Prende concreto avvio l’ennesima riforma della pubblica amministrazione (anche Brunetta, a suo tempo, ci si era messo di buzzo buono!), questa volta a firma Madia. E’ di appena qualche giorno fa, infatti, l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri, del primo degli decreti previsti dalla legge delega del 2015: quello sulla trasparenza, non ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, da attuarsi in tre step per dare tempo alle amministrazioni di riorganizzarsi.
Entra così a buon diritto nel nostro lessico un ennesimo acronimo che presto ci diventerà familiare: è il FOIA, che sta per Freedom of information act. Secondo una regola di matrice anglosassone già in vigore in molti altri Paesi, sarà quindi consentito a ogni cittadino un libero e agevole accesso agli atti e ai documenti delle pubbliche amministrazioni. E questo indipendentemente dal fatto che – come sinora è stato – il richiedente sia portatore di un interesse giuridicamente qualificato.
Dal canto loro, le amministrazioni avranno l’obbligo di rispondere entro trenta giorni, in senso positivo o negativo. L’amministrazione che negherà i dati richiesti dovrà dimostrare che la risposta potrebbe essere pregiudizievole, in modo “concreto”, per gli interessi dello Stato (sicurezza nazionale, stabilità economica, ecc.) e per quelli dei privati (dati personali, segretezza corrispondenza, ecc.). Contro il diniego, il ricorso potrà essere presentato non solo al TAR, con gli inevitabili costi che questo comporta, ma anche al difensore civico o al responsabile della trasparenza, figura questa già istituita presso ogni amministrazione.
Un provvedimento quindi che punta tutto sulla centralità dei dati pubblici, quale fattore di miglioramento della qualità della vita dei cittadini e del controllo democratico.
La libertà di accesso riguarderà infatti tutte le informazioni, da quelle che attengono alla vita pubblica a quelle che si riferiscono all’affidamento di una gara di appalto. Potremo, ad esempio, chiedere e avere contezza del costo di un “viaggio di Stato” di un ministro o di un’opera pubblica e dei tempi occorrenti per il suo completamento. L’invio di documenti in via digitale dovrà essere gratuito.
A prescindere dalla richiesta dei cittadini, la p.a. avrà poi obblighi di trasparenza automatici dovendo mettere online tutta una nuova serie di informazioni.
Novità significativa è l’ampia platea di soggetti interessati direttamente dal Foia: non solo le amministrazioni in senso tradizionale (Stato, regioni, enti locali) ma anche società da queste controllate, partecipate (limitatamente alle attività di pubblico interesse), enti pubblici economici, ordini professionali, associazioni, fondazioni e più in generale gli enti di diritto privato che abbiano un bilancio superiore a 500mila euro, un’attività finanziata per la maggior parte da fondi pubblici e tutti i componenti degli organi di amministrazione o di indirizzo designati dalle pubbliche amministrazioni.
Ma allora possiamo dire che, grazie all’ ampiezza dei confini con cui è stata ridisegnata la nozione di trasparenza, si può vedere, prendendo a prestito un’ immagine cara a Filippo Turati, la pubblica amministrazione come la “casa di vetro”, all’interno della quale tutto è sempre visibile a tutti ?
La domanda apre le porte a questioni più vaste che investono l’intero agire delle amministrazioni pubbliche e il loro stesso sapersi modulare per rispondere alle esigenze di una società in continua evoluzione.
Qui, per le vere riforme, le leggi non bastano, occorrono tanti altri “ingredienti” ma soprattutto occorre un generale cambiamento culturale che trovi radici in un clima diffuso di fiducia verso le istituzioni e di tensione reale verso il rinnovamento.
Non servono infatti cambiamenti meramente formali – cambiare tutto perché nulla cambi – ché anzi a questo punto le stesse riforme, dopo avere innestato nella collettività positive aspettative, creerebbero solo ulteriori insoddisfazioni.

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