Il coup de théâtre con cui, a Roma, Berlusconi ha mollato Bertolaso e sponsorizzato Marchini è stato salutato da molti come una svolta nella politica di Forza Italia. Secondo questa interpretazione Berlusconi avrebbe riscoperto l’anima moderata delle origini e attraverso le candidature di Parisi a Milano e Marchini a Roma starebbe tentando di rioccupare il centro dello schieramento politico, anche per impedire a Renzi un’ operazione simile. Il che avrebbe sul fronte del centrodestra due conseguenze: di riallacciare i rapporti non solo con Verdini ma anche con Alfano e tutti i centristi e di costringere Meloni e Salvini ad accodarsi o a tentare, a Roma, di prendere più voti per imporre la propria linea.
L’operazione, da un punto di vista politico, è giusta. Sulla base di questa motivazione anche chi scrive aveva sostenuto la tesi che a Roma Forza Italia doveva far sua la candidatura di Marchini fin dall’inizio. Fatta ora, la mossa potrebbe portare invece ad un risultato esattamente opposto, sancire cioè la superiorità, dal punto di vista del consenso elettorale, dell’anima di destra su quella di centro. Le urne daranno il responso. Quello che invece, da subito, può essere oggetto di analisi è se la scelta di Berlusconi abbia o no un significato politico, cioè se è frutto di una tattica, (la candidatura Bertolaso aveva sondaggi fallimentari e correva il rischio di marginalizzare il Cav.), oppure se ha un respiro strategico, nel senso che Berlusconi ha deciso davvero di non sottostare più all’impostazione lepenista sostenuta dal duo Meloni-Salvini.
Sulla base dei comportamenti tenuti da Berlusconi dal 1994 ad oggi la risposta è negativa: il Cav. privilegia la tattica sulla strategia, almeno così ha sempre fatto. Quando è stretto nell’angolo riesce, con un guizzo, a liberarsi ma la mossa non si inserisce in un disegno strategico, è fine a se stessa, finalizzata a rompere l’accerchiamento. Dopo ricomincia la solita altalena, secondo le opportunità del momento. Gli esempi del passato sono eclatanti. Ne ricordo i principali. Nel 1994, quando la sua maggioranza entrò in crisi, il Cav. chiese a gran voce le elezioni anticipate, poi, nel 1995, accettò il governo Dini, arrivando fino al punto di proporre allo stesso la guida politica del Polo. Al suo rifiuto presentò contro il governo una mozione di sfiducia ma nel frattempo iniziò un dialogo con D’Alema per riscrivere insieme le regole. Quell’intesa portò, nel 1996, alla Bicamerale, presieduta dallo stesso D’Alema. Due anni di inteso lavoro e di sostanziali accordi che furono sigillati ad inizio ’98 nel famoso “patto della crostata”, sottoscritto, a cena, a casa Letta da D’Alema, Marini, Berlusconi e Fini. Sembrava fatta. Solo che il Cav., ancora con un guizzo, votò in Parlamento contro l’intesa e tutto fini nel cestino. Più recentemente. Nell’estate del 2011, sotto l’incalzare della crisi e dell’aumento dello spread con la Germania, Berlusconi dichiarò ai quattro venti che l’unica alternativa al suo governo erano le elezioni anticipate. Poi, nel novembre si dimise e votò il governo Monti entrando in una maggioranza di larghe intese. L’anno dopo, 2012, tolse la fiducia a Monti e spinse il Paese alle elezioni. Il PD vinse per pochi voti. Berlusconi, siamo nel 2013, chiese un governo di unità nazionale con il PD. e, dopo il tentativo Bersani andato a vuoto, lo ottenne. Letta fu presidente del Consiglio. A fine anno però Berlusconi, offeso per la sua decandenza da senatore a seguito di una legge che pure lui aveva votato, fece dimettere i ministri PDL. Nel dibattito parlamentare, accortosi che, per una consistente dissidenza interna al suo partito, il governo non sarebbe caduto, votò anche lui la fiducia. Ma la maggioranza, ormai ridotta nei numeri, entrò ugualmente in crisi. Letta si dimise e venne nominato Renzi. Berlusconi allora abbandonò l’opposizione pancia a terra e siglò, con il nuovo premier, un Patto per le riforme che prese il nome di Patto del Nazareno. PD e Forza concordarono le riforme e le votarono ma poi Berlusconi ruppe il Patto e votò contro perchè Renzi non aveva tenuto conto di Forza Italia nel voto per il nuovo presidente della Repubblica. Da allora la polemica è salita di tono. Sono prevalse le linee intransigenti di Lega e Fratelli d’Italia, Forza Italia ha continuato a sparare a zero contro Renzi votando ed appoggiando tutte le tesi della sinistra, dei CinqueStelle, e compagnia cantando. Ora, accortosi che stava per finire in un cul de sac, Berlusconi riscopre la convergenza al centro con Marchini.
Ma c’è da fidarsi? O ancora una volta è la tattica a far premio sulla strategia? I fatti dimostrano che tutte le mosse di Berlusconi sono state sempre dettate dalla necessità di uscire dall’angolo nel quale si era cacciato. E’ così anche questa volta. E’ probabile che fra qualche mese ricominci il solito balletto e ci sia una nuova apertura a destra. Nessun progetto, nessuna strategia, solo un abile sfruttamento delle occasioni che fornisce la contingenza con l’unico scopo di restare in partita. C’è però una speranza. Che, questa volta, un’affermazione convincente a Milano di Parisi e a Roma di Marchini riesca ad innescare un processo virtuoso che faccia emergere nuovi leader e una stabile proposta moderata e liberale con conseguente marginalizzazione dei vari Berlusconi, Casini, Alfano e via dicendo. E’ solo una possibilità, ma vale la pena di esplorarla fino in fondo.

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