Abbiamo incontrato alcuni dei protagonisti di questa produzione di Tosca andata in scena alla 66° edizione del Festival Puccini di Torre del Lago, due cantanti e il regista, ai quali abbiamo rivolto alcune domande per conoscere meglio l’esperienza che hanno vissuto e come hanno vissuto, personalmente ed artisticamente, questo lungo periodo di lockdown.
AMADI LAGHA – MARIO CAVARADOSSI
Cavaradossi ai tempi del COVID: come hai vissuto questa preparazione di Tosca che ti vede per la prima volta nei panni di Cavaradossi?
Ero inizialmente previsto come Mario Cavaradossi già sul “vecchio” cartellone PreCOVID, poi è stato un momento demotivante quando ho saputo che la stagione Pucciniana di quest’anno sarebbe saltata a causa del problema sanitario; il morale non era al massimo sopratutto dopo tutta la seria di cancellazioni che, iniziata con “Pagliacci” a Trieste , ha continuato con “Jenufa” al Capitole di Toulouse, “Carmen” al Festival di Savonlinna.
Per fortuna, almeno qui a Torre del Lago le cose sono andate diversamente: ringrazio la Fondazione per aver fatto questa scelta così coraggiosa che, seppure mette noi cantanti di fronte ai mille problemi tecnici legati alla messa inscena, ci ha dato l’opportunità di cantare e di offrire al pubblico le nostre interpretazioni. La mia preparazione forse è stata segnata da questo clima di incertezze e ha vissuto alternanze di motivazione e demotivazione.
Prima dell’incontro con Stefano Monti come pensavi a Cavaradossi? E adesso come lo vedi?
Il personaggio Mario Cavaradossi è psicologicamente molto ricco e sapevo già che avevo a che fare con un pittore artista romantico libero e nello stesso tempo un cavaliere, rivoluzionario, coraggioso, fedele e uomo di principio. Avevo anche qualche idea da condividere con il regista e devo dire con piacere che sono state immediatamente usate e tecnicamente elaborate durante le prove di regia e sul palco. Direi che è stato facile, oltre che piacevole, lavorare con il Maestro Monti grazie alla sua empatia e la sua disponibilità e in pochi giorni siamo riusciti a trovare una linea drammatica efficace che è stata arricchita ovviamente sotto la sua guida e con l’aiuto della sua assistente Monique. Di conseguenza abbiamo trovato delle soluzione quasi instintive al problema del distanziamento fisco come l’uso della sciarpa o del bastone nel primo atto o ancora la lettera o l’abito di Tosca nel terzo atto…
Il palcoscenico di Torre del Lago ha apprezzato la tua voce nelle passate interpretazioni delle opere di Puccini; cosa vuoi dire al pubblico?
Che sono felice di cantare ancora per questo pubblico, che sono felice di debuttare proprio qui dove il Maestro Puccini è vissuto e riposa questo nuovo ruolo a cui tengo molto. Certamente quando il pubblico apprezza una voce aspetta inconsciamente sempre e ancora meglio e questa aspettativa fa crescere la responsabilità e rende il mio compito ancora più difficile ! Quindi posso solo sperare di poter essere all’altezza della loro aspettativa ..
AMARILLI NIZZA – Tosca
La “tua” Tosca e quella che ti ha proposto Monti: quanto differiscono tra loro e perché?
Il rapporto con Stefano Monti è stato bellissimo. Non era mai capitato di lavorare insieme. Ovviamente lo conoscevo di fama e avevo visto la sua madama Butterfly al Festival Puccini nel 2004 poiché mi trovavo li nello stesso periodo per lo spettacolo con Placido Domingo “ le donne di Puccini”.
Ci siamo trovati subito in grande sintonia appena mi ha descritto il progetto Tosca e il taglio che voleva dargli. Sono solita non imporre una mia idea di personaggio perché amo molto variare le interpretazioni a seconda del regista con il quale lavoro e proprio per questo mi attengo alle indicazioni che mi vengono date. Abbiamo in questo caso dato un taglio più statuario del solito al ruolo di Tosca, incarnando in lei l’archetipo della cantante e quindi della musica e quindi dell’arte . Quella di Monti è una regia pregna di simboli e messaggi dipanati per tutta la narrazione. Alcuni più espliciti altri un po’ più nascosti, attrezzeria compresa. Nulla lasciato al caso come, ad esempio, la testa di rapace del bastone di Scarpia.
Quando aderisco a un progetto lo sposo fino in fondo e quindi la mia idea non differisce da quella registica. Anzi ringrazio Stefano Monti per aver creato uno spettacolo estremamente intellettuale e raffinato.
Ti emoziona l’idea di essere sul palcoscenico in un momento che moltissimi teatri hanno dato forfait alle stagioni programmate?
Credo che il Festival Puccini sia tra i pochissimi coraggiosi che hanno scelto di affrontare la stagione con opere messe in scena e non in forma di concerto.
È così emozionante poterne far parte in un momento tanto difficile. L’intelligenza registica di creare il distanziamento tra gli interpreti tramite oggetti di scena dimostra che se si vuole si può andare in scena senza tradire il pubblico e senza privare la trama delle relazioni fondamentali tra i personaggi .
Un plauso quindi alla dirigenza del festival che ha saputo, rispettando tutte le disposizioni sanitarie, offrire al pubblico una vera Tosca. Serva di esempio a chi sostiene che non si possa andare in scena con credibilità restando distanziati! In fondo chi ha detto che per essere credibili si debba per forza stare appiccicati? Se si recita bene tutto diventa credibile anche con un po’ di distanza .
Un pensiero a quello che, almeno in parte, sembra passato: in che modo la pandemia e tutto quello che ha portato e che i media ci hanno fatto vedere, ha segnato la tua vita? Come hai vissuto i giorni del lockdown?
Non saprei dire nulla di preciso sul fatto che la pandemia sia alle spalle o sia di fronte a noi. Vorrei avere una dote di veggenza che purtroppo non ho.
Durante il lockdown il sentimento, credo un po’ come per tutti gli italiani, è andato alle vittime, a tutti coloro che non ci sono più. A quelle zone di Lombardia e Veneto che hanno vissuto un incubo.
Sono molto fortunata di vivere su un tranquillo lago a nord di Roma dove la percezione di pericolo è stata estremamente relativa poiché non ci sono stati casi né di morti né di contagiati. Ovviamente tramite tv e giornali ero aggiornata su tutto ciò che accadeva ma immagino che trovarsi dentro quelle zone rosse sia stato molto diverso: io che sono molto empatica vedere e “sentire” il dolore vissuto dagli altri mi ha fatto stare malissimo. Ho pianto tanto e ho pregato moltissimo per tutte le persone coinvolte .
Dalla preoccupazione sanitaria siamo poi passati alla grande preoccupazione economica. Faccio parte di una categoria (quella delle famose “partite IVA”) che si è sentita piuttosto abbandonata dalle Istituzioni: per lo spettacolo in generale e per gli artisti in particolare non sono stati previsti ammortizzatori, bonus, sostegni come è invece accaduto in molti altri Paesi.
Io personalmente mi sono vista cancellare moltissimo lavoro in un baleno con grande incertezza sulla possibilità di una riprogrammazione: sei gran gala in Italia tra marzo e aprile, un lungo tour in Cina che prevedeva due mesi in primavera (maggio – giugno)e due mesi autunnali (ottobre – novembre) oltre ad altri impegni in Italia che dovevano svolgersi tra novembre2020 e marzo 2021… insomma un dramma, per me come per tutti i miei colleghi.
A dicembre sarebbe prevista la mia premiazione per l’Oscar della lirica con un meraviglioso “Oscar alla carriera “. Speriamo almeno quello si riesca a fare ma viviamo costantemente nella più totale incertezza del domani; per questo ho deciso di pensare alla vita giorno per giorno in questo momento e mi sono concentrata sugli impegni imminenti : la Tosca a Torre del Lago, un gala Mascagni a Livorno al Festival Mascagni e Norma al Festival Bellini di Catania.
STEFANO MONTI – REGISTA
Il COVID ha paralizzato ogni attività dello spettacolo facendo traperlare l’incubo di un lunghissimo tempo senza spettacoli dal vivo. Il festival Puccini ha coraggiosamente reagito decidendo di mettere in scena ben tre opere tra le quali la “sua” Tosca. Cosa ha pensato quando le è stato affidata la regia e successivamente come ha pensato a questa Tosca necessariamente diversa dagli altri allestimenti più o meno tradizionali?
Ho pensato che avevamo una responsabilità verso il nostro settore fra i più colpiti e verso noi stessi. Durante la quarantena ho cercato di essere propositivo e di avere uno sguardo diverso e trasformare una grave difficoltà in una potenziale opportunità perché mi costringeva a ripensare tutta la pratica teatrale. Ho elaborato tre progetti: Ritorno Al Teatro, ma non In teatro, La platea come spazio scenico, Il Teatro degli Spettatori. I primi due li ho inviati e mi sono valsi delle chiamate. Il terzo devo terminarlo. Sono graduati in modo da poter affrontare la situazione in rapporto alla gravità della condizione epidemica. Il terzo, che non ho ancora inviato ai teatri, prevede la possibilità di non mandare in letargo i teatri anche nella situazione più negativa per l’immediato futuro, dentro agli edifici teatrali nella prossima stagione invernale.
Il lavoro del regista è, o dovrebbe essere, un paziente lavoro a fianco degli interpreti chiamati a condividere con lui una lettura originale dell’opera, talvolta molto diversa da come abitualmente viene interpretata. Come è stata questa esperienza torrelaghese? Come ha lavorato con gli artisti?
In genere sono abituato ad ascoltare molto coloro che, insieme a me, danno vita ad uno spettacolo. Anche se ho un’idea precisa di come sviluppare la storia, ovviamente nel rispetto del libretto, e le caratteristiche dei personaggi, mi piace confrontarmi anche con le loro idee. Per questa Tosca ho trovato una compagnia di canto sensibile, che si è posta in modo costruttivo e collaborativo dopo che ho illustrato i miei intendimenti ed il lavoro di preparazione è stato piacevole e ricco di spunti.
Accanto al teatro riposano le spoglie mortali di Giacomo Puccini; la sua presenza, da sempre, è fortemente sentita da chi ha lavorato su questo palcoscenico. Come ha vissuto lei questa presenza? L’ha intimorita o al contrario le ha dato la carica per “osare” oltre quello che magari ha osato finora?
Rispetto a Puccini, così come a tanti altri compositori italiani, provo un sentimento di gratitudine per avermi permesso di esercitare un lavoro creativo che mi ha portato dal Giappone, per 10 anni, alla Cina, dove ho fatto il pioniere portando l’opera nell’Henan dove mai era stata fatta, fino in Mongolia come primo europeo e in Corea dove allo stadio delle olimpiadi realizzai la più grande Aida.
Col produttore coreano eravamo in procinto di annunciare a Parigi una nuova avventura, un’opera colossal su Gengis Khan con cavalieri provenienti dalla Mongolia, scritto e composto da autori mongoli, sempre allo stadio olimpico di Seul, quando tutto si è arrestato. Anche l’impossibilità di portare avanti i progetti all’estero mi ha spinto a tentare la strada italiana dove forse nella condizione attuale si apriva qualche spazio in un sistema sostanzialmente asfittico.




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