C’è un fenomeno (numericamente modesto, ma in un certo senso significativo) di militanti di sinistra, in voga sovranista e che “Di Maio e Salvini fanno anche cose buone”, come il Duce che aveva bonificato le paludi. Secondo costoro, per distinguersi dai “radical chic della sinistra dei Parioli”, si dovrebbe essere internazionalisti e non cosmopoliti, distinzione oscura, che rievoca quei tempi staliniani in cui “intellettuale cosmopolita” era un’accusa di scarsa lealtà alla patria sovietica, e fa pensare a certe sfilate di delegazioni uzbeke e kazake in costume tradizionale, mentre la polizia sequestrava blue jeans di contrabbando e dischi jazz. Poi si dovrebbe essere “patrioti costituzionali” contro l’Europa, cioè contrapporre la Costituzione italiana alle direttive europee: anche qui siamo nell’oscurità, visto che il “patriottismo costituzionale” è nella lezione di Jurgen Habermas che nel 1990 chiedeva un nuovo patto costituzionale che comprendesse tedeschi dell’Est e dell’Ovest, immigrati e rifugiati; secondo il grande filosofo tedesco, “l’integrazione statale si compie simultaneamente su tre livelli: Land, Repubblica federale, Comunità Europea”; e si sa che la Costituzione italiana prevede volentieri il suo innesto in ordinamenti sovranazionali e ad essa sovraordinati. Infine, si dovrebbe interpretare “da sinistra” la diffidenza del “popolo lavoratore” per gli stranieri immigrati: come se i cittadini di origine straniera non fossero popolo (in un corretto patriottismo costituzionale) e non fossero lavoratori (a buon diritto o senza diritti…). Qui la seduzione populista è all’insegna dell’equivoco terminologico (chi parla male pensa male…): nel passaggio da un lessico popolare a uno populista, i richiedenti asilo diventano “clandestini”, e quindi scompaiono dittatori eritrei e diritto d’asilo, deficit demografico e società aperta, e persino lo sfruttamento degli immigrati nelle campagne, il nuovo bracciantato, non spinge a denunciare vecchie e nuove forme di sfruttamento, ma a prendersela con gli immigrati, con l’immigrazione e le “famigerate Ong”: si vede che i giovani laureati pugliesi, calabresi e campani non vedono l’ora di liberarsi della concorrenza degli immigrati per fare i braccianti… Abbiamo poi, dopo il crollo del ponte a Genova, il ritorno delle nazionalizzazioni. Finisce che Di Maio assomiglia a Lombardi, senza valutare se codeste nazionalizzazioni siano parte di un disegno complessivo di ridefinizione dell’equilibrio tra democrazia e capitalismo, o non piuttosto una ridefinizione di assetti di potere, che utilizza un capro espiatorio (in questo caso additare Benetton, con le sue pubblicità multiculturali, coglie diversi piccioni con una sola fava, nella logica della comunicazione a cinque stelle). Appare intuitivo che sia questa seconda ridefinizione che importi alla Casaleggio, che è un’azienda con precisi fini, tra cui non risulta l’interesse pubblico, mentre è certo (si vedano le nomine nelle municipalizzate romane) il suo penchant per l’occupazione di strapuntini e poltrone, grazie al proprio partito-marionette che ancora ce l’hanno su con Renzi per il presunto affronto alla buonanima di Brodolini sull’articolo 18 (le misure, invero notevoli, compiute da Renzi e Gentiloni per il welfare e i lavoratori precari sull’altro piatto della bilancia vengono rimosse). Intendiamoci: come ci ha insegnato Deng Xiaoping, non importa se il gatto sia bianco o nero, e insomma, servizi e infrastrutture possono essere in mano pubblica o privata (con regole pubbliche), dipende, ci sono in Europa esempi diversi. Ma questo non ha a che fare con il ritorno alla lira, alle auto nazionali, ai negozi chiusi la domenica e la sera in una società dove tutti tornano a casa per pranzo o staccano al massimo alle 5 del pomeriggio, e il giovane diplomato trova subito lavoro vicino casa, alle Poste o in Comune. Il sogno di molti anziani, confusi dalla modernità; più grave che sia il sogno anche di qualche nipote, che non può invocare né la nostalgia né l’arteriosclerosi.
Luca Cefisi

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