provengono dalla prestigiosa sartoria Tirelli e rispecchiano lo stile fine ‘700 coevo all’epoca del giovane Goethe, pochissimi elementi di attrezzeria e un lavoro di regia sul senso della perdita e della tensione verso un assoluto impossibile da raggiungere. Il Covid è stato un importante elemento “creativo”, avevamo sempre l nostra attenta direttrice di scena con un metro d LEGNO messo fra i personaggi affinchè tutte le regole della distanza fossero rispettate, proprio per questo ho elaborato un inizio e una fine che sottolineasse questa impossibilità di relazione fisica, di assenza di abbracci e baci che pure sono richiesti dal libretto, insomma un ottovolante creativo che ha trasformato limiti in opportunità, ma mi è andata bene perché Werther è l’opera dell’incomunicabilità per eccellenza, sarebbero stati guai con opere per più “sporche” di Massenet immaginiamoci una Thais o una Manon, facevano sesso virtuale in chat? Che noia…
Come è stata l’esperienza con il cast?
Ho avuto due tipi di cast, quello ASLICO cioè i vincitori che hanno portato Werther come oggetto del concorso 2020, e con loro è nata la produzione, ed è lo stesso cast di Pisa e a loro sono enormemente legato sia professionalmente che artisticamente; certamente questi giovanissimi interpreti hanno vissuto le cancellazioni, lo streaming, e una programmazione che doveva esaurirsi in sei mesi si è allungata paradossalmente in questi due anni. In alcune piazze della tournée questo Werther ha visto i vincitori Aslico confrontarsi con artisti di fama internazionale che hanno offerto, con la loro esperienza e frequentazione con il ruolo, un’ulteriore lezione musicale ed interpretativa ai più giovani colleghi.
E con il direttore, Francesco Pasqualetti?
Con Francesco siamo alla seconda produzione insieme dopo Italiana in Algeri, e , come direttore artistico di Pisa ho avuto tante occasioni di conoscerne e apprezzarne le qualità interpretative e musicali ma anche didattiche – non dimentichiamo anche l’aspetto formativo legato al concorso ASLICO che ricorda moltissimo OperaStudio, straordinaria palestra di giovani talenti che Pisa avrà ancora modo di apprezzare con la prossima Napoli milionaria – Francesco è un musicista completo e ama il palcoscenico, una fortuna per un regista averlo come compagno di avventure artistiche.
Come vorrebbe che fosse ricordato dal pubblico e dalla critica questo Werther?
A me piace lanciare stimoli, piccole provocazioni, occasioni di ricerca e confronto, non mi interessa essere ricordato come persona o artista o regista, panta rei… Ma sono felice se qualche giovane ascoltatore che non conosce Werther sia sedotto da questa bellissima immortale partitura e ne voglia sapere di più.
Stefano Mecenate

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