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L’Italia deve costruire la prosperità comune, non piangere miseria

La negoziazione non è conclusa e deve proseguire in positivo con soluzioni ambiziose (vedi Macron), solidali ed innovative (vedi Papa Francesco), incluso un ulteriore possibile ambizioso, solidale ed innovativo trasferimento di sovranità verso le Istituzioni comunitarie.

di Stefano A. Cerri | 19 Aprile 2020

La vicenda Covid19 ha reso evidenti le contrapposizioni esistenti in ognuno dei Paesi europei fra nazionalisti-sovranisti (populisti inclusi) ed europeisti. Ciò vale per quasi tutti i Paesi.

La transizione in Europa da un continente di Stati e staterelli verso una federazione moderna ha tratti simili a quelli che hanno caratterizzato il processo di  unificazione italiana dalla metà del XIX secolo fino alla seconda guerra mondiale: la delega di parte della sovranità modifica gli equilibri di potere e colpisce molti interessi suscitando resistenze che vi si oppongono, anche con ferocia difficilmente giustificabile. Da un punto di vista psicologico e sociale: accuse reciproche, diffidenze, malumori, veti, stereotipi, amore ed odio fra nord e sud d’Europa non sono sostanzialmente diversi da quelli storicamente noti fra nord e sud d’Italia.

In Italia queste contrapposizioni interne fra sovranisti ed europeisti sono particolarmente pericolose per tre ragioni distinte e complementari:

1.       siamo politicamente in bilico fra posizioni molto fluttuanti dell’elettorato che spingono partiti e gruppi di pressione (es. i media) a comportarsi più per guadagnare consensi attraverso le emozioni che per favorire l’uscita dalla crisi con ragionamenti lucidi. La politica non è più neppure liquida (si adatta al contenente cioè al contesto) ma quasi … gassosa (cerca di espandersi dove può) ;

2.       siamo fra i Paesi più indebitati al mondo, tanto da rischiare periodicamente di oltrepassare la soglia che non ci permetterebbe più di accedere al credito a causa dei tassi di interesse fuori controllo e della crescita quasi inesistente negli ultimi anni;

3.       siamo allo stesso tempo fra i Paesi in cui la ricchezza reale media dei privati cittadini è fra le più alte al mondo (più di Germania, Francia, Regno Unito, USA, …) grazie al risparmio soprattutto sugli immobili di proprietà, ma non solo (vedi ad esempio i beni artistici che abbiamo ereditato);

4.       siamo anche fra i Paesi in cui il divario fra ricchi e poveri è ugualmente molto significativo, ai limiti del rischio di fermenti sociali oltre che politici dagli esiti non prevedibili;

5.       la politica del dopoguerra ha notoriamente privilegiato il trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato, in tutti i settori, sanità inclusa, non riuscendo mai, se non ad eliminare, almeno a ridurre significativamente l’evasione-elusione fiscale incluso il trasferimento clandestino di risorse all’estero, la corruzione nella pubblica amministrazione e nel privato, la criminalità organizzata delle mafie. Il rapporto pubblico-privato, l’evasione fiscale, la corruzione e la criminalità sono assai diversi fra i vari Paesi europei; inutile in un momento di pandemia incolpare questo o quello senza guardare prima di tutto noi stessi, i nostri limiti, i nostri errori, le nostre colpe ma anche le nostre enormi risorse, capacità, opportunità, spesso ineguagliate al mondo.

Da qui, consegue -in un momento di crisi pesantissima- il nostro bisogno di fare fronte comune con gli altri cittadini europei prima ancora che con gli altri Stati. I cittadini influenzano i loro governanti, molto più di quanto non si possa immaginare. Per ottenere questo è necessario rispetto mutuo e collaborazione, non disprezzo, insulti violenti, ricatti e minacce di secessione.

Il comportamento di alcuni italiani che accusano, ad esempio, i tedeschi di essere legati al nazismo e di aver causato due guerre mondiali o gli olandesi di essere un paradiso fiscale insensibile ed egoista non è accettabile né utile per nessuno. In  particolare non lo è per i molti italiani che invece rispettano, amano e ringraziano questi Paesi per averli ospitati, nutriti e valorizzati per lunghi anni, dagli anni ’50 in poi, all’interno delle loro frontiere.

Oltre ai milioni di emigrati italiani in Europa (stima: 2 200 000 iscritti all’AIRE nella UE) solo negli ultimi 13 anni sono emigrati nel mondo oltre 2 milioni di italiani, in generale con alto livello di istruzione ed il 50% dal sud http://www.vita.it/it/article/2019/10/25/italiani-nel-mondo-in-13-anni-sono-emigrati-in-oltre-2-milioni/153104/ .

Non dimentichiamo che gli italiani che hanno vissuto all’estero, in particolare in Europa, conoscono gli altri cittadini e ne interpretano i comportamenti molto meglio di chi ne ha sentito parlare o ha solo letto i giornali. Non dimentichiamo che quasi tutti questi italiani-europei sono molto stimati ed hanno ottenuto importanti vantaggi che hanno conquistato col loro lavoro “senza aiuti”. Alcuni di loro sono emigrati proprio per non essere costretti a “chiedere aiuti” e sono ovviamente molto fieri di questo.

Tutti gli italiani inoltre non possono ignorare l’evidenza che l’Europa delle Istituzioni (di cui noi siamo parte integrante: nelle istituzioni EU ci siamo!) ha recentemente fatto moltissimo per tutti i Paesi, Italia in testa, certamente all’interno delle funzioni che il nostro mandato le ha concesso. Se è troppo poco, si tratta di estendere il mandato, non di gridare allo scandalo.

Il fatto che altre richieste (tipicamente gli eurobonds) non siano state (ancora) accettate non può essere classificato come comportamento egoistico come giustamente nota Enrico Cisnetto di cui condividiamo integralmente lo spirito che non è quello di mendicare soldi ma di costruire una società europea integrata (non solo interoperabile), democratica, giusta, libera e prospera:   (http://www.pensalibero.it/non-e-invocando-solidarieta-ma-costruendo-interessi-comuni-che-possiamo-salvare-leuropa-e-litalia-che-o-e-dentro-o-muore/).

Noi aggiungiamo alcune considerazioni di seguito che speriamo siano complementari.  

1.       L’Italia può chiedere aiuto, ma nessuno chiede aiuto ad un altro senza contropartita. Qualunque cittadino sa che la banca da un mutuo se riceve una garanzia. I soldi europei non sono italiani, e anche quando le regole che li governano sono gestite da italiani, il loro mandato è di servire gli interessi di tutta l’Europa, non solo dell’Italia;

2.       l’Italia non può pretendere che gli altri europei privilegino, come avviene in Italia dal dopoguerra almeno, il privato rispetto al pubblico. Un “cittadino del nord Europa (es: tedesco)” : che ha (in media, stima 2017 ISTAT-Banca d’Italia) ricchezza reale 6 volte il suo reddito annuale mentre l’italiano medio ne ha 8 volte; che sa bene quanto gli italiani evadano in tasse; quanto, ahimè, conti la corruzione da noi: non accetta a cuor leggero di pagare per il nostro modello di società (https://www.ilsole24ore.com/art/paradosso-italia-dove-ricchezza-sembra-poverta-AC9grr7 ).  Inutile urlare che siamo tutti economicamente interdipendenti e che se andiamo a fondo noi anche le auto tedesche non si fanno, perché sappiamo benissimo che è solo una piccola parte della verità perché esistono altri che possono sostituire le imprese italiane. Non si difende un conclamato “grande Paese” minacciandone la bancarotta!  I “nordici” amano molto l’Italia con le sue bellezze ben note, ma dopo aver imparato quasi tutto secoli fa dai nostri avi, oggi ci insegnano molte lezioni per le quali dovremmo essere loro grati. È successo questo con i greci che sono stati costretti a modificare il loro modello socioeconomico che ha sempre accettato (e nascosto) situazioni di privilegio ad esempio nelle imposte immobiliari (catasto inesistente: https://www.linkiesta.it/2011/09/in-grecia-non-hanno-neanche-il-catasto-e-la-ue-lo-sapeva/ ). Non so quanti “giorni” i nostri decisori soprattutto politici abbiano trascorso davvero in Europa da cittadini come gli altri, cercando lavoro casa scuola salute e trasporti, ma chi ci è stato può fare la lista dei principi che ha imparato dai “nordici”;

3.       la negoziazione non è conclusa e deve proseguire in positivo con soluzioni ambiziose (vedi Macron), solidali ed innovative (vedi Papa Francesco), incluso un ulteriore possibile ambizioso, solidale ed innovativo trasferimento di sovranità verso le Istituzioni comunitarie ad esempio nel settore della salute, oppure della finanza oppure della difesa (anche nel senso della sicurezza) oppure della ricerca e della innovazione. Ognuno di questi, a cascata, potrebbe nel tempo trascinare gli altri. Ad esempio, la difesa-sicurezza implica la ricerca-tecnologia (biomedicina inclusa) -tutti sanno che la difesa senza tecnologie di punta non è difesa!- che si traduce in innovazione ed economia e così via dicendo. Altrochè chiedere più soldi come i mendicanti … peraltro ricchi! Si tratta di andare avanti insieme. Soltanto con più forza in Europa riusciremo a rinascere da questa straziante crisi che colpisce tutti;

4.       nel caso in cui comunque non si riuscisse ad avere l’unanimità in Europa, resta sempre la possibilità di identificare un percorso di adesione volontaria dei Paesi come è avvenuto per l’Euro;

5.       nel caso in cui finalmente neppure questa strada fosse percorribile, gli italiani (ma anche gli altri europei) potrebbero, sempre su base volontaria, finanziare con la propria ricchezza privata molte iniziative italiane o europee, sempre che incentivati a farlo da regole sempre europee che riconoscano e favoriscano l’interesse collettivo di questi investimenti esattamente uguale all’interesse collettivo degli investimenti degli Stati fatti con prestiti europei.

Probabilmente, sicuramente questa strada dimostrerebbe che l’Europa dei cittadini è molto più avanti dell’Europa dei politici dei vari Stati. Sono certo che fra i 2 200 000 italiani residenti in Europa moltissimi contribuirebbero a questa iniziativa, e ad essi si aggiungerebbero milioni di altri europei.

Si dimostrerebbe anche che il fallimento del referendum francese del 2005 sulla Costituzione europea causato anche dal voltafaccia di Laurent Fabius (https://www.repubblica.it/esteri/2016/06/10/news/_niente_costituzione_quella_bocciatura_che_cambio_la_storia_dell_europa-141692557/ ) è stato l’ultimo atto deleterio per tutti della strenua difesa dei nazionalisti sovranisti, in quel caso sia di destra che di sinistra. E che il prezzo pagato dai socialisti francesi, fortemente ridimensionati, deve essere di monito ai politici retrogradi di tutta Europa, troppo spesso ingessati nella loro mancanza di coraggio.

Stefano A. Cerri

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, amministrazione, anni, cittadini europei, considerazioni, conti, costituzione, crisi, disprezzo, europa, fallimento, francia, germania, giornali, grecia, guerra mondiale, istat, italia, lavoro, mondo, paesi europei, Pensalibero, processo, punto di vista, referendum

Info Stefano A. Cerri

Stefano A. CERRI (Parma, 1947) è Professore Emerito di Informatica dell’Un. di Montpellier; Distinguished Fellow della Fondazione Bruno Kessler, Trento e Vice Presidente Ricerca e Sviluppo della Società Didael KTS (per maggiori dettagli sul CV, vedi: https://www.didaelkts.it/stefano-a-cerri/ ). Mail: sacerri47@gmail.com

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