A riprova che l’insuccesso può dare alla testa, il Pd continua più che mai a farsi del male. A livello nazionale e a livello locale. A Roma, il partito l’ha scampata bella. Ma è dovuto scendere in campo Matteo Renzi in persona, felice come una Pasqua di rivestire quel ruolo di protagonista del quale per il vero non si è mai spogliato. Preso coraggio, i suoi avversari per un pugno di poltrone avrebbero volentieri contribuito alla nascita di un governo a cinque stelle. Guidato, manco a dirlo, da quello statista incompreso che risponde al nome e cognome di Luigi Di Maio. Ma non avevano fatto i conti con il Signor No. Sissignori, l’ex presidente del Consiglio democratico. Un ex che più ex non si può. Renzi avrà pensato a quella malalingua geniale di Leo Longanesi. Che tra i suoi tanti aforismi brillanti annovera anche questo: “Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee”. Ora, siamo giusti. Maurizio Martina, l’autoreggente del Pd, è tutto un programma. Così, un po’ come il barone di Münchhausen, il senatore di Firenze e Scandicci si è dovuto assumere l’onore e l’onere di tirare su per i capelli un partito altrimenti condannato a un abbraccio mortale.
Il guaio è che al peggio non c’è mai fine. Dopo tutto, a Roma si sono guardati nelle rispettive carotidi renziani e antirenziani. E questi ultimi, dopo aver fatto la faccia feroce, a torto confidando nella latitanza del Castigamatti, hanno straperso in pratica per abbandono del campo. A Firenze, i soliti guelfi e ghibellini se le sono sempre date di santa ragione. Ma ecco il fatto nuovo. Gli antirenziani da queste parti vanno cercati un po’ con il lanternino. Per esserci ci sono, ma aspettano come andrà a finire per uscire dall’anonimato. Per prudenza, si capisce. Sono i renziani invece a farla da padroni. Com’è come non è, costoro – quando si dice il genio – hanno anticipato la scissione dell’atomo. Hanno cominciato a litigare di brutto tra di loro rinverdendo la pellicola che ha per titolo “Kramer contro Kramer”. Una lotta intestina. Una lotta in famiglia all’ultima goccia di sangue. O giù di lì.
Ora, che esistano due renziani di stretta osservanza come Luca Lotti e Francesco Bonifazi, lo sanno tutti. Perfino le massaie rurali, ammesso e non concesso che esistano ancora. Famosi come sono. Due pesi massimi del Pd a livello nazionale e a livello toscano. L’uno, deputato e ministro dello Sport in un governo guidato da Paolo Gentiloni. Che doveva durare un fiat, secondo i disegni del suo incauto sponsor. Ma sì, il segretario fiorentino Matteo Renzi. E invece se n’è stato sempre lì, a Palazzo Chigi. Per mesi e mesi inchiodato alla poltrona, in mancanza di valide alternative. Ma ormai ha le ore contate. L’altro, senatore e tesoriere nazionale del partito. Come dire, il re di danari. E i soldini contano, eccome. Celebre anche – ma che bravo! – per la pepata letterina inviata a Pietro Grasso con la richiesta di versare al Pd il conquibus che si è ben guardato dal dare per i cinque anni della passata legislatura. Quando, bel bello, su designazione dell’improvvido Pier Luigi Bersani, di questi tempi un desaparecido, è stato eletto alla presidenza del Senato senza vantare alcuna anzianità parlamentare. Come invece era sempre accaduto dai tempi dello Statuto albertino. Ignoravamo invece, per nostra pochezza, che esistessero i lottiani e i bonifaziani, emersi alla luce del sole allo scopo di afferrare due poltronissime al Comune di Firenze. Eletta al Senato, la brava Caterina Biti ha lasciato la presidenza del Consiglio comunale quasi fuori tempo massimo. Nella speranza che il suo successore venisse scelto senza tanti problemi. E invece…
I bonifaziani hanno puntato su Andrea Ceccarelli e, pensa e ripensa, alla fine l’hanno avuta vinta. Ma i lottiani hanno replicato: “E a noi, niente?”. Non sia mai! Così, come contropartita, pretendono un assessorato per Massimo Fratini. A proposito di lottizzazione, ma qui Lotti non c’entra, si racconta che un socialista irrompe nello studio di Bettino Craxi e gli dice: “I colonnelli hanno fatto un colpo di Stato”. E lui, senza perdere la calma, replica: “E a noi quanti ne toccano?!”. Una favola metropolitana, si capisce. Ma significativa della mentalità dei nostri uomini politici. Che Iddio ce li conservi.
Il guaio è che se fosse nominato assessore, il sullodato Fratini sarebbe l’undicesimo assessore comunale. Mentre, per legge, da noi gli assessori non possono essere più di dieci. Un busillis. Anche se, alla scuola di Giulio Andreotti, alla fine tutto si aggiusterà. Ma il sindaco Dario Nardella, un altro renziano più renziano di Renzi, dovrà mettercela tutta. Povero Cireneo, dovrà atteggiarsi a onesto sensale. Al motto: “Io do una cosa a te e tu dai una cosa a me”. Che diamine, mica siamo tedeschi. E i contratti li facciamo a modo nostro. Il sindaco farà voti che la ciambella riesca con il buco. Perché, vispo com’è, guarda con crescente preoccupazione alle elezioni comunali che si avvicinano a grandi passi. Con un Pd ormai ridotto in braghe di tela. Più ha e meno è.
paoloarmaroli@alice.it

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