In un bell’articolo di Antonio Scurati, uscito sul Corriere con il titolo Epitaffio per i bambini degli anni Quaranta, vengono ricordati “gli uomini e le donne di questa formidabile e sciagurata generazione”, molti dei quali falciati dal Coronavirus: “Erano nati con la guerra mondiale e sono morti a causa della pandemia globale. Erano sopravvissuti alle bombe, alla fame, alle deportazioni e sono stati finiti da un’infezione polmonare. Si erano affacciati alla vita sotto l’oppressione di Hitler e di Mussolini e la hanno lasciata sotto il segno di un acronimo impersonale, il Sars-CoV-2”.

Donatella Fedele, instancabile animatrice del Circolo Fondaco di Todi, avrebbe voluto tenere un incontro –reso impossibile dalla situazione venutasi a creare con il Corona- con il dott. Giovanni Peliti proprio sulla funzione di chi ha vissuto ed elaborato esperienze tali da renderlo un “saggio”, una fonte non solo di racconti, che per i giovani assumono il sapore del mito, ma anche di sapere pratico, mitigato dal buon senso di una lunga esperienza.
C’è stata un’età nell’Occidente in cui la saggezza aveva un riconoscimento ufficiale, chi non ricorda i 7 savi dell’antichità greca? Talete di Mileto, Solone da Atene, Biante di Priene, Pittaco da Mitilene, Cleobulo da Lindo, Chilone di Sparta, Periandro di Corinto.
Filosofi! del tempo in cui la filosofia non era ancora un mestiere, ma uno stile di vita, oserei dire, un esempio concreto e vivente del giusto, e per contrasto dell’ingiusto. Non santi, ma “saggi”.
E oggi, dominati dalla tecnica, come ci ha ricordato per la sua intera vita Emanuele Severino, che senso ha ricordare i “vegliardi”, al di là dell’aspetto sentimentale ed emotivo?
Nell’impossibilità di tenere l’incontro con il dott. Peliti e parlarne, Donatella Fedele ha voluto lo stesso far conoscere la sua riflessione sull’argomento. Eccone un estratto del testo che mi ha inviato e che volentieri pubblico:
«Di che cosa dunque ci avrebbe parlato il dott. Peliti? Che una vecchiaia può essere vitale quando si possono rendere gli anni davanti a sé ancora soddisfacenti e produttivi, in termini di progettualità e finalità che nutrano la mente, il cuore e l’anima. Tanto più che gli anziani che egli stesso aveva curato negli anni ‘70 / ’80 erano tipi resistenti che avevano superato malattie, guerre, epidemie per cui erano pochi e molto forti, grazie anche alle conquiste della medicina.
Ci avrebbe ricordato che la terza età è una fase così poliedrica della vita che non è separabile, come sempre, da altri aspetti della vita, ma che piuttosto costituisce un patrimonio di trasmissione e testimonianza di esperienze e saggezze individuali e collettive, che è unico e che costituisce il vero “patrimonio” che lasciamo a chi resta dopo di noi. Ma ci avrebbe anche fatto riflettere sul fatto che gli anziani di oggi sono molto più numerosi anche grazie alle conquiste della medicina! Ed è proprio per questo che molti sono più fragili dei loro genitori! E questa emergenza ce lo sta drammaticamente evidenziando: si è riusciti a salvare tante persone da situazioni che in altri tempi avrebbero determinato la morte, ma non a far superare la fragilità!

Una fragilità che invece non trova proprio posto nel classico Cato Major de senectute di Cicerone, il quale scrive una apologia delle persone anziane che, con l’età, accrescono virtù e capacità: qui assistiamo al dialogo tra Catone il Vecchio, ottantenne ancora nel pieno possesso delle sue facoltà, e due giovani Scipione e Lelio, i quali gli esprimono ammirazione per l’attività che svolge ad un’età così avanzata. Ed il vecchio senatore risponde loro, esponendo la sua concezione della vecchiaia, contestando il pregiudizio che la rende una condizione infelice e dimostrando che in questa età si possono compiere grandi cose, in quanto la forza fisica si riduce, ma l’intelligenza rimane integra, grazie anche alla rinuncia al piacere dei sensi, il più invidiabile dei privilegi in quanto “il piacere ostacola la capacità di giudizio, è nemico della ragione”, abbaglia, per così dire, gli occhi della mente e non ha niente a che vedere con la virtù, mentre l’anziano è colui che pur possedendo un’età avanzata, unisce ad essa la saggezza che gli è propria, pensando dunque il suo compito come temporalmente limitato ed eternato dal passaggio generazionale.
E che dire di quell’anziano fanciullino di pascoliana memoria, che, per quanto decrepito, ha ancora un cervello che non può essere fatto a brandelli dall’incedere crudele della modernizzazione? Anzi, pur essendo un cervello lento, a volte confuso e affettivo, un cervello diverso rispetto alle intimazioni velocissime della tecnologia e del progresso informatico, va all’indietro, e migrando fra gli oggetti, può essere considerato “un asso nella manica” che funziona perfettamente e ripercorre affettività ed esperienza. Addirittura, secondo lo psichiatra G. Cohen (Il potere della mente matura. Quando il cervello invecchia la mente migliora) il cervello diventa con l’età più flessibile ed adattabile, essendo la modificabilità cerebrale una risposta all’esperienza e all’apprendimento. Lo stesso filosofo Gorgia di Leontini visse addirittura 107 anni e non lasciò mai il suo studio e il suo lavoro. Avendogli un tale chiesto perché volesse campare così a lungo: «Non ho nulla – disse, offrendo una straordinaria risposta – per cui debba accusare la vecchiaia. Nessuno è infatti tanto vecchio da non credere di poter vivere un altro anno. Di ciò che abbiamo, solo di questo è lecito farne uso e qualunque cosa fai, falla secondo le tue forze”.
Perciò la grande opportunità che viene riconosciuta al nostro cervello è la formazione di nuove cellule cerebrali lungo tutto l’arco della vita, con il raggiungimento di un maggiore equilibrio emozionale del cervello maturo, in base all’uso uguale dei due emisferi del cervello in età anziana.
La mente dunque matura e migliora, ed ecco le nuove opportunità: acquisire un vero e proprio potere, utilizzando anche stravaganti intuizioni che possono fare andare il pensiero libero per terre inesplorate.
Socrate non aveva forse 70 anni quando fu costretto a suicidarsi perché le sue idee minacciavano le dottrine della classe politica ateniese?
Ed alla stessa età Niccolò Copernico non pubblicò forse la sua tesi eliocentrica, provocando scompiglio nel mondo scientifico e teologico?»
“Ciascuna parte della vita ha un suo proprio carattere, sì che la debolezza dei fanciulli, la baldanza dei giovani, la serietà dell’età virile e la maturità della vecchiezza portano un loro frutto naturale che va còlto a suo tempo”
(Cato maior de senectute, Cicerone)
Luciano Priori Friggi

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