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Il Macron italiano (ancora) non c’è ma il suo percorso è imitabile. La borghesia si svegli e si assuma le proprie responsabilità

di Enrico Cisnetto | 26 Giugno 2017

Il confronto tra Italia e Francia è impietoso. Pur con l’inciampo dei ministri costretti a dimettersi prima ancora di iniziare, Emmanuel Macron, dopo aver conseguito un grande successo anche nel doppio turno per il parlamento che gli consegna una maggioranza su cui neppure il generale De Gaulle ha potuto contare, ora si accinge a governare il suo paese e a provare a riavviare il processo d’integrazione europea. Da noi il governo Gentiloni, il terzo di questa legislatura di transizione verso il nulla, rimane in piedi per il velleitarismo di chi vorrebbe buttarlo giù per andare alle elezioni, ma fatica ad esprimere una linea compiuta – al di là delle buone maniere del presidente del Consiglio, che pure sono sostanza e non solo forma – come dimostra il dilettantesco balbettio sulla delicata questione delle banche in difficoltà. In questo quadro di già lampanti differenze, la provinciale quanto ridicola ricerca del Macron nostrano, cui si dedicano un po’ tutti con tanto di lanternino, rende ancora più mortificante il confronto.

Chiariamo una cosa: il neo-presidente francese, pur avendo potuto contare su circostanze fortunate, non è un coniglio uscito miracolosamente dal cilindro della politica transalpina, ma il frutto di una precisa scelta di una parte consistente e significativa dell’establishment. Non si ottiene la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale, e per di più con un partito che fino a pochi mesi fa non esisteva, solo per il combinato degli inciampi altrui (che pure ci sono stati: Juppé, Fillon, Valls). No, il non ancora quarantenne Macron è il prodotto di una classe dirigente consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, dotata di visione strategica e capace di esprimere “pensiero”, che visto lo sgretolarsi dei partiti di governo – tanto i gollisti quanto i socialisti – e di fronte al pericolo populista-sovranista incarnato dalla Le Pen, ha costruito una seria e credibile alternativa. Macron è un impasto di Ena, di élitè intellettuali (Jacques Attali è il più conosciuto, ma ce ne sono molti altri) e di simpatie mediatiche (Le Figaro), di finanza parigina e internazionale, con in testa la banca Rothschild, di grandi imprese coscienti del ruolo sistemico che hanno, di endorsement europei (Merkel) e atlantici (Obama), di interessi politici ed economici globalisti, generosi di appoggi e di denari, che avevano ben chiaro chi era il nemico da battere. Come ha scritto Aldo Cazzullo, che a Parigi ha guardato oltre la cronaca, “il sistema è con lui, dai missili ai macaron”. Ma tutto questo sostegno si sarebbe rivelato condizione necessaria ma non sufficiente se dietro Macron non si fosse manifestata la borghesia, grande e piccola. Che non ne poteva più dei vecchi partiti e delle facce consumate, ma che non si è fatta abbindolare da parole d’ordine radicali e da suggestioni avventuristiche, che non ha cercato una rottura fine a sé stessa. Ecco perché ha accolto e dato fiducia con così largo margine ad un volto nuovo ma rassicurante, un uomo che proponeva alla Francia di essere modernizzata pur essendo saldamente ancorato al sistema. E, soprattutto, che per vincere non ha concesso nulla al populismo della destra lepenista né al gauchismo ideologico della sinistra di Mélenchon, come dimostra il suo esporsi fino in fondo a favore della causa europeista, cosa che poteva essere considerata (come avviene in Italia) pericolosa ai fini della mietitura del consenso elettorale.

Ecco, ora confrontate Parigi con Roma. E vedrete che la differenza non sta tanto nel sistema politico e negli uomini politici, quanto nella vetustà delle istituzioni, nella rassegnazione della classe dirigente e nell’abdicazione della borghesia. A furia di baloccarci intorno alla questione morale, di inveire contro la “casta”, di sfuggire alla presa di coscienza dei problemi strutturali del Paese, siamo sprofondati in un declino epocale. Di cui tanto la business community quanto l’alta dirigenza pubblica e il ceto politico portano in egual misura la responsabilità. Siamo di fronte al disastro di una classe dirigente incapace di dare a se stessa e all’Italia non si dice un progetto per il futuro, ma neppure una modalità di gestione comune del presente. Così come fu nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, stiamo disperatamente cercando la Terza senza avere uno straccio di idea di come costruirla. Avremmo bisogno di un sistema politico capace di governare i processi anziché subirli, di istituzioni, centrali e periferiche, efficienti e moderne, e un assetto del capitalismo in grado di tenere il passo veloce della globalizzazione. Ma anziché costruire delle élite capaci di pensare e realizzare cambiamenti radicali di questa portata, ci rifugiamo il leaderismi fragili, tutti mediatici, basati sulla protesta e sul dileggio.

Gran parte dell’establishment e una fetta importante della borghesia ha pensato che queste qualità taumaturgiche le possedesse Matteo Renzi. Ci ha creduto, l’ha sostenuto, l’ha blandito. Ma si è accorta, in parte già prima del referendum, e poi in larga misura dopo, che aveva coltivato speranze malriposte. Solo che teme di non avere alternative, tanto più se pensa all’età e al recente passato di Berlusconi, se ascolta le volgarità di Salvini e se guarda ai pasticci pericolosi di Grillo e della sua banda di dilettanti allo sbaraglio. È vero, c’è il problema dell’alternativa. Senza la quale, rischiamo di trovarci dopo il voto o senza governo o con un esecutivo che rischia di farci rimpiangere di non averne nessuno. Per questo l’alternativa dobbiamo trovarla. A Macron è servito meno di un anno, ed è giusto il tempo che ci separa dalle elezioni. È venuto il momento di accantonare riserve e rancori, di unire le forze, di avere coraggio. Lo spazio politico ed elettorale c’è. Se si pensa all’astensionismo non qualunquista da recuperare, è perfino sconfinato. Ci sono uomini di esperienza che hanno già dato il loro contributo, alla società e alle istituzioni, e ci sono giovani che hanno qualità, prima di tutto culturali. Il nostro è un appello. Alzi la mano chi è disponibile.

 

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: banche, berlusconi, cambiamenti, capitalismo, classe dirigente, consenso, elezioni, fini, francia, futuro, giovani, globalizzazione, governo, italia, legislatura, matteo renzi, merkel, obama, parigi, parlamento, populista, presidente del consiglio, processo, questione morale, radicali

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. marzio siracusa

    28 Giugno 2017 alle 11:11

    L’articolo di Cisnetto è l’esempio di quanto i luoghi comuni portino alla pura irrazionalità.

    Rispondi
  2. Luca Bagatin

    26 Giugno 2017 alle 15:05

    Macron ha elettoralisticamente la maggioranza assoluta, ma praticamente è stato eletto da una estrema minoranza di francesi (nemmeno il 20%).
    Ci sarebbe da chiedersi quanto ciò sia democratico. Oltre al fatto, forse, che la borghesia (che vota Macron o Renzi o simila) è in Europa una estrema minoranza rispetto a coloro i quali rappresentano ormai il nuovo lumpenproletariat europeo. E che, non a caso, non hanno più alcuna voglia o intenzione di delegare i politici a rappresentarli.

    Rispondi

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