I nostri canali televisivi ci stanno sempre più schifando con la morbosa rappresentazione di pazienti mentre viene loro iniettato, nel braccio, il vaccino anti covid. Meno male che l’attuale pandemia non riguarda problemi di stitichezza; saremmo stati altrimenti sottoposti a scene di gran lunga più trite, ma almeno esilaranti.
Ho preferito dunque spostare su un piano umoristico la vergognosa rappresentazione di un fenomeno che altrimenti non si spiega se non nel cattivo gusto e nella degradata cultura di chi, tutti i giorni, vorrebbe tenerci informati sulle disgrazie che attanagliano il nostro Paese.
Purtroppo questo degrado non si manifesta soltanto nelle truculente immagini dei vaccinandi; siamo ormai sottoposti ad una violenza giornaliera che, pur non altrettanto scabrosa nelle immagini, è di gran lunga più grave nei contenuti.
Non voglio certamente annoiarvi con le solite storie sulla economia che va a rotoli o sui casi di positività che non tendono a diminuire; sono tutte cose che sappiamo anche se ci vengono propinate con regolari differenti salse e contorni.
Voglio invece parlarvi di sofferenze sommerse, di anime distrutte e non difese, di mancate pietà.
In questi giorni ho ascoltato l’allucinante sfogo di due ragazze violentate sistematicamente in casa, dal padre. La clausura imposta dai vari DPCM ha comportato la forzata convivenza; il tempo non passa, la noia aumenta, la fantasia corre; nel rinchiuso torpore di un piccolo appartamento, si possono scatenare le più abbiette perversioni; una piccola farfalla indifesa brutalizzata sotto gli occhi di una madre altrettanto indifesa, ma anche incapace di reagire. Il tutto in un contesto di prevaricante terrore del vicino mostro e di vergogna che la notizia possa trapelare in un contesto esterno, con il rischio che il bruto violentatore passi per un poveretto che è stato indotto alla copula dal provocante comportamento della sciagurata puttanella di famiglia.
E’ difficile, se non impossibile, trasferire sulla carta gli effetti e le sensazioni che le due povere ragazze non mi hanno riferito; mentre ascoltavo il loro sincopato racconto, interrotto da singhiozzi, da mani che si torturavano reciprocamente, da un senso di disgusto che le poverette provavano per se stesse, da frasi enunciate ma non concluse, cercavo di immaginare il disgusto accompagnato dalla paura, lo schifo forse prevaricato dalla delusione, la solitudine per l’assenza di una madre presente; cercavo di immaginarmi gli atti di sofferenza, gli aneliti di libertà, la inutile disperazione, il vuoto e l’annullamento.
Sono riuscito ad esprimere loro solo un concetto: coraggio. Con questa parola ho inteso dare loro un contributo per continuare a vivere nel rispetto delle loro capacità e volizioni. Da un coraggio minimo a sopportare silenziosamente l’affronto subito, ad un coraggio massimo a denunciare la violenza sia fisica che morale; fino ad un esaltante coraggio a gestire il male sofferto. In questo ampio spettro la determinazione può avvenire anche per gradi; e maggiore sarà il grado reattivo, nella misura in cui la società civile darà loro quel necessario cordone di tutela. Questa protezione non si deve limitare, però, ad una tutela legale; è scontato che questa ci sia; deve essere presente un contorno etico, deve apparire che una violenza non voluta non ha comunque sporcato il soggetto passivo; lo ha invece esaltato in un contesto di legittima accettazione, di ricchezza interiore, di valori comunque salvati. Questo coraggio, più che si viene manifestando, più conferisce alla vittima della violenza la capacità di apparire pura e vincitrice.
In un prossimo incontro che avrò con le due eroine della sventura, mi prometto di riferire loro il superbo esempio che ci ha fornito Franca Rame di una violenza dalla stessa subita; questa grande attrice, dopo aver, con coraggio, affrontato tutte le fasi per la sua affrancazione dallo schifo subito, compresa la denuncia del reato, ha portato il suo coraggio alle estreme eccelse conseguenze: ha rappresentato in teatro il dramma sofferto. In tale rappresentazione, oltre alla drammaticità dei contenuti, alla violenza recitativa, al trasferimento del fatto nell’animo e nel cuore dello spettatore, Franca Rame ha fatto molto di più: si è impossessata del trauma subito, trasformandolo in un elegiaco atto di amore verso se stessa.
Ecco dunque cosa dirò alle ragazze in occasione del prossimo incontro: armatevi di tutto il coraggio che vi è necessario per trasformare quella crudele esperienza in un atto di amore verso voi stesse.
Al contempo voglio dire ai reggitori delle morbose visioni delle siringhe nel braccio, di rivolgere la loro attenzione anche a drammi che non appaiono, ma che si stanno consumando sotto i chiusi occhi di tanti; anche se non si assiste a chiare denunce di violenze, non sarebbe male che i mezzi di informazione lanciassero dei messaggi di sicurezza, anche generalizzati, ma mirati; anche questa categoria di silenziose vittime hanno diritto ad una tutela ideale, ma presente, che costituisca appunto quella cornice in cui possano espletare il coraggio necessari
Avv. Carlo Eugenio Casini

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