Una guerra mondiale fa
Dalle ore 14 del 2 maggio 1945 scattò la resa dei tedeschi in Italia agli anglo-americani, presente il generale Aleksei Kislenko per conmto di Stalin. Il “rito” era stato celebrato il 29 aprile nella Reggia di Caserta. Fu un “patto” tra militari, tutti consci del loro duro “mestiere”. I germanici s’impegnarono a deporre le armi nei “campi” indicati dai vincitori, ove vennero trattenuti per anni. A trattare sottobanco per conto loro era da mesi il comandante delle SS in Italia, Karl Wolff. Le guerre sono così. Gli Stati le dichiarano. Tocca ai militari farle. Chi prevale detta le condizioni. I “nemici” si scambiano i prigionieri. Poi si ricostruisce. Nella generalità dei casi i “guerrieri” si conoscono, di persona, per intermediari o per studi. Portano sulle spalle il corso della Storia. Quanti, ignari, ne vengono travolti soffrono e ricordano la loro personale esperienza, circoscritta nel tempo e nei luoghi. È quanto accade dal 1945. Da quel tempo le guerre non si dichiarano nemmeno. Si fanno. Senza preavviso per nessuno. Perciò quando se ne scrive o parla è difficile passare dalla “memoria” individuale alla visione generale degli eventi e, ancor più, dalla storia alla metastoria, dalla somma dei fatti alla percezione del loro significato ultimo, recondito, impenetrabile. Lo accennò Socrate quando venne condannato a bere la mortale pozione di cicuta. I “provvidenzialisti” (alla Alessandro Manzoni) “giustificano” le sofferenze (altrui). Gli storici se ne astengono. Non hanno neppure la debolezza di credere alla hegeliana (poi marxiana) “filosofia della storia”. Si riconoscono in Giacomo Leopardi che dette voce al canto notturno di un pastore errante sui monti dell’Asia e contemplò lo “sterminator Vesevo”, le catastrofi naturali, al cui confronto la capacità distruttiva degli umanoidi è piccola cosa, con buona pace degli “ambientalisti”, con o senza treccine, dimentichi che per millenni i loro simili si sono uccisi con selci levigate e coltelli, utili anche a decortirare corpi vivi, se ben maneggiati.
Quel 2 maggio 1945 in Italia la guerra finì. Da pochi giorni gli anglo-americani avevano fatto irruzione in Emilia-Romagna per superare il Po, spingersi verso il confine orientale e fermare le straripanti ambizioni degli jugoslavi, ancora a mezza via tra Stalin e il troppo celebrato Churchill. Per loro la guerra in Italia era finita da giorni. Il “resto”, cioè le divisioni tedesche ancora attestate in Italia, soprattutto a ovest, sarebbe caduto “per manovra”. Erano in una tenaglia: gli americani (pochissimi) al di là delle Alpi, la Germania ormai nel caos. Secondo la cronologia, che è l’“attaccapanni” della Storia, Berlino cadde e Hitler si uccise quando la 34^ divisione germanica era ancora attestata sul versante orientale delle Alpi Marittime. Si ritirò in assetto di combattimento. Non si arrese ai “partigiani” ma agli anglo-americani e represse attacchi inconsulti secondo le leggi di guerra.
Il trauma dell’Italia settentrionale
Nel frattempo il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) diramò la direttiva “Aldo dice 26 x 1”, cioè l’insurrezione generale delle forze partigiane organizzate nel Corpo Volontari della Libertà (CVL), ribadito dai CLN regionali. In alcune città importanti i partigiani precorsero l’avanzata degli anglo-americani. Fu il caso di Genova, ove ottennero la resa dei tedeschi. I germanici in ritirata lasciarono con le spalle al muro la Repubblica sociale italiana, sorta sotto la loro tutela nel settembre 1943 con a capo Benito Mussolini, tornato al suo originario socialismo repubblicano. Il passaggio dalla guerra al dopoguerra nell’Italia settentrionale fu traumatico e in molte regioni centro-meridionali tuttora non è compreso. È ingenuo pensare di rimuoverlo affermando che parlare di fascismo e comunismo è anacronistico. Ogni persona davvero adulta fa i conti quotidianamente con la propria vita. Del pari, un popolo che non fa l’ “esame di coscienza” è condannato a rimbambire. Perciò almeno una volta l’anno è necessario riflettere sulla “via crucis” di fine aprile-inizio maggio 1945 e con l’arrivo degli Alleati, che insediarono la loro amministrazione militare a controllo dei Comitati di liberazione (tema scabroso, poco studiato, di solito obliato).
La macabra “conta” dei caduti
Fra le molte stranezze di questo anniversario della fine della guerra in Italia irrompe la “conta” di quanti italiani combatterono effettivamente contro l’occupazione germanica e il governo della RSI. Il primo a parlarne senza bisogno di archivi e cattedratici fu Ferruccio Parri, comandante delle formazioni Giustizia e Libertà, al Teatro Eliseo di Roma il 13 maggio 1945. La mera esposizione di numeri è però irrilevante se non si accompagna alla loro almeno sommaria contestualizzazione. Perciò giova una sintesi degli eventi, forzatamente rapida.
Nel 1942 gli iscritti al Partito nazionale fascista raggiunsero l’apice. In Italia era diffusa la convinzione che l’Asse Berlino-Roma-Tokyo avrebbe piegato l’Unione sovietica e vinto la guerra. Si dimenticava che l’Urss e il Giappone non si erano affatto dichiarati guerra. Ognuno faceva la propria. Come già nel 1915-1918, il governo Mussolini non ebbe affatto chiaro quale fosse la sua o ne coltivò una visione minimalistica. Malgrado le ristrettezze imposte e la perdita dell’intera Africa Orientale, la partita contro la Gran Bretagna sembrava ancora aperta nell’Africa settentrionale, grazie a Rommel, il “camerata Richard, benvenuto”. Germania e Italia avevano anche occupato la Francia meridionale, in tanta parte “collaborazionista”. Pochi mesi dopo, la svolta: la riscossa della “guerra nazionale” russa, lo sbarco anglo-americano in Mauritania in Marocco e Algeria, la rovinosa ritirata dall’ARMIR dal fronte russo, il primo sciopero nelle grandi fabbriche dell’Italia settentrionale, l’annientamento delle residue forze italiane oltre mare, la richiesta del Gran Consiglio del Fascismo al Re di riprendere tutti i poteri statutari, la sostituzione di Mussolini con il Maresciallo Pietro Badoglio, le rumorose manifestazioni di piazza contro il fascismo, ormai in liquidazione e infine la fatua illusione che il Paese fosse ormai uscito dal conflitto. Al governo Badoglio toccò la partita più difficile: ottenere che l’Italia potesse arrendersi “senza condizioni”, cioè in termini così umilianti da essere coperti dal segreto. Mentre Badoglio trattava, i tedeschi la occuparono in forze, per sfruttarne risorse e uomini e tener lontana la guerra dai loro confini. L’armistizio del 3-29 settembre 1943 stabilizzò la linea di combattimento poco a nord di Napoli, anche perché gli anglo-americani già programmavano lo sbarco in Normandia, chiesto perentoriamente dall’URSS, e non volevano rimetterci altro. Lo raccontano “La Pelle” di Curzio Malaparte e le “Am-lire”.
Dopo l’annuncio dell’armistizio, il trasferimento del re e del governo in Puglia e la costituzione dello Stato repubblicano d’Italia (poi Repubblica sociale italiana) sotto ruvido controllo germanico, quanti (pochissimi) si erano schierati pubblicamente contro il regime si trovarono in pericolo di vita e dovettero darsi alla clandestinità. Rafforzati da militari fedeli al giuramento al re e da sbandati delle disciolte armate impossibilitati a rientrare nell’Italia centro-meridionale, i politici dettero vita a bande che, secondo la valutazione più ottimistica nel tardo autunno del 1943 ascesero a circa 8-9.000 uomini. L’inverno non ne aumentò la forza, anche perché la repressione politica della RSI risultò subito efficiente. Anche al Sud e persino in Roma tedeschi e repubblicani sapevano come e dove cercare il “nemico interno”. Fu il caso del monarchico Giuseppe Cordero di Montezemolo, capo del fronte militare clandestino, e del massone Placido Martini (ne scrive Francesco Guida nel saggio sui massoni assassinati alle Ardeatine). Molti suoi futuri protagonisti entrarono nella guerra partigiana solo dopo lo sbarco americano ad Anzio, nella certezza che sarebbe stato risolutivo. In “Un romano fra i ribelli” Aldo Sacchetti, resistente dal settembre 1943, ricorda che Nuto Revelli aderì a “Giustizia e Libertà” solo a metà febbraio del 1944, dopo lo sbarco anglo-americano tra Nettuno e Anzio, che lascio erroneamente presagire chissà quale avanzata.
Le vicissitudini delle “Bande”
I “rastrellamenti” della primavera 1944 misero a dura prova le “bande”. I tedeschi non incalzarono perché impegnati sul fronte sud. Il 4-5 giugno Clark tentò di “rubare la scena” ad Eisenhower anticipando di un paio di giorni l’ingresso in Roma rispetto allo sbarco in Normandia. Ne scrive Gabriele Ranzato in “La liberazione di Roma. Alleati e Resistenza” (ed. Laterza). A inizio estate le valli si riempirono di giovani senz’armi né preparazione bellica. Dilagava la certezza della liberazione imminente, grazie a un secondo sbarco sulla costa settentrionale italiana. Ma questo avvenne a metà agosto e in Normandia. Nei mesi seguenti l’avanzata degli Alleati ristagnò. Si fermò sul crinale appenninico. Il maresciallo britannico Harold Alexander invitò i partigiani alla “stasi invernale”. La “bande” (che avevano assunto nome di brigate e di divisioni senza aumentare di molto gli effettivi) in gran parte si dissolsero. Il rientro degli “ometti” nella vita ordinaria fu favorito dalla “amnistia” promulgata da Mussolini il 28 ottobre 1944.
Dall’aprile di quell’anno Vittorio Emanuele III era stato costretto ad annunciare che avrebbe trasferito tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, al quarantenne Umberto di Piemonte, la cui consorte Maria José dal settembre 1943 era riparata in Svizzera con tre figlie e Vittorio Emanuele principe di Napoli: “riserva aurea” della continuità della monarchia, ovvero dello Stato che aveva ottenuto di arrendersi sul fianco meno doloroso per il futuro degli italiani.
Raffaele Cadorna al comando del Corpo Volontari della Libertà
Al termine di complesse alchimie il governo stipulò l’intesa con il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (comprendente i rappresentanti di liberali, democristiani, socialisti, comunisti e partito d’azione). Le formazioni partigiane avrebbero ricevuto ingenti soccorsi finanziari e aumento di aviolanci di armi ma sarebbero state agli ordini di un Comando, comprendente, sì, i rappresentanti dei partiti, ma affidato al generale Raffaele Cadorna (Pallanza, 1889-1973).
In questo anniversario del 25 aprile 1945 merita ricordare che suo nonno, Raffaele, aveva comandato l’Esercito italiano che irruppe in Roma il 20 settembre 1870. Suo padre, Luigi, era stato Comandante Supremo nella Grande Guerra (ne ha scritto Carlo Cadorna nel recentissimo “Caporetto. Risponde Cadorna”, BCSMedia). Il suo elogio venne pronunciato da Ferruccio Parri nel citato discorso del 13 maggio: alla guida del movimento di liberazione rappresentò “quello che c’era di migliore, di salvabile e di onorevole nelle vecchie tradizioni militari italiane. Per assumere il compito di “consigliere militare” e poi di comandante del CVL, non esitò a farsi paracadutare in Val Cavallina,nel Bergamasco, ove era atteso da Fiamme Verdi, che lo scortarono a Milano.
La “guerra fratricida”. Come Giovanni Agnelli finì alle “Nuove”
Nei mesi seguenti la lotta tra fascisti e antifascisti divenne più mirata, implacabile, atroce. Guerra fratricida. Vi si mescolarono “questioni private” (come narrò Beppe Fenoglio), geometrie variabili ideologiche e giganteschi intrecci per la tutela degli impianti industriali (a cominciare dalla produzione di energia elettrica) in vista del dopoguerra. Migliaia di militanti delle opposte fazioni si scontrarono e si eliminarono nei giorni del “furore”: formula di Giorgio Agosti, il magistrato torinese, pro tempore questore di Torino, che auspicava una “San Bartolomeo dei repubblichini”. Secondo Gianni Oliva (“La grande storia della resistenza, 1943-1948”, ed. Utet) i “repubblichini” (talora spacciati per tali) eliminati nei giorni cruciali furono circa 25.000. Un “regolamento di conti” affiancato dalle sentenze dei tribunali partigiani che irrogarono fucilazioni con appello e riesame entro sei ore dalla sentenza.
Nel marzo 1945 in forma del tutto arbitraria il comunista Giorgio Amendola annunciò in una sala mensa della Fiat che il CLN regionale del Piemonte aveva decretato la pena di morte per Giovanni Agnelli e Vittorio Valletta. Nei giorni dello “sfascio totalitario” gli Alleati avvertirono il CLN che avrebbero assunto il controllo di Torino il 5 maggio e che da quel giorno non ci dovevano essere cadaveri per le strade. Benché la sua villa in via Giacosa fosse vegliata da un drappello di “Giustizia e Libertà” il fondatore e presidente della FIAT trascorse la notte alle “Nuove” di Torino, perché, paradossalmente, il carcere era il luogo più sorvegliato a sicuro.
Oltre i racconti, la Storia, Oltre i nazionalismi l’Europa.
Quegli eventi vanno ricordati tutti, anche perché incisero sui decenni seguenti, che in molti passaggi nuovamente furono di terrorismo politico, drappeggiato e persino “giustificato” con visioni (o meglio deliri) millenaristici, salvifici, comunque estremi. Bastarono manciate di venturieri, spesso eterodiretti, per tenere l’Italia sulla corda lungo un ventennio. Altrettanto era accaduto e durò in Spagna con l’Eta e in Irlanda con l’Ira, le cui connessioni con centrali di destabilizzazione dell’Occidente sono ampiamente documentate.
A conclusione va osservato che l’estremismo è sempre pronto ad alzare la testa. Lo si è veduto in Catalogna, col pretesto dell’indipendentismo nazional-repubblicano in nome di un mai esistito “stato” catalano”. Lo si registra altrove. Chi però osservi pacatamente il flusso della storia constata che la generalità degli abitanti dell’Italia nel 1943-1945 agognò sopravvivenza, cibo e pace, senza farsi incantare da chimere ideologiche. Era la immensa “zona grigia” la cui storia rimane da scrivere. I cittadini ne dettero conferma il 18 aprile 1948, quando Raffaele Cadorna venne eletto senatore come indipendente nelle file della Democrazia cristiana. Fu un plebiscito a favore dell’Occidente, dei principi costitutivi dell’Italia di Cavour, Azeglio, Sella, Giolitti, Einaudi…. Anche in questi giorni gli italiani stanno celebrando un grande referendum. Mentre la “politica” è rissa quotidiana, i cittadini vanno al mare, in montagna, in viaggio all’estero e/o persino nel proprio Bel Paese, così definito dall’abate Antonio Stoppani, un prete patriota. È un segno del rifiuto della “narrazione” di un’Italia rissosa, sprofondata nello psicodramma radio-televisivo. Gli abitanti del Paese Italia ne hanno viste tante. Ora dicono la loro: confidano nel Colle delle Beatitudini. Al timone la società odierna ha la “Generazione Erasmus”, la moltitudine di giovani che dagli Anni Ottanta si affacciò alla realtà internazionale quando ormai il bipolarismo stava crollando e che ora pensa in europeo, senza tentazioni provinciali né tardo-nazionalistiche.
Aldo A. Mola

Molto intrigante l’evocazione del “Colle delle Beatitudini”. Forse non troverà consensi unanimi, ma l’ articolo è assai denso e allo stesso tempo molto pacato. Aiuta a ripensare…