Stefano Vizioli ha avuto ragione! Sarebbe stato difficile scommettere sul successo di Pia de’ Tolomei, opera decisamente poco conosciuta di Gaetano Donizetti per la prima volta in scena al Teatro Verdi di Pisa, ed invece nelle due recite, la serale del 14 ottobre e nella pomeridiana del 15, il pubblico è accorso così numeroso da sfiorare il sold out.
Ma più che la quantità, pur importante in un contesto nel quale i numeri diventano preziosi per sostenere lo sforzo del teatro a garantire un cartellone di qualità, ci è apparso inusitato il calore e la passione con il quale questo pubblico ha accompagnato lo svolgersi della storia applaudendo non solo ai singoli interpreti che hanno ampiamente dimostrato di sostenere egregiamente la parte loro affidata, ma all’effetto emotivo delle scene ognuna delle quali capace di offrire stimolanti suggestioni.
Un pubblico anche “nuovo” a questo teatro, di età e provenienza diversi richiamati forse dalla curiosità per questo inizio di stagione così poco “ortodosso” o magari da un titolo che richiama altri ricordi a partire dal padre Dante che ha immortalato, nel V canto del Purgatorio, in pochi e toccanti versi la figura di questa donna per giungere alla non meno toscana rock star Gianna Nannini che prima nel 2007 le aveva dedicato un concept album dal titolo Pia coma la canto io e poi nel 2010 un’opera rock La Pia de’ Tolomei.
Che fosse un’opera interessante, Vizioli ce lo aveva preannunciato nel corso di una intervista che ci aveva rilasciato parlando del senso di questa sua prima stagione lirica pisana «E’ un opera attualissima nei suoi contenuti più profondi, una storia che parla al cuore degli spettatori, capace di cogliere quei sentimenti che da sempre, e forse per sempre, caratterizzano l’animo umano. Pia de’ Tolomei rappresenta l’amore puro, l’innocenza del pensiero e del cuore, la forza della fede, la capacità di sopportare ingiustizie senza perdere l’amore per il proprio marito. E gli altri? Gli altri sono quella parte di umanità che “pecca” per interesse, per debolezza, per paura; è quella umanità capace di azioni riprovevoli in nome di “valori” da difendere, come nel caso di Nello, il marito di Pia, e di tardivi pentimenti allor quando la verità, quella vera, toglie il velo di pregiudizio, gelosia, rabbia che ha impedito di cercarla. In questa trance de vie ambientato nella Toscana del XIII secolo (anche se il nostro regista ha scelto una trasposizione temporale fino al XX secolo) sono rappresentate tutte le debolezze umane e al contempo, proprio nella figura di Pia, ciò che può porsi contro quelle debolezze, l’amore per il bello, per la cultura, per l’arte…»
Ma quello che ci ha colto di sorpresa, forse proprio grazie a questa trasposizione per certi versi decisamente molto forzata, è la sua straordinaria capacità di essere, ieri come oggi, specchio dei tempi, indice puntato verso quelle mediocrità, quelle ipocrisie, quelle sudditanze, quegli opportunismi che sono capaci di condurre ad epiloghi irreparabili. Nulla di retorico nel testo di Salvatore Cammarano e nella musica di Gaetano Donizetti che muovono all’unisono segnando momenti di grandissimo pathos, di struggente dolcezza, di incredibile violenza.
Dicevamo della “ricollocazione” nella toscana degli anni ’30 e ’40 del Novecento quando lo scontro tra il fascismo e l’antifascismo è più duro: non ne vedevamo la necessità. Là dove era nata, in quel XIII secolo, come in qualunque dei secoli successivi fino ai giorni d’oggi, avrebbe avuto l’identica forza. Non è certo il conflitto politico né la militanza ideologica che contano in quest’opera bensì le dinamiche individuali che prescindono assolutamente dal contesto. Che il regista, Andrea Cigni, abbia voluto richiamare proprio quel periodo con sfoggio di camicie nere e di fazzoletti rossi, ci è sembrato davvero inutile.
Detto questo, però, onore al merito di Cigni di aver lavorato con grande professionalità nell’indagine introspettiva di ognuno dei personaggi, anche dei minori, che emergono con grande equilibrio offrendo quei dettagli così preziosi per comprendere a fondo il senso di una tragedia. Il cast, coro compreso, ha saputo così raccontare in modo molto verosimile i singoli drammi e le singole bassezze rendendo lo spettacolo davvero piacevole.
Essenziali ma efficaci le scene di Dario Gessati che attraverso pochi elementi hanno saputo dare un buon riscontro degli spazi scenici interno/esterno senza mai distrarre dalla vicenda; corretti i costumi di Tommaso Lagattolla, belle le luci di Fiammetta Baldiserri che hanno contribuito a rendere ancor più intense le atmosfere.
Pregevole la direzione del M° Christopher Franklin, molto appassionata ma rispettosa della partitura, che guida con successo sia l’Orchestra della Toscana che le voci; buona la prova del coro, Ars Lyrica, ben preparato dal Maestro Marco Bargagna.
Nella recita del 15, quella che abbiamo seguito, emerge con piacere un buon effetto d’assieme che armonizza le singole individualità in scena senza che nessuna ne perda in identità e valore.
Positiva la prova del baritono Mauro Bonfanti, un Nello credibile dalla vocalità idonea per il suo ruolo, come pure quella di Sonia Ciani, una dolcissima e appassionata Pia che sa conservare quel giusto e non facile equilibrio scenico-vocale per dare dignità al suo personaggio.
Potente e chiara la voce di Giulio Pelligra, Ghino, che sa affrontare con uguale padronanza i vari momenti fino all’epilogo finale nel quale l’elemento drammatico è tenuto sotto controllo per non farlo scadere nella facile retorica pietistica
Bella anche la prova di Kamelia Kadet chiamata a vestire i panni di Rodrigo, fratello di Pia: voce non potente ma gradevole capace di sottolineare con efficacia il suo percorso all’interno della vicenda.
Efficace sia vocalmente che dal punto di vista interpretativo la performance di Christian Colla, Ubaldo, come pure merita citare, pur nella brevità della parte, Silvia Regazzo, la damigella di Pia.
Allo stesso modo ci sembra doveroso ricordare Andrea Comelli, Piero, Nicola Vocaturo, il custode della Torre di Siena, e Claudio Mannino, Lamberto, ruoli solo in apparenza minori ma funzionali e determinanti, se affrontati da professionisti, per l’economia della vicenda e per la sua completa comprensione.
Con novembre, e più precisamente il 10 e 12 novembre, si torna ai titoli più noti: Trovatore, nell’allestimento del teatro verdi di Trieste per la regia di Stefano Vizioli, sarà la seconda ed attesissima opera in cartellone alla quale farà seguito, in dicembre, un’altra “chicca” della quale parleremo in una prossima anticipazione.
Stefano Mecenate









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