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San Vittore, la Corte Costituzionale entra nelle carceri

“Siamo qui per testimoniare che il carcere è parte della Repubblica Italiana e che la Costituzione è scritta anche per voi”

di Sara Cariglia | 22 Ottobre 2018

La più importante qualità di una casa – anche circondariale – è la luce. Quanta luce fa entrare. Lo stesso vale per le persone. Anche detenute. Ecco allora che far nascere squarci di luce laddove la luce è sopita, e far incontrare due mondi lontani: quello dei custodi della legge: i giudici e, quello di chi la legge l’ha violata: i detenuti, è parte del Viaggio nelle carceri. Quel progetto dall’indubbio impatto morale, deliberato l’8 maggio scorso dalla Corte Costituzionale che, per celebrare il settantennale della Costituzione ha scelto d’uscire da Palazzo della Consulta e portare la Corte nel Paese. Questa volta, nel cuore pulsante di Milano, nella casa circondariale di San Vittore (seconda tappa di sei, dopo Rebibbia). E non per dettar legge, ma per divulgare il linguaggio della legge in nome della legge. Perché un conto è istituirli i diritti, un conto è riconoscerli!.

Un’ambizione che a primo sguardo potrebbe sembrare poco realistica se non paradossale, proprio perché si esaudisce nell’unica porzione di spazio a disposizione dei prigionieri: nel territorio di coloro che con la legge hanno avuto un rapporto antagonistico e che ora si trovano a vivere oltre il muro di cinta in attesa del ritorno alla libertà.

Ciò nonostante i propagandisti della Costituzione è proprio sotto l’egida di questo importante preambolo che hanno deciso di portare il loro viaggio nelle carceri, ovvero in quei luoghi vissuti come un altrove rispetto alla società o visti con quella lontananza invisibile che non si vede ma che esiste.

«Siamo qui a tu per tu per guardare in faccia il vostro volto e perché possiate conoscere più da vicino il nostro, il volto della Costituzione. Siamo qui per testimoniare che il carcere è parte della Repubblica Italiana e che la Costituzione è scritta anche per voi» ha detto a cuore aperto la Vice-Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, la quale insieme ai giudici di piazza del Quirinale, al direttore di San Vittore, Giacinto Siciliano e alle autorità presenti, ha dato appuntamento a detenuti e a detenute, al centro della rotonda del penitenziario milanese. Ovvero, sotto quella grande volta (non proprio celeste) che, dall’alto dei suoi 20 metri, da quasi 150 anni (1879), veglia e sorveglia con invisibile onniscienza i prigionieri che vivono oltre la porta di sicurezza in prossimità dei sei Raggi. Loro che la legge fondamentale dello Stato sono sempre stati obbligati a osservarla perentoriamente da dietro le sbarre, in quest’occasione speciale, hanno avuto la possibilità di «incontrarla» per davvero. «D’altronde le cose più belle nascono sempre da incontri casuali» ha assicurato la garante dello Statuto italiano, consapevole di quanto riconoscere la dignità dell’altro equivalga a rispettare l’altro tanto quanto si rispetta se stessi.

Per chi invece giudica le persone non in quanto tali ma per quello che fanno?: «Questo volto, l’ignoranza, è fitto di pregiudizi. Oggi siamo qui per alzare il velo e ascoltare i vostri drammi e le vostre difficoltà» ha detto in chiusura la donna che personifica con visibile candore il volto della Costituzione italiana e che ha ceduto la parola ai reclusi.

Come a Tiziano, «residente» de La Nave, un reparto di trattamento avanzato per la cura e il recupero dei detenuti con dipendenze che, dopo il benvenuto le ha posto una domanda: «Sono onorato della sua presenza in quanto orgoglioso di essere italiano. Da qualche anno faccio parte del coro La Nave. Spesso ci è capitato di doverci esibire a eventi al di fuori dal carcere; ciò implica la richiesta di un permesso all’autorità giudiziaria che non sempre ci è concesso» ha spiegato Tiziano, alludendo a come le uscite straordinarie al carcere siano perlopiù autorizzate sulla base della gravità delle circostanze (lutto) o sulla base di bisogni primari (diritto alla salute o all’affettività) e non per attività trattamentali, cui i carcerati sono spesso propensi a rinunciarvi in nome di priorità familiari: «Volevo sapere se la Corte si è mai pronunciata in merito, dando spazio al valore educativo d’iniziative culturali. Anche perché caro Vice-Presidente la passione e l’impegno che ci mettiamo per riscattare il nostro passato non siano vanificati solo da pareri divergenti rispetto all’interpretazione di un articolo, ma guardando al detenuto, pur sempre nel rispetto delle leggi, come una persona che sta preparandosi al ritorno in società».

Dalla sua, la Cartabia, non ha potuto che porre l’accento sul profondo valore trattamentale che iniziative come canto o teatro rappresentano, fosse solo per la bellezza con le quali vanno a riempire la vita dei reclusi: «Con le sue e le vostre parole state contribuendo a porre l’attenzione su un possibile cambiamento di cui prima o poi la Corte si farà carico».

Chissà se la performance teatrale, musicale e culinaria poi – preparata ad hoc dagli chef detenuti della Libera scuola di cucina, riusciti a prendere per la gola i commensali con una mis en place studiata a regola d’arte – sia riuscita a convincere un po’ di più la Corte a procedere in questa direzione. Soprattutto perché dietro le sbarre ad abitarvici è un popolo il cui tempo è scandito dal vuoto. Un vuoto che può essere riempito solo dai sogni e dall’immaginazione, colmato dalla fantasia della speranza e dall’aspettativa della fine della pena. Ecco perché il viaggio verso l’altro, l’altrove e l’oltre, nelle galere, è essenziale, perché chi sta dentro in un tempo vuoto, se non va fuori di testa, organizza la rapina successiva.

Quindi, in che modo il carcere coercitivo può essere scongiurato? Solo attraverso tanta bellezza. Una bellezza che lo spettacolo pomeridiano il Piccolo viaggio nel Bello, riproposto sulla falsa riga del Viaggio nelle carceri, ha saputo ben raccontare: «Per quanto il penitenziario non sia un luogo bello per definizione, c’è tanto di bello qui dentro. C’è bene in ogni storia passata, presente e futura. Siamo convinti che dal recupero del bello le persone possano essere incoraggiate a vivere non solo con maggiore dignità il carcere, ma con maggiore bellezza anche la propria vita» ha puntellato Giacinto Siciliano lasciando che l’agorà più sconosciuta di Milano, la suggestiva rotonda di San Vittore, si popolasse degli unici protagonisti della serata. Che, a ritmo incalzante di parole, poesia, voci, musica e strumenti, ora sulle note di Jhon Lennon (cantata da un talentuoso galeotto filippino), ora sulle note di De André, hanno suono dopo suono abbracciato all’unisono l’emozione dei presenti e della Corte tutta.

A regalare un sorriso sono state anche le tante Frida di San Vittore, attrici detenute ed ex detenute del Cetec, Centro europeo di teatro e carcere che, incoraggiate dal carisma del loro direttore artistico, Donatella Massimilla, anima creatrice di Viva la Vida, un nuovo progetto teatrale ispirato oltre che alle pagine di diario dell’artista messicana, anche ai personalissimi diari di cella scritti delle recluse, hanno dato vita a uno spettacolo dallo struggente sapore «fridesco». Terminato con il trionfale Cielito Lindo cantato dagli uomini del Coro della Nave e dalle donne attrici del Femminile: «Ognuno di noi ha un vissuto che si riflette nella storia di quest’artista ed è per questo che nella nostra performance non ci sono né interpreti né protagoniste, ma solo donne, e in ognuno di loro c’è una Frida. Siamo tutte Frida» ha confessato Gabriela, 43 anni, ex reclusa ecuadoriana, in procinto di debuttare con la compagnia teatrale al Mudec, nell’ambito di BookCity (18 novembre alle 12). Un’esperienza realizzata in collaborazione con Diego Sileo, curatore della gettonata mostra milanese firmata Frida Kahlo che, di fronte a tanto talento non ha potuto che dirsi davvero sorpreso. A proposito di talento: a San Vittore è di casa. Parola di Giacinto Siciliano: «Stranamente il carcere è un posto dove i talenti si possono cercare, ma devono essere riconosciuti e valorizzati perché è su quelle attitudini che scattano applausi diversi. È su questa risorsa che bisogna lavorare, perché ognuno di loro sia orgoglioso di quest’intenso applauso ricevuto oggi».

Sara Cariglia

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, cella, corte costituzionale, costituzione, costituzione italiana, disposizione, merito, milano, persone, poesia, repubblica, repubblica italiana, sconosciuta, scuola, speranza, statuto

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Sara Cariglia: “?Disegno emozioni, spiffero vizi e ricerco virtù. Scrivo solo se ne vale la penna. Il mio “canto” è libero. Sempre.”

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