Alcune osservazioni a margine delle recenti proteste e disordini seguiti ai fatti di razzismo negli Usa, proteste che si sono estese anche fuori dal Paese. In particolare mi riferisco al dibattito sulla rimozione delle statue che commemorano personaggi considerati “scomodi”. Le considerazioni che si possono fare sono diverse a seconda degli ambiti in cui si collocano. Se il discorso si limita ad un piano artistico, la distruzione è indubbiamente una perdita, ogni distruzione lo è, si tratti di libri, arti visive o plastiche, film o opere di teatro. Le stesse considerazioni si possono fare rispetto alla perdita di memoria del passato che si costruisce attraverso stratificazioni cronologicamente connotate e che la distruzione limita o addirittura annulla. Sul piano storico, invece, le considerazioni sono altre. Quello che sta avvenendo e che in maniera impropria ma efficace è già stato definito come “fenomeno iconoclastico”, è un fatto: come è stato un fatto la schiavitù e la collocazione di una statua che ne ricorda gli attori, allo stesso modo lo è la loro distruzione. Se giustifichiamo la schiavitù chiamando in causa il relativismo sostenendo cioè che tali atti sono stati espressione di un certo periodo storico, lo stesso tipo di giudizio deve essere applicato al presente. Detto in altri termini: la distruzione delle statue va letta come legata alle proteste anti-razziste in atto e quindi trova un senso in questo contesto. In linea generale, se sospendiamo il giudizio morale appellandoci al relativismo per i fatti del passato, lo dobbiamo fare anche per quelli del presente, se tutto è relativo nulla può essere detto in termini di valore, nessun giudizio espresso. Con questo non voglio sostenere che non ci può essere un’interpretazione dei fatti e che i giudizi di valore non possano venir applicati alla storia, intendo semplicemente dire che è necessario distinguere i piani su cui ci si muove e coerentemente applicare lo stesso metro per tutti i fatti e gli eventi storici. È dunque una questione di metodo. Proviamo a calare queste considerazioni in una dimensione più pragmatica e vederli in una prospettiva futura, immaginiamo cioè di esprimere un giudizio a posteriori. Cosa si dirà fra qualche anno di questo fenomeno, quando la sensibilità sarà mutata con il mutare dei tempi? Si può rispondere a questa domanda rivolgendosi al passato e considerando quante statue di dittatori, quanti simboli di regime, di cultura sono stati abbattuti, anche questi fatti sono parte della storia, ne hanno rappresentato un momento che nella storia ha trovato un senso. Anche la rabbia distruttrice entra a far parte del patrimonio storico, proprio perché è un fatto e come tale trova le sue ragioni nel momento storico in cui è agito e, come fatto, va registrato. Altra cosa è il giudizio morale ma questo, come si è detto, appartiene ad un altro ambito.
Alessandra Nardon

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