E’ sicuramente un primo passo, anche importante, ma siamo ancora lontani da una profonda riforma della Pubblica amministrazione e da una seria battaglia per sconfiggere una volta per tutte l’asfissiante burocrazia che rende impossibile il rapporto tra i cittadini e le istituzioni. Ma per onestà intellettuale, non possiamo non accogliere con favore il primo via libera del Consiglio dei ministri al decreto licenziato nei giorni scorsi a Palazzo Chigi che da disco verde ai nuovi criteri di individuazione, selezione e durata del mandato a tempo dei dirigenti della Pubblica amministrazione. Come si diceva il decreto deve ottenere ancora l’approvazione del Consiglio di Stato, delle commissioni di Camera e Senato prima di tornare in Consiglio dei ministri per l’ok definitivo. Ma non c’è dubbio che le linee guida introdotte dal ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia cambieranno e non poco i “rapporti di forza” all’interno dei Comuni, delle Province e delle Regioni tra gli eletti e i titolari di posto di lavoro ottenuto grazie a regolari procedure concorsuali. Si riequilibria di fatto il ruolo dei politici-amministratori “depotenziati” una prima volta con la legge 142/90, con le leggi “Bassanini” e con il Testo Unico di legge degli enti locali 267/2000 con i quali erano “ridotti” ai ruoli di mera rappresentanza ed indirizzo politico mentre la gestione veniva affidati a funzionari e dirigenti. La riforma Madia non scardina questo giusto concetto e questa corretta tecnica di gestione della cosa pubblica, ma inizia ad intaccare quel dogma assoluto con il quale il personale della Pubblica amministrazione si è sempre fatto forza nei confronti dei politici eletti dal popolo: “Sindaci e assessori, vanno e vengono, noi qui ci stiamo per almeno 30 anni ovvero per tutta la durata del nostro percorso occupazionale sino alla meritata pensione”. Il decreto Madia non travolge lo Statuto dei lavoratori e la struttura portante del Contratto nazionale di lavoro, però per le figure dirigenziali e apicali (quelli cioè con potere di firma dei contratti nell’affidamento delle gare pubbliche per l’assegnazione di opere e di servizi) incominciano a modificarsi degli scenari ormai radicati da decine di anni. Nel merito: una volta approvato in via definitiva il decreto per accedere alla dirigenza pubblica ci saranno due strade, la prima che vale per tutti, la seconda riservata a chi ha già esperienza come funzionario della Pubblica Amministrazione. La regola generale è quella del corso-concorso. I bandi per accedere riguarderanno posizioni da “funzionario-dirigente in prova”. Bisognerà frequentare una Scuola di alta formazione e poi si entrerà nell’amministrazione come funzionari. Dopo 3 anni, e solo dopo una valutazione positiva nel ruolo di funzionario, si potrà accedere al ruolo di dirigente. La strada del concorso è invece riservata a chi è in possesso di una laurea e già lavora nella pubblica amministrazione da almeno 5 anni. L’assunzione è a tempo determinato per 4 anni ma può essere trasformata a tempo indeterminato. Per i nuovi dirigenti il calcolo della remunerazione (trattamento accessorio) sarà legato per il 30% al raggiungimento dei risultati prefissi dalla direzione politica. La valutazione dei dirigenti sarà affidata a delle “pagelle” più stringenti e più severe di quelle attualmente previste dall’articolo 21 del decreto legislativo del 2001 attraverso anche commissioni di tecnici valutatori esterni agli enti pubblici. Infine la vera novità che introduce il decreto riguarda la durata degli incarichi. Le posizioni dirigenziali avranno una scadenza di 4 anni e potranno essere rinnovati per una sola volta con un massimo di altri ulteriori 2 anni. Il ministro Madia intende infatti introdurre il principio di rotazione, per cui tutte le posizioni di vertice della Pubblica amministrazione diventano contendibili e non più “feudi” che assistono a girandole impressionanti di sindaci, presidenti e assessori che devono farsi “spiegare la lezione” da dirigenti che non devono rendere conto ai cittadini. Salutiamo quindi con piacere questo primo atto di coraggio del ministro Madia con la speranza che abbia anche la forza di mettere mano poi a quella infernale burocrazia che rende odioso ormai da tempo immemore il rapporto tra l’inerme cittadino e la Pubblica amministrazione.
Cesare Mannucci

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