Se si passa dal mito della decrescita felice al pragmatismo di un decreto crescita, annunciato in coppia addirittura con uno sblocca cantieri, ci si potrebbe anche compiacere. Chissà che il Governo abbia capito che deve cambiare direzione prima che sia troppo tardi…
Poi, invece, è solo un balletto di bozze e le anticipazioni dei contenuti lasciano trapelare multe da condonare, qualche sparuto milioncino da distribuire e un timido e parziale recupero di agevolazioni fiscali sprezzantemente cancellate perchè residui di riforme PD, e ci accorge allora che è pura velleità. Peggio: un modo per nascondere I soldi già persi per Alitalia e trasformarli (parzialmente) in tentativo di nazionalizzazione.
Peggio ancora, solo un modo per riempire di buone intenzioni il “bimestre bianco” dell’immobilismo, in attesa delle elezioni.
Palliativi per guadagnare tempo, litigare o far finta di litigare per lucrare qualche voto in più da portar via al contrattista “amico”. Un Sistema sempre più sicuro per passare dalla stagnazione alla recessione. Aspettare – litingando – il 26 maggio è non capire che la ricreazione é finita già adesso.
Ma il fatto più grave è politico, e cioè che il Paese sta già pagando pesantemente la crisi di identità del più grande partito italiano, I 5Stelle.
La suggestione vincente dei 5Stelle stava nella proposta di un modello diverso, addirittura di uno stile di vita alternativo. Una società senza diseguaglianze che non cerca un equilibrio tra meriti e bisogni, in cui tutti si accontentano di poco. Una società cui non servono banche, finanza, infrastrutture, competitività, e men che meno F35 da ordinare. Al massimo, un po’ di export di arance verso la Cina, lasciando alla Francia la vendita di AirBus per 30 miliardi.
Il reddito di cittadinanza, quindi, come simbolo, non il misto tra modeste politiche attive del lavoro e contrasto alla povertà che è diventato, perdendo l’ispirazione onirica senza trovare l’efficacia e registrando per ora più diffidenza che adesioni.
Diventata governo, l’utopia ha dovuto confrontarsi con la realtà di un mondo che ha il difetto di dar importanza al Pil, allo spread, al costo del debito in costante crescita (6 miliardi al mese) dopo manovre a prestito.
Già è dura dover mettere i sogni e le promesse in un arido contratto, da sottoscrivere con quelli che fino a ieri erano parti inquinate del partito unico del Pd e del Pd più elle. Diventa ora un insolubile rebus se si deve render conto del governo di un grande paese industriale. Si perde l’innocenza delle origini, quando il male assoluto erano tutti gli altri: l’Europa, le Banche, Draghi, Monti e naturalmente la Lega, e ora si devono accettare (molto supinamente) le regole di Bruxelles e ringraziare i tassi bassi di Francoforte. Duro mandar giù bocconi amari, farsi insultare in Puglia per la Tap concessa e in Basilicata per le trivelle autorizzate, rischiare brutto nelle valli torinesi per la TAV, ultimo baluardo di promesse infrante e di voti già dimezzati.
Se questo è il quadro fosco del più grande gruppo del Parlamento, la cosa ci riguarda tutti, perché la crisi di prospettiva di un partito così grande rischia di condizionare un intero Paese, e intaccarne stabilmente la credibilità.
Beppe Facchetti

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