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Perché Martin Luther King sbagliava

King non approvava l’omosessualità, e questo – occorre aggiungere – in coerenza con molti passi della Bibbia che egli conosceva benissimo. Ho trovato sempre fastidiosa una posizione del genere.

di Fabrizio Amadori | 24 Settembre 2018

Martin Luther King è considerato da molti un punto di riferimento. Colpisce l’immaginazione soprattutto il suo discorso “I have a dream”, un discorso che egli fece con l’oratoria tipica di molti pastori protestanti, condita con un po’ di retorica, ma nei limiti accettabili per l’ascoltatore medio.

Detto questo, King non approvava l’omosessualità, e questo – occorre aggiungere – in coerenza con molti passi della Bibbia che egli conosceva benissimo. Per lui chi era omosessuale aveva un problema.

Ho trovato sempre fastidiosa una posizione del genere perché parto dal presupposto che chi è vittima di discriminazione dovrebbe capire meglio di altri quanto essa sia sbagliata. Ritenere che la lotta per i diritti omosessuali non sia uguale a quella per i diritti dei neri è giustissimo, perché si tratta di lotte chiaramente diverse. Detto questo, non è diverso invece il diritto che entrambi i gruppi, neri e omosessuali, hanno di sviluppare la loro lotta in quanto nessuno può dimostrare che il desiderio di avere rispetto e dignità di un nero sia superiore a quello di un omosessuale.

Infatti, l’obiezione per cui un nero non può essere diverso da quello che è, nero appunto, mentre un omosessuale sì, nel senso che ci sono omosessuali che sono diventati etero, e che questo dimostri ben qualcosa, ossia che essere neri non è una cosa negativa mentre gay sì, parte dal presupposto che va dimostrato, ossia che la condizione di omosessuale sia una cosa negativa da cui valga la pena uscire fuori: il fatto che un gay possa diventare etero non significa che diventarlo sia una cosa migliore del contrario (né tantomeno che tutti possano farlo), ossia rimanere gay, così come il fatto che un nero non possa diventare bianco non dimostra che essere nero sia una cosa positiva (o meglio, neutra), se essere nero fosse una cosa da cui valesse la pena distaccarsi. Ed anzi si potrebbe capovolgere la premessa e dire che proprio perché dall’omosessualità si può “venir fuori” (ma ripeto, questo è vero solo in parte ed in certi casi) mentre dalla negritudine no, allora l’omosessualità sarebbe una “malattia” – diciamo così – meno grave, se qualcuno ponesse questo come presupposto, la dimensione della “malattia” appunto, come fanno i razzisti, alla base di entrambe le condizioni. Affermare che essere nero non è una malattia perché è una situazione permanente e ineluttabile come essere bianco significa insomma non tener conto del punto di vista del razzista.

E viceversa, affermare, come fanno certi signori, che essere nero non è una malattia né una colpa perché uno chiaramente ci nasce mentre non si può dire il contrario dell’omosessualità, dato che molti gay sono tornati ad essere (o sono diventati) etero, significa solo fare confusione per chi sostiene il punto di vista contrario. Per molti razzisti il fatto che un nero non possa diventare bianco non solo è una consolazione ma è anche un modo per rimarcare la distanza tra le razze, per cui si può affermare, secondo loro, che una sia superiore all’altra.

Se un nero potesse diventare bianco (o un bianco diventare nero) salterebbe tutto – o gran parte – dell’impianto del razzismo, naturalmente. Oppure no: infatti, l’osservazione che un gay possa diventare etero e viceversa dovrebbe diminuire le distanze tra i due gruppi, etero e gay, ma questo non succede. O meglio, non succede  dal punto di vista (di alcuni, o molti) dei cosiddetti etero, perché è dubbio che i gay discriminino la controparte se non a chiacchiere, e chi scrive pensa che questo non capiti solo per una questione di rapporti  di forza.

Evidentemente quando è in ballo l’odio, le regole, e la loro razionalità, tendono a saltare.

 

Fabrizio Amadori

Pubblicato in : Primo pianoTag: discorso, martin luther king, omosessualità, punto di vista, razzismo

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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