Venditori di almanacchi fallaci
Strappare l’ultimo foglio dal blocchetto esaurito del calendario (quelli di una volta, di carta sottilissima, con il numero stampato in rosso fuoco come i bordi dei quaderni dalla copertina nera) induce a riflettere sul tempo andato, che non vuol dire perduto, e su quello venturo, forato da cabalistici punti interrogativi. Molti esitano a guardare il primo gennaio 2020. Prevalgono previsioni pessimistiche, ma sono più umorali dei bilanci truccati di tante banche da tanti anni agonizzanti (come tutti sapevano) e di industrie condannate a morte dall’evanescenza (altrettanto nota) dei loro prodotti. L’unica certezza dinnanzi al cambio dei calendari è che, per i singoli come per le Istituzioni, “fugit irreparabile tempus”. Tutto passa. Anche gli imperi apparentemente più tetragoni hanno piedi di argilla. Senza abbandonarsi all’amaro sarcasmo del “Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere” del realistico Giacomo Leopardi, da lì conviene partire per una riflessione sull’anno, o meglio, sui decenni che ci attendono. Per farlo lasciamo tra parentesi che tanti oggi vivono di informazioni “ad horas” dalle quali dipendono fortune gigantesche. È il caso delle borse finanziarie, sospinte da stime su beni ancora da produrre, di risorse da estrarre, di “realtà” baluginanti su orizzonti che danno per scontato ciò che non lo è affatto: pace per taluni, devastazioni belliche per altri, catastrofi naturali per i più cinici, perché sempre dal Male nasce il Bene o, più prosaicamente, senza scomodare Zoroastro, il futuro è degli idraulici, degli elettricisti e di chi argina la rapina dei conti in banca per opera di abili intrusi nei sistemi di sicurezza, sempre più fallaci (aggettivo oggettivamente inquietante).
Dove ci conduce il Polo Magnetico?
Nel frattempo il Polo Nord magnetico, altra cosa dal Polo Nord geografico, sta migrando con rapidità sinora imprevista, senza che nessuno sappia prevederne le sicuramente grevi ripercussioni sulla vita del pianeta e quindi sugli uomini, ne siano essi edotti o meno (perché, recita l’“Ecclesiaste” “come lo stolto, così muore il saggio”).
Di sicuro le ricadute della migrazione del Polo Magnetico sono molto più incalzanti e incontrollabili rispetto alle variazioni dell’inquinamento ambientale e di quelle climatiche, “realtà” del tutto diverse e distinte, con buona pace della signorina Greta che, solcando gli Oceani in catamarano, le confonde, diffondendo suggestioni abbacinanti per i più, come fosse la quinta cavaliera dell’Apocalisse.
Per recuperare la necessaria serenità valgano alcune premesse all’“anno che viene”. Anzitutto va ricordato che esso vige per convenzione solo nella parte del pianeta che usa il calendario “europeo” (le Americhe ne sono un “derivato”) risalente alla Roma di Caio Giulio Cesare, con tutti gli adattamenti e le correzioni introdotte col progresso delle scienze, protette da papi come Gregorio XIII e migliorate grazie a illuministi e positivisti, sia deisti sia agnostici. Il trascorrere del tempo assilla chi teme di vedere nello specchio l’infittirsi delle proprie rughe anziché osservare le screpolature dello specchio stesso o contemplare monti, convalli e pianure, cieli ora stellati ora tempestosi e le onde del mare, che toglie e restituisce sabbia, perché così vive il Pianeta.
Quando andava meglio tutto era peggio
Contrariamente a quanto opinano pessimisti e catastrofisti odierni, gonfi di “news” ma talora ignoranti di storia, appena si confronti il presente con i secoli andati v’è motivo di conforto. Lasciando tra parentesi il millennio dalla consunzione dell’Impero romano all’Umanesimo, bastino alcuni eventi che paiono scandire il Tempo con ritmi secolari. Trent’anni dopo la morte di Dante Alighieri (1321) e mentre fioriva un prosatore insuperabile quale Giovanni Boccaccio l’Europa intorno al 1348 fu preda della Peste Nera. Ormai estinti i càtari (parte bruciati vivi, parte ammazzati in massa assieme ai cattolici secondo il benevolo suggerimento: “uccideteli tutti, Dio poi distinguerà i suoi”), la sua popolazione non aveva fatto nulla di particolarmente grave per meritarsi una sciagura di quella portata. Eppure ne rimase preda. Proprio mentre fioriva l’urbanesimo molte città persero un terzo e persino metà degli abitanti. Alcuni ne conclusero che si era meno e si stava più larghi, come da tempo nelle città deindustrializzate e in decrescita infelice. D’improvviso, anziché assicurare benessere e sicurezza, la cerchia murata divenne incubo di contaminazione. Ne rimane eco nel piemontese “contacc”, come ricorda “El Neuv Gribàud. Dissionari Piemontèis” (ed. Daniela Piazza).
Cent’anni dopo venne arso vivo Jan Hus per “eresia” (1415). Fallirono gli ultimi tentativi di conciliazione tra la Chiesa ortodossa d’Oriente e nel 1453 Maometto II conquistò Costantinopoli. In nome del suo dio clemente e misericordioso menò stragi spaventose, gettando le basi del Sultanato-Califfato di Istanbul, che ora si ripropone sull’altra sponda del Mare Nostrum, nell’imbarazzo di quanti ancora deplorano la sovranità dell’Italia sulla Quarta Sponda, durata da Giolitti a Italo Balbo, “uomini del Re”.
Nel 1520 la cristianità occidentale fu sconvolta dalla riforma promossa da Martin Lutero. Abbia o non abbia affisso le sue tesi sulla porta della chiesa di Ognissanti a Wittenberg e quali ne siano genesi teologiche, dottrinali e catechistiche, la sua Riforma ebbe conseguenze catastrofiche sotto il profilo demografico, della distribuzione dei beni, di divisioni e odi abissali mai del tutto superati, come si percepisce in Stati artificiosi, quali il regno dei Belgi, l’Irlanda e la stessa Gran Bretagna, tuttora divisa tra presbiteriani, anglicani e cattolici (a parte, s’intende, la vasta presenza di islamici e di indifferenti).
Nel 1620 la battaglia della Montagna Bianca segnò la sconfitta della Boemia (in prevalenza hussita, altra confessione cristiana) da parte degli imperiali poi capitanati dal Albrecht von Wallenstein (dedito a culti solari?) e per tre secoli scomparve dalla storia. Risorse solo dopo la prima guerra mondiale con il “fratello” Tomas Masaryk il cui figlio, Jan, nel 1948 venne “suicidato” dai sovietici quando s’impadronirono del suo Paese col plauso di Togliatti e dei comunisti nostrani.
Intorno al 1720 si registrò uno dei massimi scandali finanziari della storia: una maxi-operazione di vendita di titoli azionari senza basi produttive, antesignana della “grande recessione” del 2008.
Nel 1820, quando da appena cinque anni la Restaurazione aveva messo ordine dopo il caos dell’età franco-napoleonica, iniziarono le insurrezioni liberali in tutta Europa. Iniziò un secolo di rivolgimenti culminato con la Rivoluzione russa, l’avvento dei bolscevichi a Mosca, la Terza Internazionale, la grande offensiva dell’“Armata a cavallo” verso la Polonia e la sequenza di insorgenze, inclusa l’occupazione delle fabbriche nel triangolo industriale italiano (settembre 1920) per inchiodare le forze armate a tutela dell’ordine interno e impedire che partecipassero alla difesa dell’Europa centro-occidentale contro l’avanzata sovietica: un giochino che non sfuggì all’occhio di lince e al naso aquilino di Giolitti.
In sintesi, proprio se si volge lo sguardo al passato, si scopre che in allora si stava molto peggio che oggi. Più miseria, più fame, più malattie, più guerre, più efferate atrocità, meno sicurezza individuale e dei singoli Stati. Al netto delle motivate critiche di cui furono e rimangono bersaglio, i trattati di pace del 1919-1920 (Versailles, Saint-Germain, Trianon, Sèvres, Neuilly) ebbero il merito di confermare i confini degli antichi Stati e di tracciarne altri, scongiurando o almeno rinviando i conflitti ripresi nel 1938 e fermati solo nel 1948 con l’equilibrio del terrore tra la Nato da una parte e il blocco di Varsavia dall’altra. Molti si domandarono: che cosa è mai la repressione dei dissidenti qui e là rispetto a una guerra con bombe nucleari?
La Spagnola sa far così
Il 1919, giusto un secolo addietro, fu l’anno della pandemia che cambiò il mondo. In “1918. L’influenza spagnola” (ed. Marsilio, finalista al Premio Acqui Storia) Laura Spinney, collaboratrice di riviste quali “National Geographic” e “Nature”, ne ha ripercorso la “biografia”, ancor oggi per molti versi oscura. Di certo, mentre le guerre fecero stragi in teatri circoscritti e lungo un arco di anni relativamente ampio (almeno 50 milioni di morti nella “guerra dei trent’anni” dal 1914 al 1945) quella febbre maligna falciò da quaranta a cento milioni di vite in appena un paio d’anni. A suo modo la “spagnola” (che, malgrado il nome, invero ebbe il brodo di coltura in Asia) fu il primo frutto della “globalizzazione”. L’Evangelo e l’Islamismo battono il passo da millenni. I virus invece si diffondono in un attimo. Nei corpi come nelle reti informatiche. Tutto cambia e tutto rimane esposto alle infezioni, al “contacc”.
Contro la diffusa credenza, la Spagnola (maiuscola d’obbligo per la Grande Visitatrice di massa) non si propagò a causa di guerre in corso ma forse da virus usciti da schifezze varie come lo spiritello dalla Lampada di Aladino: immondizia, animali da cortile. Ancor oggi ci si interroga sulla “peste”, sempre incombente. Di sicuro la debilitazione dei corpi segnati dalle ristrettezze che colpivano le popolazioni di Cina, India e dell’Europa devastata da conflitti e rivoluzioni concorse a renderla più letale. Ma essa seminò strage anche in Paesi non direttamente coinvolti in guerre, come gli USA da New York all’Alaska, il Brasile, il Venezuela, il Sud Africa e la Spagna, ove, per esempio, nell’isolata Zamora, crocevia con l’infetto Portogallo, perse la vita il 3% degli abitanti (pare poco ma vorrebbe dire 30.000 morti “di influenza” in pochi mesi una città come Torino). Nessuno poteva però chiudere i porti (illusione ricorrente), imporre quarantene, fermare il rientro dei militari dai fronti di guerra.
Perciò gli epidemiologi concordano nel ritenere che un’altra pandemia influenzale fatalmente letale è del tutto probabile e inevitabile, anche se nessuno sa prevedere se farà dieci o cento milioni di morti. Molto dipende dalla condotta dei singoli, dei governi e della loro capacità di pensare alto e di guardare lontano, non solo nella progettazione di nuovi sempre più raffinati e costosissimi strumenti di difesa e di offesa, ma anche nella prevenzione delle pandemie: un “nemico” insidioso, impalpabile, che non si ferma con reti ad alta tensione né con il Vallo Adriano, le Mura Aureliane o, men che meno, con fiaccolate e giaculatorie.
Che fare?
Che cosa può fare un italiano alle soglie dell’anno che viene? Forse ognuno dovrebbe attendersi meno dai governi e dalle amministrazioni pubbliche, sempre più in affanno e con mezzi insufficienti a provvedere le urgenze di un corpo nazionale esausto, spremuto al limite della sopportazione da una moltitudine di tasse e balzelli, pedaggi ed esazioni che spesso sono mera odiosa estorsione (come le capricciose contravvenzioni per infrazioni risibili di cangianti norme di circolazione, o non circolazione, su una rete stradale del tutto inadeguata al volume di traffico). Di certo non è proprio il caso di attendere un condottiero, un capitano, un caporale. L’Italia ne ha già avuti in passato, con esiti devastanti.
Nel “Corriere della Sera” Ernesto Galli della Loggia, politologo di chiara fama, deplora la “girandola del nulla” dei governi, il buropoliticismo, la dabbenaggine e il dilettantismo di tanta parte della “classe dirigente” e l’inconsistenza delle novità salvifiche via via affacciatesi in Italia dopo l’eclissi dei “partiti” sorti all’indomani del fascismo, spazzato via non dagli antifascisti ma dal Re, come del resto aveva già ammesso storico comunista Ernesto Ragionieri e ricorda ora Pier Luigi Vercesi in “La notte in cui Mussolini perse la testa” (ed. Neri Pozza). Secondo Galli della Loggia è occorrerebbe, “un grande bagno di verità”, l’ammissione dei gravissimi errori commessi per decenni nei tre ambiti chiave: la sanità, la scuola, l’ordinamento regionale. Altri potrebbero aggiungere a buon diritto la spesso balzana amministrazione della giustizia e lo sfarinamento dei due pilastri dello Stato: la politica estera e le Forze Armate. Questi ultimi sono stati coscientemente corrosi, dal 1946 in poi, dalle maggioranze e dalle opposizioni, divise in tutto tranne che nella rassegnata constatazione che l’Italia aveva perso la guerra e che la “festa” poteva continuare solo sotto ombrello straniero.
Per risalire la china bisognerebbe riscoprire e diffondere il senso dello Stato. In Italia abbiamo una pletora di benemeriti, dediti alla salvaguardia di specie animali e vegetali in via d’estinzione. Pochi, invece, si dedicano al “bene comune”, che è garanzia di ogni altra forma di solidarietà. Il Terzo Settore vien dopo il secondo e soprattutto il primo: porro unum necessarium. Ma da dove dovrebbe iniziare il nuovo radicamento del “senso dello Stato”? È un’impresa difficilissima, al confine dell’impossibile nella babele delle “lingue politiche” oggi imperversante.
La “Gazzetta Ufficiale” non è codice morale
Vale d’esempio la “Gazzetta Ufficiale” del 14 dicembre 2019. In “appendice” vi è pubblicato lo statuto di un “partito” la cui qualifica di “socio ordinario” è dichiarata “incompatibile con l’iscrizione o l’adesione a qualsiasi altro Partito o Movimento Politico o lista civica non autorizzati, nonché l’adesione ad associazione segreta, occulta o massonica, o ad enti no profit ricompresi tra quelli preclusi…”.
Ogni associazione privata ha diritto di escludere chi non gli garba. L’Italia pullula di circoli fondati sulla preclusione. Ciascuno vi fa gli onesti fatti suoi. Però su tale base nessuna associazione ha diritto di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 della Costituzione). Un “partito” di quel genere non può pretendere contributi dello Stato, cioè di tutti i cittadini, e men che meno aspirare a pieni poteri quale onnipotente partito unico. Chi bandisce come appestati gli associati a Ordini non in conflitto con la carta costituzionale, quali sono le Comunità massoniche, non ha titolo per governare l’Italia. È un pericolo per le libertà di tutti i cittadini: oggi questi, domani quelli e via continuando. Non sappiamo (se e) quali “album” abbiano letto da ragazzi i fautori della massonofobia. Forse “Piccoli martiri”, forse i romanzacci di Léo Taxil, forse i Protocolli dei Savi Anziani di Sion (inventati dalla polizia segreta della Russia zarista e oggi lettura abituale nei Paesi islamici). Sappiamo che sono libri deliranti e ne conosciamo bene le conseguenze. Bisogna stare ben alla larga dai loro ammiratori di ieri e di oggi.
La pubblicazione di uno statuto partitico nella “Gazzetta Ufficiale” lascia il tempo che trova nella vita quotidiana dei cittadini che in larghissima maggioranza ne ignorano l’esistenza; va però detto a futura memoria (compito dello storico) che, malgrado i suoi crismi, quel “foglio” non legittima la liceità, la costituzionalità e men che meno la moralità di quanto vi si stampa. Pare un’affermazione grave. Ma va fatta. Nella “Gazzetta Ufficiale” del Regno vennero pubblicate le famigerate leggi razziali approvate dal Parlamento dell’epoca (1938). E allora? Erano forse “morali”? E sono accettabili eventuali aberrazioni odierne solo perché pubblicate col sigillo dello Stato?
A cospetto del declino dell’ordine costituito, il 2020 potrebbe essere un anno di riscoperta della razionalità, ma solo se ci si ferma a “pensare”, a “discernere” come insegna il gesuita papa Francesco. Dopo il mite paganesimo rispettoso della riservatezza personale, l’Italia è passata al culto dei santi, poi a quello del Lotto, agli oroscopi, ai maghi e ora inclina ad andare… in fumo con l’autorizzazione a coltivare cannabis per uso personale. E quella di grappa e di foglie di tabacco? A quando il loro sdoganamento? La parabola del ministro della pubblica istruzione Lorenzo Fioramonti che voleva sostituire i crocefissi coi mappamondi dà la misura dei rischi incombenti nel Paese di Tommaso d’Aquino.
Senza aspirare alla “Verità” auspicata da Galli della Loggia, per affrontare il difficile cammino dell’anno e dei decenni venturi l’Italia necessità di un lungo bagno di realismo. L’Italia non ha bisogno di eroi, santi, navigatori, profeti, imbonitori, eccetera, ma di persone serie, informate, di buon senso. Essa ha bisogno di “più luce”, come diceva il “fratello” Wolfgang Goethe, che visitò e apprezzò “il paese dei limoni” e il meglio dei suoi abitanti.
Aldo A. Mola

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