Sulla prodezza dei 150 economisti che hanno redarguito Draghi per l’utiizzo di 5 consulenti rei di liberismo, si é detto tutto nel metodo e poco nel merito. Demonizzare le idee che non piacciono é sbagliato in sé, tanto più se la vera intenzione é soprattutto quella di screditare (squadra di maschi, del Nord, e per di più incompetente) ma se poi il liberismo fosse davvero il male assoluto, la cosa potrebbe apparire meno grave. Purtroppo in questo caso i 150, sotto sotto, la pensano proprio cosi, sia pur muovendo ciascuno dal proprio particolare rancore. Della squadra fanno parte un politico ex economista come il vicesegretario PD Provenzano (nel silenzio purtroppo della collega Tinagli) e un politico restituito senza gloria all’Accademia di Pescara come Emanuele Felice, esperto economico di Zingaretti, famoso per la fatica con la quale ha smentito di aver detto che il riformismo é il male minore, come tutti avevano capito.
Di liberismo tanti parlano ma pochi lo spiegano. Luigi Einaudi era liberista? Giavazzi ed Alesina hanno sbagliato intitolando il loro libro “il liberismo é di sinistra”? Il battaglione dei 150 ha scelto la sua chiave: temono che così si attenui l’intervento pubblico in economia.
É davvero un paradosso. Lo stato dispone di 210 miliardi aggiuntivi e questi si preoccupano che ci sia un intervento troppo moderato? Lo Stato ritorna in Alitalia, acciaio, autostrade, banche e i professori (quasi tutti del Nord, solo il 10% donne) vogliono di più?
Niente da dire sul liberismo cinese che piace tanto a Beppe Grillo? Silenzio su D’Alema che celebra il partito comunista cinese che avrebbe riscattato dalla povertà 800 milioni di persone (al netto dei milioni di vittime della dittatura, da Mao a Tien a Men)?
Insomma c’è un liberismo dei poveri che può andar bene. Ma è la massima concessione.
Beppe Facchetti

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