
Architetto De Rossi, perché tante controversie sul carcere di Nola?
Molto semplice: il carcere di Nola non risponde ai criteri stabiliti dal tavolo 1 degli Stati generali dell’esecuzione penale.
Una dura presa di posizione la sua.
Non è mia soltanto: sin dall’inizio c’è stata qualche “incomprensione” tra i partecipanti al Tavolo. Nelle ultime settimane hanno animosamente manifestato e discusso pubblicamente tra loro. A tal proposito le ricordo quanto ho scritto proprio sulla vostra testata per riferire, dal mio punto di vista di mero “osservatore” quanto avvenuto all’Università di Roma Tre. Il nuovo carcere di Nola: quando alle parole non corrispondono i fatti
Il progetto del carcere di Nola però è stato realizzato prima degli Stati generali, quindi non si poteva pretendere di più. Cosa pensa del lavoro svolto dal Tavolo 1?
Bisogna dare atto che gli Stati generali sono stati un’importante intuizione del ministro Orlando. Un’occasione storica per raccogliere e maturare idee, alcune delle quali già espresse da me anni prima. Non solo a parole ma con articoli, libri, progetti, proprio per certificare la “paternità” di taluni concetti a futura memoria. Non dimentichi che io stesso sono stato consulente a suo tempo del DAP.
E’ per questo motivo che lei scrive?
In mancanza di saggi di questo genere, in assenza di specifici insegnamenti universitari e di una adeguata bibliografia, al ritorno della mia esperienza fatta all’estero in questa problematica cominciai a scrivere nel 2007 L’UNIVERSO DELLA DETENZIONE edito da Mursia nel 2011. Libro che ha avuto apprezzamenti significativi da parte dei diversi ministri che nel corso degli anni si sono susseguiti al Ministero della Giustizia. Un manuale che voleva sistematizzare, anche per l’architetto, l’approccio più corretto intorno a questa vasta e complessa tematica. Anni dopo, a seguito della sentenza Torreggiani, ho pubblicato sempre con Mursia NON SOLO CARCERE, (in libreria nel gennaio 2016, le date sono importanti e i libri servono anche per questo…). in cui tutte le indicazioni, le idee e taluni approcci metodologici ho avuto il piacere di ritrovarli in sintesi ripresi nella relazione finale del Tavolo 1. La qual cosa non mi stupisce anche perché il mio libro, scritto a più mani nel rispetto dell’approccio “sistemico” necessario per coloro che vogliono affrontare bene tali problemi, aveva tra i diversi Coautori anche una Personalità di altissimo livello professionale presente al Tavolo dell’architettura.
Perché allora lei non è stato chiamato a partecipare al Tavolo n. 1 degli Stati generali?
Non mi interessa sapere il perché, ma posso immaginarlo avendo i capelli bianchi. Comunque alla lunga e nel tempo sono convinto che rimangono le idee, se sono buone, non i singoli uomini. Ma riconosco che troppo spesso in Italia valga di più saper giocare a calcetto che avere, come dice il ministro Poletti, un buon curriculum. Il sistema penitenziario è in continua evoluzione e di certo quello attuale è frutto di progressi secolari in svariate discipline. Il miei libri, le conferenze, le interviste, gli articoli sui giornali e le visite nelle carceri hanno dato i loro frutti e il Tavolo n. 1 ha fatto bene a farle in parte proprie. Di questa condivisione sono contento, è una certificazione importante. Però se i contenuti del lavoro non si comprendono e non si interiorizzano, si torna indietro.
Si riferisce a qualcuno in particolare?
No, non è una questione riconducibile ad una singola persona, ma ad un sistema in cui si sovrappongono amicizie e relazioni non sempre necessariamente ispirate alle specifiche competenze. Ora, ammesso per ipotesi che queste sovrapposizioni esistano, sarebbe illusorio pensare che si possa operare in un sistema completamente asettico. Una volta che le questioni sono state tutte messe sul tavolo perché si è tornati indietro?
Come si può rimediare ora per il carcere di Nola?
Per questo carcere non credo che si possa fare molto per adeguarlo alle indicazioni che gli Stati generali hanno fatto proprie. Il bando appena scaduto ha “blindato” purtroppo l’intero progetto architettonico che dovrà inderogabilmente seguire i modelli proposti dall’amministrazione penitenziaria. Modelli superati sostenuti da sola retorica.
Per il futuro invece?
Ci sono azioni da compiere nel breve termine e altre da pianificare con accortezza per i prossimi decenni.
Quali sarebbero?
Non sarebbe male se il DAP riuscisse ad attivare quello che io chiamo un processo attivo quasi permanente di riflessione, una metodologia nuova per analizzare i fenomeni sociali e i loro mutamenti. Una visione alta, perché no, indirizzata alla promozione di valori. In fondo cosa erano, se non “valori”, quelli che ispirarono nel 1764 l’illuminista Cesare Beccaria, quel grande pensatore di cui l’Italia vanta giustamente d’aver dato i natali? E’ da quelli che bisogna partire per arrivare all’architettura nella sua “fisicità”, proponendo un modello italiano. Come ebbe a dire il magistrato Giuseppe De Gennaro con estrema chiarezza: “le parole hanno una inafferrabile vaghezza, mentre le strutture edilizie sono una testimonianza concreta della filosofia che le ha create e delle finalità a cui sono attualmente destinate”. In tal senso ho dedicato un capitolo del mio ultimo libro intitolandolo: “quando la pietra condiziona la mente” e l’architettura, a seconda di come viene realizzata, ha il grande potere di influire sulla mente umana: quindi sul comportamento. Come ho già scritto otto anni fa, il Dipartimento potrebbe istituire un Centro multidisciplinare formato da persone in grado di ragionare su questi temi che non riguardino solo l’architettura, ma che si confrontino con svariate esigenze, offrendo soluzioni sostenibili e verificabili. Soluzioni che sono tutte alla portata di un’amministrazione pubblica che intenda veramente svolgere il suo servizio pubblico. A patto però che riesca a selezionare persone di “merito”, non necessariamente quelle più vicine al sole.
Lei è un convinto sostenitore della cultura interdisciplinare, quindi.
Nel tempo mi sono ampiamente speso per affermare la necessità di un approccio il più possibile “sistemico” nell’affrontare le tematiche relative alla architettura e all’esecuzione penale. Non ci non ci si improvvisa dall’oggi al domani progettisti di questo particolare settore se non si è elaborata una esperienza, prima che “tecnica”, anche culturale nel senso più ampio. I “contatti” con l’università, di cui ho sentito parlare, vanno bene a condizione che non sia la solita foglia di fico per far passare comunque competenze e decisioni non effettivamente maturate. Non dimentichiamo che anche nelle università, non in tutte, è da poco tempo partita la consapevolezza che bisogna cominciare a studiare finalmente questi problemi. Dovremo attendere ancora qualche anno prima di vedere qualche risultato provenire dal mondo accademico …
Sta proponendo dei mini-stati generali del DAP?
Gli Stati generali hanno discusso di grandi scenari che però ora devono essere realizzati in concreto, altrimenti rimarranno i soliti “alti enunciati” come il comma 3 dell’art. 27 della Costituzione o la riforma del 1975. Servono competenze, persone in possesso di visioni ampie e, ripeto, multidisciplinari, altrimenti si rischia di adottare singoli accorgimenti che presi separatamente sembrano al minuto migliorare le condizioni detentive, ma poi, inserite nel “sistema” penitenziario, creano più danni che altro.
Come la sorveglianza dinamica e il regime delle celle aperte che noi del Sindacato stiamo denunciando da anni?
Appunto.
E sul lungo periodo?
Qualunque riforma penitenziaria, anche la più avveniristica, se sarà inserita ed attuata negli attuali edifici penitenziari, sarà destinata al fallimento. Alcune delle carceri italiane sono state costruite svariati secoli fa, ma paradossalmente, sono più a misura d’uomo di quelle più recenti costruite in cemento armato, con corridoi enormi e camere detentive minuscole. E’ necessario un piano pluridecennale di sostituzione dell’intero patrimonio edilizio penitenziario.
Architetto, ma non ci sono i soldi e lo stesso “piano carceri” degli ultimi Governi è fallito miseramente.
Anche lì è mancata una visione organica del problema. Lo si è affrontato soltanto come necessità di ampliamento del numero di posti letto, mentre il vero problema delle carceri non è quanti sono i metri quadri a disposizione delle persone detenute quando dormono, ma cosa possono fare durante tutto il resto della giornata. L’approccio è stato solo in termini di cubature di nuove carceri e nuovi padiglioni da affiancare a quelle già esistenti, senza considerare per esempio l’altra parte dell’umanità che è rappresentata dagli Agenti di Polizia Penitenziaria che sarebbero stati necessari, senza prendere in considerazione le vere soluzioni tecnologiche oggi a disposizione. Senza preoccuparsi di come “fare sistema” con l’imprenditoria e con la società civile intorno al carcere.
Architetto De Rossi, quindi lei si sta candidando come prossimo Commissario per l’edilizia penitenziaria?
Come ho sempre sostenuto servono competenze multidisciplinari e collegialità. In definitiva un approccio organico. Da tempo ho avviato i lavori del Centro Studi della Commissione che presiedo nella LIDU onlus, Lega Italiana Diritti dell’Uomo (membro della Association Européenne pour la Défense des droits de l’Homme), che pubblicheremo in occasione della prossima riunione a Bruxelles con la AEDH. Se il DAP vorrà avvalersi delle mia esperienza, anche internazionale compiuta nel mondo islamico, potrò mettere a disposizione anche una esperienza più diretta.
Redazione PoliziaPenitenziaria.it

Lascia un commento