
Gettarsi a capofitto contro gli ostacoli a costo della morte, o pianificare con astuzia ogni mossa? Inseguire la verità, o manipolarla? Insomma, essere Achille, oppure Odisseo? Da tremila anni due archetipi che Matteo Nucci esamina nel suo nuovo libro intitolato appunto Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno (Einaudi 2020).
Nucci rivela la dimensione eterna dei due grandi eroi omerici. Modelli umani contrapposti che ci interrogano, ancora oggi, su chi siamo. Ma da questa avvincente narrazione si capisce che sono antitetici come facce della stessa medaglia
«Nessuno fra gli antichi Greci ignorava la profonda distanza caratteriale che divideva i due eroi. Nessuno ignorava la vita di Odisseo e la morte di Achille, l’astuzia del primo e la schiettezza del secondo, la riflessività dell’uomo maturo e l’impulsività del giovane. Il loro desiderio di uccidere la morte. L’uno schivandola. L’altro disprezzandola.»
Fin dall’antichità e nelle innumerevoli opere letterarie che li hanno citati Achille e Odisseo sono stati visti come paradigmi di due modi antitetici di affrontare la vita.
Da una parte un’intelligenza duttile, capace di adeguarsi alle circostanze per aggirare gli ostacoli, dall’altra la ferocia di chi pretende di dare forma alla realtà.
Odisseo sa aspettare, sopportare, pur di salvarsi. Achille no, consuma l’attimo, divora la propria esistenza. Perché è troppo schietto, istintivo, collerico, almeno quanto Odisseo è prudente, strategico e ingannevole. L’uno rivolto al futuro, l’altro concentrato sul presente, sono entrambi incapaci di fare i conti con il passato.
Attraverso lo sguardo di Achille e Odisseo, Nucci racconta due visioni diverse del mondo, radicate nell’immaginario collettivo. “Uno era leone. L’altro era polpo – scrive nel capitolo introduttivo – uno si avventava correndo veloce sulla terra pietrosa e la sua criniera bionda scintillava nel sole. L’altro scivolava sottraendosi e ricomparendo all’improvviso e nessuno poteva mai dire di averlo visto, tanto opaca era la luce in cui si muoveva”.
L’autore di questo libro riconduce ai due protagonisti numerose proposizioni antitetiche . Ad esempio osserva che uno gridava e il suo grido faceva tremare la terra. L’altro aveva voce ovattata e le sue parole scendevano dal cielo come fiocchi di neve. E se Achille era incapace di frenare gli impulsi, Odisseo non aveva mai assecondato il suo istinto.
Inoltre Uno parlava senza pensarci su un istante, L’altro taceva a lungo e sempre aspettava il momento opportuno .
I paragoni di Nucci noto studioso della mitologia e della cultura greca, continuano incalzanti . Mi limito a citarne alcuni altri :
Uno lasciava esplodere le sue emozioni, fosse la collera o l’amore. L’altro placava il suo cuore e aspettava il momento giusto per svelarne i misteri. Uno voleva giocare e amare e godere la vita che sapeva troppo breve. L’altro non giocava mai e voleva soltanto partire per correre avanti nella vita che gli pareva infinita. Uno era vorace e affamato ma amava solo il banchetto, le cene con gli amici fra chiacchiere e vino. L’altro era sobrio e attento agli alimenti di cui si nutriva, mangiava soltanto quel che gli era necessario, velocemente, senza concedersi mai inutili bagordi.
Ma altri esempi ci rivelano la complementarietà .
Uno era all’apparenza semplice. L’altro era all’apparenza complesso. Uno sembrava invulnerabile e in effetti era fragile. L’altro sembrava debole e in effetti era più duro del ferro di cui era costituito il suo cuore. Entrambi erano pieni di contraddizioni.
Entrambi erano malinconici e nei loro occhi impenetrabili brillava come luce calda la casa che avevano lasciato e a cui desideravano tornare. Entrambi erano fiduciosi.
Achille sognava l’abbraccio del padre fra cavalli che correvano in festa. Odisseo non sognava nulla perché il padre voleva riabbracciarlo davvero nei campi pietrosi dove la vigna veniva curata giorno per giorno.
.Entrambi- continua Nucci – per i rispettivi figli, avevano scelto nomi seguendo un presentimento o una divinazione. Odisseo aveva chiamato suo figlio Telemaco forse perché immaginava che quel ragazzo sarebbe stato costretto a combattere lontano durante i lunghi anni di assenza paterna. Achille aveva chiamato suo figlio Neottolemo forse perché immaginava che sarebbe stato costretto a diventare un nuovo guerriero molto presto, quando lui, suo padre, sarebbe dovuto partire per il viaggio piú lungo.
Uno amava con l’impeto dell’animale offeso. L’altro seduceva con l’astuzia del predatore.
Erano cosí diversi che nessuno riuscí mai a immaginarli insieme, uniti da un unico ideale. E invece combatterono sempre in nome della stessa vittoria. Uno pensando alla distruzione. L’altro all’accerchiamento.
Poi, da questo saggio emergono interrogativi di fondo :
“Perché i due eroi piú diversi erano anche tragicamente vicini. Sapevano entrambi di aver bisogno l’uno dell’altro? È difficile rispondere.
Abbiamo una certezza, però. Solo una persona capí fin dall’inizio come Achille e Odisseo si fossero spartiti alla nascita i grandi doni che gli dèi elargiscono agli umani. Solo una persona capí subito che quella spartizione significava comunione spirituale per sempre.
[….] Fu lei l’unica che riuscí a vederli assieme e che seppe percepire l’animo comune e l’animo opposto che li univa e divideva come se rappresentassero il mondo intero.
Solo una donna, del resto, avrebbe potuto sondare le loro profondità. Solo la migliore fra le donne. Solo quella che aveva dato inizio alla guerra in cui Achille e Odisseo furono trascinati per perdersi, ritrovarsi e diventare immortali nel canto degli aedi. Il suo nome era Elena. Elena di Sparta”.
Gabriele Parenti

Lascia un commento