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“Cessate il fuoco”

la Russia va molto vicina ad annunciare unilateralmente la fine di un conflitto in cui è entrata per ultima: con qualche somiglianza, dunque, con quella che è stata la tradizione americana nelle due grandi guerre europee.

di Alberto Pasolini Zanelli | 20 Marzo 2016

È troppo presto per dire che l’annuncio di Putin sulla Siria è “vago”. Se non altro perché esso si compone di diversi annunci, ciascuno dei quali piuttosto chiaro e preciso, magari senza essere del tutto impegnativo. Le parole che sono venute dal Cremlino sono un elenco di certezze che, fuse assieme, lasciano spazio a dubbi, soprattutto da parte di chi potrebbe essere coinvolto in una scelta politica non desiderata ma molto difficile da respingere. Le incertezze nascono per ora soprattutto a Washington, cioè nel campo della Superpotenza numero uno che in cinque anni non è riuscita a imporre la soluzione che sarebbe certamente la più gradita nell’ambito di un compromesso tutt’altro che paritetico. Anche nella scelta del momento i riferimenti di tempo abbondano: la Russia va molto vicina ad annunciare unilateralmente la fine di un conflitto in cui è entrata per ultima: con qualche somiglianza, dunque, con quella che è stata la tradizione americana nelle due grandi guerre europee: aspettare che i belligeranti, amici e nemici, si logorassero, militarmente e finanziariamente, in anni e anni per poi intervenire con le proprie forze, soverchianti e “fresche” dalla parte sempre amica e chiudere la partita in fretta. Una formula pienamente riuscita in quelle due grandi occasioni ma rivelatasi poi molto meno adatta ai conflitti regionali. Il paragone che viene più immediato è quello con il Vietnam, dove però la pace coincise con la sconfitta degli Stati Uniti.

I paralleli con la guerra siriana sono rischiosi e soprattutto precoci. Il “proclama” che viene dal Cremlino è arrivato a Washington in forma che ricorda, tecnicamente, gli anni del “telefono rosso”. Putin, per cominciare, ha “avvertito” Obama della propria decisione, non lo ha “consultato”. Lo ha colto di sorpresa anche se non si può dire sia stato contraddittorio alle fasi precedenti del “dialogo”. Analogamente Mosca non si è “messa d’accordo” con il regime di damasco che la Russia sostiene: anche Assad lo ha “avvertito” di una decisione che, almeno sul piano militare, è unilaterale, accompagnando la comunicazione con un invito e una raccomandazione: “Vedrai che ti conviene”.

Sono solo alcuni tratti di una ambiguità ampiamente voluta: la Russia sospende i bombardamenti strategici. Non si sa per quanto o in che misura, ma mantiene attive alcune basi aeree. La Russia non “scarica” Assad, ma gli ricorda, non per la prima volta, di essere entrata in guerra per ottenere la fine della guerra, non la vittoria totale di uno dei belligeranti. La Russia ha inteso difendere, e continuerà a farlo, i propri interessi nell’area, a cominciare dalla base navale di Latakia, unica nel Mediterraneo. La Russia desidera la cessazione delle ostilità ma in termini che non la danneggino ma che anzi mettano in risalto il suo ritorno al ruolo di Grande Potenza (anche se non proprio o non ancora Superpotenza). Altra coincidenza, l’annuncio di Putin è venuto esattamente nel quinto anniversario dello scoppio di un conflitto cominciato in apparenza come uno dei tanti capitoli del confuso romanzo detto Primavera Araba, un progetto molto ambizioso dal disegno non chiaro ma le cui ambizioni si sono presto dimostrate eccessive e tutt’altro che limpide. L’intero progetto è stato forse nutrito di ambizioni nobili, ma non tutte limpide, sovraccarico anzi di illusioni e di disegni tutt’altro che disinteressati. Lo si legge nella carta d’identità dei Paesi, delle alleanze, degli interessi economici dei vari sponsor, per finire soprattutto con le sette religiose. Un po’ di libertà e un po’ di basi militari, un po’ di petrolio e un po’ di sunniti, un poco di Iran e un poco di sciiti, un po’ anche di ambizioni europee malcalibrate, le stesse che condussero l’altro intervento disastroso in Libia. La Russia non figurava fra gli “attori” iniziali. I suoi interessi coincidevano semmai con uno status quo agevolato da una indifferenza per i “diritti civili”. In Siria il Cremlino aveva ancora la sua fetta di potere mondiale. La Primavera Araba la metteva in pericolo e dunque la strategia di Putin poteva essere solo il contributo alla difesa dello status quo. La “pax” russa consisteva e consiste in questo: un Medio Oriente diviso, anche nutrito di guerriglie, ma senza grandi e aperti conflitti come quelli che da cinque anni ardono attorno a Damasco. L’intervento militare è venuto forse un po’ in ritardo, ma non è stato “simbolico”: è stato il più intenso fra quelli stranieri. Si comprende dunque che dal Cremlino venga ora anche il “cessate il fuoco”.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, anniversario, iran, libia, obama, putin, regime, siria, soluzione, stati uniti, stranieri

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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