Alla vigilia del prestigioso debutto sul podio dell’Orchestra Sinfonica del Cairo per un grande concerto dedicato ai capolavori dell’Opera Italiana nell’ “Auditorium della Fontana” del Teatro dell’Opera del Cairo il giovane direttore abruzzese Jacopo Sipari di Pescasseroli mi ha cortesemente rilasciato un’intervista nella quale ha raccontato di sé e del magico mondo della grande musica.
Adesso che, finalmente, la pandemia sembra lasciare spazio ad un ritorno alla normalità, molti sono i suoi impegni come quello al Teatro dell’Opera di Belgrado per il concerto omaggio a Renato Balestra e poi al Festival Internazionale Opera Open di Plovdiv dove dirigerà la grande inaugurazione con Tosca di Giacomo Puccini con le star mondiali Josè Cura, Carlos Almaguer e Tanya Ivanova.
Sono partito dalla sua dichiarazione rilasciata prima del concerto che, nella prima parte, ha visto l’esecuzione di alcuni dei momenti più noti tratti dalle opere celebri di Puccini, Verdi, Mascagni e Rossini e nella seconda parte un grande omaggio a Nino Rota con una suite fantasia che ha descritto i temi delle sue composizioni più note, da Amarcord, a La Strada, da Otto e mezzo a Il Gattopardo con gli arrangiamenti di Michele Cellaro
“Sono davvero contento di essere qua per questo Gala Opera che prelude alla Messa da Requiem di Verdi che dovrò dirigere sempre qui alla fine dell’anno. Piano piano si riparte, con fatica, ma con una innegabile grande speranza nel cuore”.

Maestro, ha detto “Piano piano si riparte, con fatica, ma con una innegabile grande speranza nel cuore”:come ha vissuto questo lunghi mesi di pandemia che ha sconvolto la vita nel mondo? Quali sono stati i suoi rifugi per sopravvivere?
Quando è scoppiata la Pandemia, o meglio, quando l’Italia se ne è resa pienamente conto, e parlo dell’inizio di Marzo 2019, io ero a dirigere la Bohème all’Opera di Tirana ormai da un paio di settimane. Nonostante i continui messaggi e telefonate dall’Italia che mi indicavano il terribile aggravarsi della situazione, in Albania sembrava che io stessi vivendo in un mondo parallelo. Obiettivamente c’era ancora grande ignoranza da noi, figuriamoci altrove. Poi tutto è precipitato. Sono tornato per miracolo attraverso un miracoloso scalo in Grecia. Quando sono arrivato a Fiumicino, mi pare fosse l’11 Marzo, non c’era nessuno. Letteralmente nessuno. Ho passato i mesi successivi a casa. Per la prima volta negli ultimi cinque anni, sono stato continuativamente a casa mia a Roma per oltre due mesi. Devo dire che alla fine non è andata malissimo: ho studiato tanto e ho fatto cose che erano mesi se non anni che rimandavo. Ho riallacciato contatti con moltissime persone, le videochiamate erano continue. Ho letto tanto. Credo sinceramente che quei mesi in particolare mi abbiano fatto bene.
Ha parlato di speranza: a lei, uomo di fede, è mai mancata la speranza? Ha vissuto il buio della disperazione perché davanti a sé non vedeva un futuro? Come ha reagito?
Si, sono un uomo di profonda fede e questo mio rifugio mi ha aiutato tantissimo. Devo dire che ho capito davvero che le cose stavano cambiando solo dopo un paio di mesi. Però non ho mai perso la speranza. Diciamo che ho compreso semplicemente che era necessario reinventarsi il modo di stare a questo mondo e, soprattutto, il modo di percepire il nostro lavoro. Non nascondo che ho iniziato a pensare anche ad un “piano b”. Fortunatamente pare che tutto piano piano si stia risolvendo.
La musica che lei dirige, interpretando, attraverso lo spartito, l’animo del compositore e le emozioni che l’hanno generata: come affronta una nuova partitura e come, invece, partiture che già conosce e sulle quali ha comunque lavorato a lungo? È possibile “andare oltre” a ciò che per lei sembrava una certezza?
Ho iniziato a fare questo lavoro molto giovane. Questo secondo me è un bene per alcuni aspetti, un male per altri. Dopo anni, quando mi ritrovo tra le mani Opere che magari ho studiato per la prima volta parecchio tempo prima e che ho eseguito anche tante volte, non mi ritrovo spesso in quello che scrissi in quei tempi passati. È un problema secondo me non solo di maturità artistica ma, credo, di maturità emozionale. Io sono cambiato molto negli ultimi anni e alcune cose che prima mi suscitavano delle emozioni adesso me ne suscitano altre. Di certo con nuove partiture il mio modo di agire attuale è molto diverso. Percepisco comunque un maggiore distacco rispetto a dieci anni fa, un modo di affrontare la musica con maggiore razionalità, meno trasporto emotivo. Probabilmente sarà l’ingravescentem aetatem. Mi rendo conto anche di come percepisco i tempi delle arie, o dei duetti, delle sinfonie. È tutto molto diverso.
Verdi, Puccini, Mascagni… Cosa hanno dato ognuno di loro al loro tempo e cosa hanno lasciato ai posteri di oggi e di domani?
Mascagni purtroppo lo conosco poco. Posso sicuramente dire che la sua musica reca in sé una profonda ricerca di verità. La cosa invece che più mi appassiona di Verdi è la sua velata ricerca continua di slancio di trascendenza. Non è un caso che la sua musica sacra sia così unica e meravigliosa. Probabilmente le sventure personali o semplicemente la sua umanità, lo portano a descrivere personaggi straordinari che comunque alla fine scendono a patti con il proprio io ricercando qualcosa di più grande da sé. Questa è una cosa eccezionale perché manifesta la ricerca di descrivere nell’opera dei caratteri di umanità assolutamente definiti. E poi la forza e l’esplosività della sua musica non ha eguali.
In quanto a Puccini… Beh, Puccini è il motivo per cui faccio questo lavoro. Il Maestro ha ricordato al mondo che l’amore è l’unica cosa per cui valga la pena vivere. Non è importante quanto questo costi. L’amore, in tutte le sue forme, resta l’unica cosa che ci avvicina davvero alla divinità che abbiamo dentro di noi e che ci fa sentire, anche se per pochi attimi, vicini al cielo.
Ha certamente diretto grandissimi interpreti del melodramma, ma tra le voci giovani, tra le promesse, ha visto qualcuno che, a suo avviso, potrebbe essere un “grande” del domani?
Devo essere sincero: ho avuto il privilegio di lavorare con moltissimi giovani di assoluto talento. In particolare, grazie alla collaborazione tra Tagliacozzo Festival (di cui è direttore artistico dal 2017) e l’Accademia di Alto Perfezionamento Vocale diretta dal soprano Donata d’Annunzio Lombardi, ho avuto il privilegio di conoscere voci davvero straordinarie che sicuramente faranno la differenza, cosa che in realtà stanno già facendo. Per citare qualche esempio: Francesca di Sauro, mezzosoprano dalla potenza e dalla emotività fuori dal comune (che infatti è stata già scelta dal Maestro Muti per una serie di ruoli) Carolina Lopez, soprano come non ne sentivo da tempo, Giulia Bolcato, Alessia Thais Berardi, Fernando Cisneros, Daniela Cappiello, Irene Molinari e moltissimi altri giovani dal talento davvero sconfinato. Una grande speranza per la nostra musica.

Uno sguardo indietro per ricordare… Quali teatri le sono rimasti nel cuore e perché? Quali orchestre le hanno dato emozioni particolari? Un’opera che ama in particolare ed una, invece, con la quale non ha ancora fatto i conti…
Questa domanda mi aiuta davvero a rivivere emozioni mai sopite. Beh, di certo l’Orchestra a cui sono più affezionato è l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, orchestra della mia regione, con la quale ho un legame emotivo particolare e con la quale ho vissuto momenti davvero magnifici. Ma tante sarebbero quelle che porto nel cuore, dalla Regionale Toscana alla Sinfonica Siciliana, dall’Orchestra del Teatro Verdi di Salerno, alla “nostra” Orchestra del Festival Pucciniano con cui ho iniziato a vivere davvero Puccini.
Indubbiamente, però, ricordo ancora con profonda ammirazione l’Orchestra Sinfonica di Israele, la Filarmonica del Qatar e la straordinaria Orchestra della Saar in Germania, compagini straordinarie di livello davvero unico.
Il Teatro a cui forse sono più affezionato, al di là del Gran Teatro Puccini che ovviamente considero la mia culla, è, per motivi prettamente affettivi, l’Opera di Belgrado.
Quanto alla mia Opera preferita, non posso che rispondere Madama Butterfly. Penso ci vorrebbe un’altra lunghissima intervista per dire il perché, anzi, per cercare di descrivere il perché. Credo sia davvero il più grande capolavoro di Puccini, l’espressione più profonda del suo genio.
L’opera invece a cui sono profondamente legato ma che non ho mai diretto e che vorrei assolutamente fare è Andrea Chenier. Penso sia un’opera che mi rispecchia molto. Questo continuo coacervo di emozioni, questi slanci emotivi che serpeggiano nella partitura, i personaggi così meravigliosamente umani. E poi, l’aria più bella di tutte, la mamma morta!
Che cosa altro aggiungere…
Un luogo dove ancora non è stato a dirigere?
Ce ne sarebbero tanti. Sinceramente mi piacerebbe dirigere all’Opera di Monaco ma, direi, in generale, mi piacerebbe dirigere di più in Germania….
Una curiosità: cosa ascolta un direttore d’orchestra, della musica leggera? Chi la incuriosisce piacevolmente e chi invece “tiene lontano”?
Io adoro la musica leggera, soprattutto quella cantautoriale italiana. Ho avuto la fortuna di lavorare con un grandissimo numero di cantanti da Anastacia ad Amii Stewart, passando per Noemi, Antonella Ruggiero, Simona Molinari, Tosca, Ron e moltissimi altri.
Mi piace il pop, il jazz, il rock. Ecco, i Maneskin a me piacciono da morire. Li ritengo geniali da ogni punto di vista. Mi piacciono i Queen, Lady Gaga, Amy Winehouse, la divina Aretha.
Onestamente odio profondamente il rap e tutte le sue derivazioni. Non condivido assolutamente nulla di quello che dicono a riguardo soprattutto perché penso che non sia rimasto nulla delle origini di questo stile. Ecco, diciamo che non sopporto le cose che non hanno stile, non hanno una loro ben definita individualità.

Un messaggio per il pubblico: cosa vorrebbe dire a chi abitualmente ha frequentato i teatri e cosa a chi, invece, stenta a farlo?
Venite a vedere Tosca. Leggetevi a casa il libretto o, se lo trovate lungo, almeno la trama. Poi sedetevi a Teatro e in quelle due ore pensate che quello che state vedendo sia reale. Mettetevi nei panni di chi canta, di chi soffre, di chi grida l’amore o il dolore, di chi muore. Abbiate il coraggio, per una volta, di entrare davvero in comunione con qualcosa d’altro. Sedetevi sul tappeto di note che sentirete e, innegabilmente ed ineluttabilmente, per citare Julia Roberts dopo una Traviata in Pretty Woman, «vi si aggroviglieranno le budella!»
estival Internazionale di Mezza Estate
In oltre 30 anni sono stati presentati: 851 spettacoli
522 di Musica, 166 di Danza, 163 di Teatro con artisti provenienti da oltre 44 paesi.
Il Festival Internazionale di Mezza Estate, Citta’ di Tagliacozzo nacque nel 1985 dall’incontro tra Carlo de Sanctis, allora Assessore nella Giunta Comunale di cui era sindaco Benedetto Iacomini e Lorenzo Tozzi, giornalista del quotidiano “Il Tempo”, storico della musica e musicista, con vastissime competenze e conoscenze nel mondo dello spettacolo e della danza. Fu proprio Tozzi che assumendo la direzione artistica del Festival gli conferi’ la caratteristica divisione nei tre settori principali: danza, musica e teatro.

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